Interactive

Covid-19: limiti e opportunità di un tracking diffuso della popolazione. In Lombardia si è iniziato a farlo

La crisi per la diffusione del Covid-19 sta investendo in pieno tutta Europa, e i diversi paesi stanno gradualmente adottando le stesse misure per fronteggiare il nuovo, subdolo nemico comune.

Come è il caso degli operatori mobili, che in Italia, Germania e Austria stanno fornendo dati alle autorità sanitarie per valutare in che misura gli abitanti si adeguassero alle restrizioni di movimento introdotte per contribuire a limitare la diffusione del coronavirus.

Telecom Italia, Vodafone Italia, Wind Tre, Telekom Austria e Deutsche Telekom hanno tutte fornito dati anonimi che consentono alle autorità di mappare i movimenti degli abbonati, ribadendo al contempo che sono state prese le precauzioni necessarie a garantire che non siamo state violate le normative europee sulla protezione dei dati.

Al riguardo Vodafone ha precisato di aver fornito dati aggregati per la Lombardia, la regione più colpita del paese: le rilevazioni effettuate hanno mostrato un calo del 60% di utenti nei movimenti di oltre 500 metri registrati. Un valore giudicato insufficiente dai vertici amministrativi della Regione, che chiedono misure più vincolanti.

Anche Lothar Wieler, Presidente dell’agenzia tedesca per il controllo e la prevenzione delle malattie del Robert Koch Institute, guardando ai dati di Deutsche Telekom, ha ammonito che sarebbe difficile contenere Covid-19 se le persone ignorassero le restrizioni ai movimenti in un momento in cui il paese si sta preparando a fronteggiare un rapido aumento delle infezioni.

Più soft invece l’approccio di Telekom Austria, che ha adattato un’applicazione di analisi del movimento sviluppata dalla società di software Invenium per prevedere la congestione del traffico e il numero di visitatori delle attrazioni turistiche.

Ma per quale ragione è diventato necessario verificare gli spostamenti degli italiani (e degli europei) per rallenatare la penetazione del Covid-19? Diamo innanzitutto uno sguardo a quello che è già accaduto nel mondo, là dove il Coronavirus ha fatto il suo esordio. Non ci si riferisce qui alla Cina, con i suoi racconti della quarantena imposta con la forza in una regione grande quanto l’intera Italia: il nostro impianto politico democratico non lo consentirebbe.
Ma a due altri paesi un po’ più democratici poco lontani, dove la guerra sembra essere stata combattuta con successo: la Corea del Sud e Singapore, la città-stato al termine della penisola di Malacca.

In Corea del Sud, quando gli scienziati cinesi pubblicarono per la prima volta la sequenza genetica del virus COVID-19 a gennaio, almeno quattro aziende sudcoreane hanno iniziato a sviluppare e stoccare kit di test insieme al governo, ben prima che il paese registrasse il suo primo focolaio.

Così, quando di presentò l’infezione, il paese ebbe la possibilità di testare più di 10.000 persone al giorno, anche presso centri di test improvvisati aggiunti negli ospedali. Nel frattempo, chiunque avesse un telefono cellulare ha iniziato a ricevere avvisi sui focolai di infezione a lui più vicini in modo che i cittadini potessero evitare le aree in cui il virus era maggiormente attivo.

Nel contempo, il governo sudcoreano ha creato un’app GPS per monitorare i soggetti in quarantena e attivare un allarme se si fossero allontanati dalle loro abitazioni, mentre a chi entrava nel paese veniva anche chiesto di registrare i propri sintomi su un’app pubblicata dallo Stato.

Quindi la Corea del Sud è riuscita a fermare l’ epidemia senza bloccare le città o vietare i viaggi. E in effetti, il termine ‘allontanamento sociale’ è stato usato, per la prima volta, dalla campagna contro il virus promossa dal Governo sudcoreano.

Anche Singapore è stata colpita presto, essendo uno dei principali partner commerciali della Cina: entro poche settimane dal primo avviso ufficiale di ‘influenza di Wuhan’, registrò una dozzina di casi. Ma molto presto ci si rese conto che si trattava di qualcosa di più dell’influenza stagionale e furono presi provvedimenti rapidi. Spinto dall’esperienza con il virus SARS del 2002/3, Singapore ha iniziato a monitorare attentamente i casi per trovare i punti in comune che li collegavano. Per ogni nuovo caso, nel giro di un giorno, al massimo due, le autorità sono state in grado di ricostruire la complessa catena di trasmissione da una persona all’altra. A partire da febbraio, poi, tutti coloro che sono entrati in un edificio governativo o aziendale a Singapore hanno dovuto fornire i dettagli di contatto per accelerare questo processo.

Ma non è stata semplicemente la capacità di rilevare i casi che spiega perché Singapore è diventata un modello di riferimento in questa epidemia; anche i kit di test che consentono, entro tre ore, di capire quali degli individui, messi in quarantena sul posto, sono stati infettati o meno dal virus prima di consentire loro di entrare nel Paese hanno fatto la loro parte.

In sostanza, Singapore ha mobilitato un sistema di controllo statale che è uno dei più efficienti al mondo. Le autorità hanno isolato in modo aggressivo gli infettati, rintracciato e messo in quarantena i loro contatti, imposto rigide sanzioni per aver infranto questo obbligo o fornito false informazioni, e utilizzato agenzie di stampa e social media per sollecitare il pubblico a rimanere vigile evitando il panico. All’11 marzo scorso, delle 178 persone che sono state trovate infettate dal coronavirus, 96 si sono riprese, senza nessun deceduto. Il governo pubblica aggiornamenti quotidiani con i dettagli di ogni nuovo caso, fino all’età, al sesso, alla nazionalità della persona e alla strada in cui vive.

Questo tipo di ‘invadenza’ è possibile ovviamente in uno stato come Singapore, dove le azioni ufficiali sono raramente messe in discussione pubblicamente e l’ubbidienza alle indicazioni ricevute è una virtù civica diffusa.

E quindi come mai si sta discutendo della possibilità di usare i dati degli smartphone per contenere l’epidemia del virus Covid-19? Dopotutto, dal 20 febbraio, giorno in cui è stato scoperto il Paziente Uno malato di Covid-19, a oggi, in Italia sono stati conteggiati dalla Protezione Civile 41.035 infezioni e i morti sono stati in totale di 3.405 dall’inizio dell’epidemia. Lunedì scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva caldeggiato l’implementazione di qualcosa di simile auspicando test a tappeto, isolamento dei positivi e tracciamento dei loro contatti.

Il vice presidente della Lombardia e assessore per la Ricerca Fabrizio Sala e l’assessore al Welfare Giulio Gallera hanno scoperchiato il vaso di Pandora del tracciamento martedì sera, annunciando di aver analizzato gli spostamenti ‘da cella a cella’ dei telefoni cellulari per capire quanti abitanti si muovessero sul territorio. Ma qui le cose si fanno più complesse: con il DCPM del 17 marzo si è previsto di nominare un ‘contingente di esperti’ che si occupi ‘di dare concreta attuazione alle misure adottate per il contrasto e il contenimento del diffondersi del virus con particolare riferimento alle soluzioni di innovazione tecnologica’, che dovrebbe però utilizzare a tale scopo fonti aperte. La cose si complicano quando si tratta di monitorare i contatti dei casi positivi di cui si parlava all’inizio: servono regole e garanzie, come sottolinea anche l’European Data Protection Board citando il Regolamento europeo per la privacy GDPR, che consente il trattamento per finalità di sicurezza nazionale ma allo stesso tempo richiede una valutazione d’impatto e sulla sicurezza.

Il governo non si è ancora sbilanciato in merito, ma l’Autority per la Privacy, Antonello Soro, si è espresso in un’intervista al Corriere della Sera, sottolineando che non era “stato informato dell’iniziativa della Lombardia e non la conoscie, nei dettagli. Dalle notizie pubblicate sembrerebbe si tratti unicamente di dati aggregati e anonimi e ci riserviamo di verificarlo”.

“Se si volesse acquisire dati, sarebbe necessario prevedere adeguate garanzie, con una norma ad efficacia temporalmente limitata e conforme ai principi di proporzionalità, necessità, ragionevolezza”, ha dichiarato al giornale Soro, aggiungendo che non esistendo al momento “un divieto assoluto di spostamento, la mole di dati così acquisiti non avrebbe un’effettiva utilità”.

In pratica, l’onere della decisione viene ributtata, in ultima istanza, in capo al Governo, che peraltro sembra poco a poco voler assumere una posizione più esplicita in merito, anche se proseguono i dubbi, dal Ministro dell’Interno Lamorgese che rinvia al week end per la valutazione dell’andamento della pandemia al Ministro per lo Sport, Spatafora, che si esprime con parole dure in relazione a chi va correre nei parchi, ma non dice nulla circa la volonta di implementare un app come quella di Singapore. E intanto il conteggio dei contagiati e dei morti cresce, particolarmente a Bergamo e a Brescia.

Massimo Bolchi