Quando si parla di eVoting, cioè della possibilità del voto digitale, a distanza e senza particolari vincoli tecnologici e/o di sistema, l’argomento si fa subito caldo.
Ovviamente non si parla della modalità di ‘voto elettronico’ che ha dato origine alla confusione di conteggi e riconteggi in Florida al tempo di Al Gore, ma di una piattaforma online che permetta il riconoscimento del cittadino votante, ne protegga la segretezza ma al contempo ne garantisca l’identità, e non consenta manomissioni del processo elettorale.
Perché il problema principale, con l’eVoting, è proprio questo: chi garantisce che il risultato finale è esattamente la sintesi dei voti espressi dagli elettori?
L’argomento è tornato di attualità – ma come vedremo non ha mai abbandonato i tavoli degli esperti digitali – perché Davide Casaleggio ha proposto nei giorni scorsi di adottare l’eVoting nelle ‘zone rosse’ colpite dal Coronavirus per il referendum confermativo del taglio del parlamentari votato dal Parlamento nei mesi scorsi.
Ora, al di là della proposta che è destinata a dividere la platea in due macro gruppi estremi, quelli che vedono in Casaleggio un gigante del digitale che vuole solo il bene dell’umanità senza alcun compenso, e quelli che invece lo considerano un ‘maneggione digitale’ che controlla da remoto la pletora di parlamentari del Movimento 5 Stelle e, quindi, il governo, a una prima riflessione si notano subito alcuni problemi pratici. Il sistema di voto dovrebbe garantire, di default e by design, la tre caratteristiche prima citate: l’identificazione, la segretezza e l’immutabilità del risultato. A prima vista, un compito improbo: far conciliare gli opposti è quello che viene richiesto al sistema.
Ma torniamo per il momento a Casaleggio, che su Il Sole 24 Ore ha scritto: “L’emergenza è pesante, rispondiamo investendo in innovazione, potrebbe anche essere l’occasione di testare il voto online per i comuni dove non sarà possibile recarsi ai seggi per il referendum di fine marzo”. La cosa non sarebbe una novità assoluta, è già stato fatto ad esempio un esperimento in alcuni seggi della Liguria, in parallelo alla normale votazione, ma era quest’ultima che faceva testo, semplificando di moltoe garantendo tutto il processo.
Anche il voto degli italiani all’estero è stato utilizzato per creare scenari di test, ma al momento tutto ha ancora la forma indefinita di una prova, che ha visto, nelle more della stessa, la sparizione della blockchain come sistema di validazione del voto.
Perché la blockchain elimina gli intermediari, e quindi anche il Ministero degli Interni che non sarebbe più il garante ultimo della certezza e della correttezza dell’elezione. In più la blockchain non consente altri strumenti di garanzia della libertà di voto e di completa segretezza del voto.
Ecco quindi che la soluzione prescelta dalla Farnesina prevede un Registro pubblico dei domicili digitali (Rdd) interconnesso con l’Anagrafe di Stato civile e con l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) per identificare gli elettori, che avrebbero quindi accesso, con un’autentificazione robusta a tre fattori, a un sito web pubblico del Governo, protetto con protocollo di sicurezza SSL.
L’elettorato può votare quante volte vuole, è valido solo l’ultimo voto espresso: questa è la risposta alle seconda ipotesi, la minaccia di condizionare il voto. Ad esempio, voti comprati che richiedono la prova della fotografia con lo smartphone o a un voto imposto da un componente della famiglia o da altro soggetto. In questi casi l’elettore può ripetere il voto ed esprimerlo liberamente in un secondo momento.
La soluzione non è totalmente efficiente: basti pensare che la minaccia potrebbe concretizzarsi alla fine del periodo aperto di votazione, e quindi non sarebbe possibile cambiare il proprio voto una volta estorto.
Anche la segretezza del voto sarebbe a rischio: la soluzione proposta è la crittografia asimmetrica, che garantirebbe l’anomizzazione del voto, ma il quadro è reso più complicato dalla possibilità di voto multiplo. Con un solo voto, l’ultimo in ordine cronologico, valido e conteggiato.
Le problematiche riguardanti la garanzia e la verificabilità di un voto personale, eguale, libero e segreto, sono quindi ben note, ma la soluzione miracolosa non è ancora stata trovata. La segretezza del voto è l’aspetto principale. È stato dimostrato che, man mano che i sistemi di voto diventano più complessi e includono software sempre più elaborati, è necessario gestire un aumentato rischio di esposizione a diversi tipi di frode.
Il quadro è pertanto ben lontano dall’essere concluso, come conferma anche il fatto che le autorità norvegesi, dopo oltre un decennio di verifiche, hanno interrotto nel 2014 definitivamente ogni forma di sperimentazione del voto elettronico, ritenendo che l’eVoting non offrisse sufficienti garanzie in termini di libertà e segretezza del voto.
Per chiudere circa la prospettive di utilizzare l’eVoting in una situazione di emergenza come l’attuale, si può citare la risposta immediata di Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia, quindi all’opposizione dell’attuale governo, a un giornalista che lo interrogava sulla possibilità di fare un esperimento: “Non mi fido di una piattaforma gestita da Conte-Casalino-Casaleggio”. Giù il sipario.
Massimo Bolchi