Inizia come Bohemian Rhapsody, quindi secondo le regole del biopic rock, Je so’ pazzo, il film di Nicola Prosatore dedicato a Pino Daniele, che è stato presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma e da oggi è nelle sale. Inizia da un concerto simbolo, quello del 19 settembre 1981 a Napoli, a Piazza Plebiscito, un concerto gratuito per 200mila persone. E E lo fa dal backstage, con Pino Daniele che sta per salire su palco, e anche questo è un classico. Un attimo dopo però siamo nel 1961, a Napoli, quella del porto e dei soldati americani dove il piccolo Pino gira con il padre. È un passaggio importantissimo. Non solo perché vediamo la formazione sentimentale di Pino, cresciuto accanto a un padre che vive di espedienti e poi lasciato, perché non poteva mantenerlo, a due zie. Ma soprattutto perché in quei locali attorno al porto il piccolo Pino Daniele assorbiva i suoni che venivano da altre parti del mondo, dall’America: il blues e il funky, che in Italia fino ad allora si erano sentiti poco. Pino li avrebbe introiettati, digeriti, e avrebbe dato vita a una musica unica. Come dice un produttore nel prosieguo del film, Pino Daniele suona una musica ibrida e canta in una lingua ibrida. A qualcuno, all’inizio, non piacerà. Diranno che certe canzoni parlano male di Napoli. Che la sua musica di napoletano e di tradizionale ha ben poco. Ma da Napoli, dice lui, è passata tanta musica diversa, da tutto il mondo.
Pino Daniele è difficilissimo da interpretare
Quella musica, unica in Italia e al mondo, è la cosa che esce meglio da Je so’ pazzo. Il film ha un grande lavoro sul sonoro, i suoni si sentono distintamente e nel modo migliore, tanto che sembra, a seconda dei casi, di essere in sala di registrazione o a un concerto. Quello che non ci convince è la forma visiva. La prima cosa in un biopic è il patto che ti fa credere che quell’attore sia il personaggio che interpreta. Ora, Pino Daniele probabilmente è più difficile da interpretare di Jim Morrison, Ian Curtis, Freddie Mercury. Lo è per il suo essere schivo, sfuggente, antidivo per eccellenza. Per i mezzi toni del suo modo di esprimersi. “Io non sono il Re di niente”, come dice in un’intervista. È stato scelto di farlo interpretare da Massimo Caiazzo, un bello del nostro cinema (Mare fuori, Storia della mia famiglia), abituato finora ad altri ruoli, a cui, per ovvie ragioni, si è dovuto applicare un pesante trucco prostetico, sul volto e sul corpo. Pur riconoscendo un grande lavoro sul corpo, sull’espressione, sulla voce, il ritratto di Pino Daniele ci sembra al limite della caricatura: sia chiaro, non lo è, ma c’è il rischio che la sfiori sempre. Ma tutta la messinscena ci appare troppo carica, insistita per come mostra certi ambienti e certi caratteri. Prosatore, poi, muove troppo la macchina da presa, anche quando non serve, si attacca ai volti fino quasi a deformarli. A conti fatti, che un film con una musica così bella emozioni poco vuol dire che c’è qualcosa che non va.
Dal 1961 al 1981, un bambino che diventa leggenda
Quando si tratta di adattare una lunga storia, si sa, occorre fare delle scelte. E, partendo dal libro di Alex Daniele, il figlio, lo sceneggiatore ha scelto di puntare su un periodo ben preciso, e su una chiave ben precisa. “Quando lessi il libro di Alex Daniele, che ripercorre tutta la vita fino ai primi anni Duemila, sentii che c’era la cornice perfetta, dal bambino fino al concerto del 1981, il perfetto racconto di un personaggio che diventa leggenda” spiega il produttore Filippo Valsecchi. “La spina centrale era questo scontro con il padre e da qui è nato il film”. Anche per seguire questo filo rosso alcuni elementi della storia, ad esempio la parte legata alla superband (James Senese, Toni Esposito, Tullio De Piscopo) sono trattati, ma lasciati quasi in secondo piano. “Per fare un film su Pino Daniele andava fatta una scelta” ci ha spiegato il regista. “Ci sono tante biografie che hanno esplorato la parte musicale: abbiamo deciso di dare al film un taglio emotivo in cui la musica fosse una delle parti dell’orchestra, una corda del racconto di Pino Daniele”. Per conoscere la storia legata alla band, comunque, potete vedere il bel documentario di Marco Spagnoli e Stefano Senardi, Pino Daniele – Nero a metà.
Il rapporto con il padre
Je so’ pazzo quindi, punta sull’emotività, sul rapporto contrastato con un genitore, e facendo questo si inserisce nella classica costruzione del biopic (vedi, ad esempio, il recente Michael). E nel ruolo del padre di Pino c’è il vero gigante della storia, quel Giovanni Ludeno mai troppo celebrato, caratterista che qui assume la statura del vero antagonista della storia. “I testi di Terra mia sembrano quasi Shakespeare, e Pino aveva solo 18 anni” riflette l’attore. “Quei conflitti con la famiglia e con la città hanno fatto sì che diventasse un simile poeta”. Ci sono due scene, tra tutte, che ci hanno colpito. Una è quella in cui, in un giorno di festa, porta il figlio Pino Daniele nei bassi, in quella bisca dove giocava a carte e buttava i soldi, per esibirlo, per trovare il proprio riscatto personale: chi gli chiede soldi, chi una foto, chi di cantare una canzone. L’atra scena è a Roma, dove il genitore si presenta a sorpresa e lo troviamo a vendere i biglietti che gli ha dato il manager. Pino decide di iniziare il concerto con Uè Man, una canzone dedicata a lui, quando lo portava al porto a chiedere i ‘dollars’ agli americani. È un cerchio che si chiude. “Quando sono arrivato a Uè Man!, e alla storia che raccontava, mi sono commosso” racconta Massimiliano Caiazzo. “E ho trovato la chiave di accesso dentro questa storia. Interpretare Pino Daniele è stata una responsabilità. Ed è legata alla paura di non essere all’altezza, che è stata una compagna di viaggio quotidiana. Fino a quando mi sono accorto che è stata anch’essa una delle chiavi per entrare in questo personaggio”.
Piazza Plebiscito: chi non ha mai visto quel concerto doveva vederlo
E intorno a quel cerchio se ne chiude un altro. E anche noi torniamo a dove avevamo iniziato. Come il film sui Queen, Je so’ pazzo si chiude sul concerto più importante, quello a Piazza del Plebiscito, che è stato il suo Live Aid. “Ho aneddoti di tante persone che a quel concerto c’erano e tante altre che non c’erano mai arrivate” ha spiegato in proposito Giuseppe Ludeno. “Mi sono detto che chi non ha mai visto quel concerto doveva vederlo. Quel ‘chi non l’ha mai visto’ è stata per me la chiave di tutto. Il padre, ad esempio, è qualcuno di cui si sa poco”. A differenza di Bohemian Rhapsody, però, qui Prosatore filma solo i saluti, e poi monta un momento della vera esibizione di Daniele, dove Bryan Singer aveva optato per venti minuti di ricostruzione del set di Freddie Mercury e i suoi. Una scelta coraggiosa, e rischiosa: perché vedere subito il vero Pino Daniele dopo il suo alter ego accelera il confronto. E ci rendiamo conto che ridare vita a Pino Daniele è davvero difficile. E allora capiamo quanto Prosatore, Massimiliano Caiazzo e tutto il team siano stati coraggiosi a farlo.
di Maurizio Ermisino