L’attuale ecosistema tecnologico europeo è caratterizzato da un’asimmetria strutturale nei flussi di capitale, definita da una bilancia dei pagamenti negativa per circa 264 miliardi di euro annui verso giurisdizioni extra-UE. Questa dipendenza sistemica si manifesta con una dominanza dell’83% da parte di hyperscaler statunitensi (a seguire quelli cinesi) nei segmenti Software-as-a-Service (SaaS) e Infrastructure-as-a-Service (IaaS) utilizzati dalle grandi imprese dell’Unione.
Per questa ragione è nata ‘EuroStack’, iniziativa di politica industriale e movimento di pressione strategica (qui il manifesto dell’iniziativa) che mira a trasformare l’Europa da ‘colonia digitale’ in entità sovrana, promuovendo l’obbligo di acquisto di tecnologie locali, lo sblocco di capitali istituzionali per il settore tech e la creazione di un’infrastruttura digitale pubblica e aperta che funga da alternativa ai monopoli degli hyperscaler statunitensi.
Lo spostamento dai sussidi alla domanda
Il paradigma proposto segna il superamento del modello tradizionale basato sui contributi a fondo perduto per la ricerca e sviluppo, spesso privi di uno sbocco commerciale scalabile, a favore di una leva di mercato basata sul procurement pubblico. La proposta definisce obblighi stringenti per le stazioni appaltanti, imponendo quote crescenti di forniture europee che partono da una soglia iniziale del 25% per arrivare al 50% entro il 2030.
La qualificazione di ‘fornitore europeo’ non risponde a criteri puramente geografici, ma a requisiti di autonomia giuridica e tecnica. In particolare, si esige che l’infrastruttura di ricerca, la sede legale e i centri di controllo siano situati in UE, garantendo l’immunizzazione dai regimi normativi extraterritoriali, come il Cloud Act, che minano l’integrità e la riservatezza dei dati europei.
Mobilitazione urgente del capitale privato
Il deficit di finanziamento nelle fasi di scale-up non è imputabile a una carenza di liquidità nel continente, bensì a vincoli normativi e prudenziali che inibiscono l’allocazione di asset verso il settore tech. EuroStack identifica nella revisione di Solvency II – la norma che impone regole molto rigide e prudenziali su come le assicurazioni e i fondi pensione possono investire i propri soldi – la chiave per sbloccare le riserve dei fondi pensione e dei portafogli assicurativi, consentendo una maggiore esposizione verso il venture capital e il private equity.
Questa riforma strutturale punta a creare un volano finanziario che allinei la propensione al rischio degli investitori istituzionali con le necessità di crescita delle imprese tecnologiche ad alta intensità di capitale, riducendo la dipendenza dal capitale di rischio estero che spesso porta alla delocalizzazione degli asset intellettuali.
Interoperabilità e standard aperti
La sovranità digitale è tecnicamente perseguita attraverso l’abbattimento delle barriere di lock-in che attualmente vincolano l’amministrazione pubblica a specifici vendor. La strategia si fonda sull’adozione mandatoria di architetture open source e standard di interoperabilità definiti a livello della UE, garantendo la portabilità dei dati e dei carichi di lavoro tra diversi provider.
A supporto di questa trasparenza tecnica, l’istituzione di un ‘European Digital Market Intelligence Hub’ funge da catalizzatore per il censimento delle soluzioni tecnologiche domestiche, permettendo una mappatura dinamica delle competenze e facilitando l’integrazione di componenti software locali in architetture complesse e resilienti.
I rischi del fallimento collettivo: verso un Protezionismo 2.0?
Eurostack nasce da una premessa brutale: anni di sola regolamentazione (GDPR, DMA) non hanno creato campioni europei, ma solo burocrazia che ha favorito l’inerzia a livello continentale. Al contrario la visione dell’iniziativa è chiara: spostando le risorse attualmente ‘immobilizzate’ a garanzia del pagamento delle pensioni e dei rimborsi assicurativi vita verso una qualche forma di venture capital europeo si avrebbero i fondi necessari per implementare le realizzazione degli ‘hyperscaler’ europei in grado confrontarsi con gli omologhi USA e cinesi.
L’impresa non punta sulla superiorità tecnologica, ma sulla manipolazione della domanda, in quanto la proposta principale è un obbligo di legge per il settore pubblico di comprare europeo (target 50% entro il 2030), chiedendo esplicitamente di applicare le regole della concorrenza e del commercio internazionale (WTO) in modo ‘pragmatico’, piegandole agli obiettivi strategici europei per rispondere all’America First di Trump.
Per evitare aggiramenti, un’azienda è europea solo se ha sede, controllo votante, ricerca e sviluppo (R&D) e domicilio fiscale in Europa. Non basta avere un ufficio a Bruxelles. Inoltre l’iniziativa identifica correttamente che i consulenti (es. McKinsey, Gartner) spingono sempre verso soluzioni USA, ma la soluzione proposta (accreditamento di consulenti ‘indipendenti’) sembra difficile da attuare in un mercato libero.
Un unico, definitivo impegno collettivo finale?
EuroStack non è un progetto tecnologico, è una sorta di ‘colpo di stato’ industriale. È l’ultimo disperato tentativo della tech-industry europea di forzare la politica a ‘chiudere’ il mercato interno per permettere alle aziende locali di sopravvivere. Se fallisce, l’Europa accetta definitivamente il suo ruolo di pura consumatrice di tecnologia altrui.
Obbligando il settore pubblico a comprare europeo per quota e non per merito, si corre il rischio di finanziare aziende meno efficienti dei colossi USA, alzando i costi per i contribuenti in nome della ‘sovranità’. Il piano prevede infatti meccanismi di ‘punizione’ per le agenzie pubbliche che non rispettano le quote (berlina pubblica, punteggi degradati, ecc). Questo potrebbe creare un nuovo livello di paralisi amministrativa.
La ‘guerra’ tra i founder di Eurostack
Oggi ‘EuroStack’ è il brand leader della sovranità digitale europea nel dibattito politico e si va affermando nei diversi contesti, come dimostra il Report ‘EuroStack – A European Alternative for Digital Sovereignty’ di Bertelmann Stiftung: rappresenta l’idea di un’Europa che non vuole essere trainante nel digitale, anche se, per il mercato, rimane ancora un’iniziativa soprattutto promettente.
A complicare un percorso non facile, si è aggiunta l’anno scorso la disputa presso l’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (EUIPO) tra i due principali fondatori di Eurostack: Sebastiano Toffaletti (Segretario Generale di European DIGITAL SME Alliance) e l’economista Cristina Caffarra, che ha proposto opposizione alla richiesta di registrare il marchio da parte di Toffaletti. Caffarra ha sostenuto davanti all’EUIPO che Toffaletti non avesse il diritto di registrare il marchio individualmente, poiché il termine era il risultato di un lavoro collettivo e apparteneva alla comunità che aveva dato vita al progetto.
La disputa non è solo simbolica, poiché il controllo del marchio permetterebbe di certificare le aziende – il proprietario del brand potrebbe decidere quali aziende possono fregiarsi del bollino ‘EuroStack’ – mentre il marchio potrebbe essere concesso in licenza, generando ulteriori flussi di denaro da ogni iniziativa futura legata al nome.
L’esito formale presso l’EUIPO richiede solitamente tempi lunghi per una decisione definitiva (spesso oltre 12-18 mesi se non si raggiunge un accordo stragiudiziale). Tuttavia, l’effetto immediato è stato quello di indebolire la credibilità del movimento agli occhi dei legislatori europei, trasformando quello che doveva essere un fronte unito contro le Big Tech americane in una lite interna per il controllo di un brand non ancora consolidato.
di Massimo Bolchi