A meno di due anni dal suo lancio la piattaforma digitale ITsART, voluta e finanziata dall’allora ministro della cultura Dario Franceschini nel 2020 con l’obiettivo di creare “una sorta di Netflix della cultura” italiana, ha chiuso il 31 dicembre 2022, senza la pompa magna dedicata a suo tempo alla sua nascita. Il nuovo ministro del MIC, Gennaro Sangiuliano, ha deciso semplicemente di non rifinanziare l’iniziativa: di conseguenza ITsART è stata messa in stato di liquidazione da Cassa Depositi e Prestiti (CDP), il ‘braccio’ operativo del ministero dell’Economia che gestiva la piattaforma insieme a Chili, azienda privata che faceva da partner tecnico e commerciale.
Di ITsART si era iniziato a parlare nell’aprile del 2020, il ministro (allora) Franceschini aveva annunciato la futura creazione di una piattaforma digitale a pagamento italiana dedicata a contenuti culturali, che sarebbe stata utile particolarmente durante i lockdown. In quel periodo teatri e cinema erano chiusi per la pandemia, e la piattaforma era stata pensata per provare a sopperire in qualche modo alla crisi degli spettacoli dal vivo. L’idea di fondo era però di poter continuare ad attrarre utenti anche una volta finito il periodo di emergenza.
La piattaforma, con soci CDP e Chili, scelta in base a non si sa quale processo selettivo, aveva aperto nel maggio del 2021, e all’avvio della piattaforma Chili aveva diffuso un comunicato – che aveva ricevuto ben poca eco sui social e in rete (solo un caso?) – in cui aveva precisato che “i 10 milioni di euro approvati dal Parlamento” saranno trasferiti dal Mibact a Cdp per la realizzazione della joint-venture e non saranno versati in Chili. “Al contrario”, Chili avrebbe cotribuito alla JV investendo 9 milioni di euro, cifra che includeva tecnologia, cassa e competenze del management, dizione quanto meno approssimativa, comprendendo tra le sue voci tecnologie e competenze di incerta valutazione.
Secondo questo comunicato, quindi, lo Stato sarebbe intervenuto approssimativamente con 20 milioni di euro, di cui 9,6 apportati direttamente da Cdp, più gli altri 10 milioni che Mibact (oggi MIC) aveva allocato (prendendoli dai fondi per il PNRR) comunque a favore dell’iniziativa. Fin da subito il progetto aveva ricevuto estese critiche perché conteneva pochi contenuti effettivamente originali ed esclusivi: alcuni di quelli che proponeva peraltro erano già disponibili gratuitamente su RaiPlay o su Youtube. Nel corso dell’ultimo anno, inoltre, erano aumentati quantitativamente gli appuntamenti gratuiti: un buon modo per promozionare gli eventi italiani, ma esiziale per una piattaforma che dovesse reggere la concorrenza del mercato.
Per giustificare la decisione di non finanziare più ITsART, il ministero della Cultura, quello attuale, ha fornito al Foglio alcuni dati sulle spese sostenute finora. Solo nel primo anno anno di attività sono stati spesi 7,5 milioni per il mantenimento complessivo della piattaforma: di questi, 6 milioni per servizi e beni e 900 mila per il personale. A fronte di queste spese però i ricavi sono stati infinitamente più bassi: al servizio si sono registrati circa 141 mila utenti, per un totale di 246 mila euro di incassi, con un incasso pro-capite annuale di circa 1,7 euro.
Decisamente poco per sostenere la ‘Netflix’ della cultura nazionale. Per non girare il coltello nella piaga, evitiamo di confrontare i ricavi con la Netflix autentica.