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Una riflessione su AI e coscienza. Federico Faggin: “Per utilizzare l’AI con l’occhio al bene comune servono le proprietà non algoritmiche della coscienza”

Federico Faggin, youmark.it
di Massimo Bolchi

In chiusura del pomeriggio del 4 aprile, all’AI Forum 2024, ha fatto la sua comparsa, in collegamento dalla California, Federico Faggin, fisico, inventore dei microchip e imprenditore, che ha condiviso con i presenti le proprie riflessioni su un tema centrale dell’AI: il suo rapporto con l’etica e il bene comune.

“L’etica, l’empatia e il coraggio necessari per utilizzare l’AI per il bene comune sono proprietà non algoritmiche della coscienza che soltanto noi esseri umani possediamo”, ha dichiarato Faggin. “La coscienza, infatti, non è neppure ipotizzabile sia raggiunta dall’AI, che è una mera imitazione dell’umanità. Gli algoritmi, con le loro centinaia di miliardi di parametri, sono in grado di creare risposte che a volte – non sempre, vedi ad esempio le allucinazioni ad esempio – possono essere giudicate valide, ma la coscienza di sé è qualcosa di ben diverso”.

La coscienza, secondo Faggin, non è un epifenomeno del cervello: esiste a prescindere e non è rappresentata da un corpo fisico, ma è costituita – semplificando al massimo – da campi quantistici.

“La coscienza”, sottolinea Faggin, “è un materia analoga all’informazione quantistica, ben rappresentata dai tre postulati che la descrivono: è uno stato ben definito, non è clonabile, e può essere vista e descritta dall’esterno solo in piccola parte“.

“La coscienza (e il libero arbitrio)”, riprende, “non può essere descritta matematicamente con i numeri reali, ma con i numeri complessi: ogni bit che noi utilizziamo nell’informatica risolve il dualismo 1/0, ma ogni bit quantico rappresenta un’infinità di valori che non sono esprimibili nella tre dimensioni classiche, neppure aggiungendo la quarta dimensione, quella del tempo. Occorre costruire un modello su un numero molto più elevato di dimensioni per darne una visualizzazione attendibile“.

“D’altra parte”, conclude Faggin, “stiamo studiando da decenni l’AI e più crediamo di arrivare da qualche parte, meno capiamo quale sia davvero il percorso. Non mi riferisco alla tecnicalità, ai LLM che vanno tanto di moda oggigiorno e ai chatbot che imperversano, mi riferisco all’essenza stessa dell’uomo: ogni bambino di pochi anni gia già accumulato senza sforzo nella sua breve vita milioni di volte le informazioni che cerchiamo di insegnare faticosamente ai modelli di fondazione dell’AI. Più conosciamo l’AI, meno sappiamo di tutti i meccanismi che rendono l’intelligenza umana quella che è davvero”.