È in scena vestito come un pirata postmoderno Jovanotti quando sale sul palco del Jova Beach Party, una delle sue ennesime trovate, che unisce il concerto a una festa in spiaggia, la sua anima attuale di cantautore elettronico ai suoi inizi di deejay che voleva solo far ballare la gente. È così che inizia Lorenzo – L’incredibile storia di Jovanotti, il film di Dario Zonta e Carlo Zoratti, che prova a cogliere l’anima e l’essenza dell’artista. Una cosa non facile, lo diciamo subito, vista la poliedricità di Lorenzo Cherubini, la sua natura di sfuggire alle etichette, e anche una longevità artistica che sta per toccare, ebbene sì, i 40 anni di carriera. Gli ZZ Top – così chiama Jovanotti Zonta Zoratti – provano a fare qualcosa che non sia il solito documentario celebrativo. Non ha le classiche interviste posate, non ha sovrascritte, non ha nemmeno una vera e propria voce narrante. C’è quella di Jovanotti, ma non è una vera e propria intervista, è più un flusso di coscienza che nasce dalla fiducia che si è stabilita.
La musica, un’utopia nomade
Ma qual è il segreto di Jovanotti? È difficile trovarlo, ma una chiave ce la prova a dare lui. “Da quando ho 18 anni non vivo nella realtà. Vivo in un mondo che è come la Rimini di Fellini, che non esiste ma so che c’è. A 18 anni è successa una cosa che mi ha tolto la possibilità di guardare il mondo senza essere guardato”. E allora non sai se invidiarlo o dispiacerti per lui. “La musica per me rimane un’utopia. Nella musica è tutto bellissimo. Quando la musica finisce torni nella realtà e non è così bella”. “La musica ti permette di elaborare la vita. È una macchina del tempo. È un’utopia nomade, temporanea, che dura il tempo di una canzone e di un concerto” ha spiegato Lorenzo in conferenza stampa. “Voglio costruire degli spazi che siano un’utopia. Servono a caricarsi di energia che poi ti porti dietro quando vai a scuola, quando lavori. Mi considero un entertainer: io faccio quello, ma lì dentro ci trovo un senso. Ma poi vivo nel mondo, ho una famiglia, sono un cittadino di questo Paese. Vivo nelle mie canzoni solo quando le faccio”. E che mondo vede oggi Jovanotti? “Vedo un mondo che continua a sorprenderci, stupirci, sgomentarci. C’era chi aveva scritto il libro ‘La fine della storia’ e non era finito niente. Ma cerco di affrontarlo attraverso i miei strumenti, di non debordare. Se sento una cosa che non è la mia cosa, mi blocco, mi viene la febbre”.
Racchiudere Jovanotti in 82 minuti è un miracolo
Da un lato il film di Zonta Zoratti è miracoloso: racchiudere Jovanotti in 82 minuti è una missione impossibile e ci sono riusciti. Sono stati anche molto coraggiosi: non sono caduti nella tentazione di fare un Greatest hits, di mettere dentro tutte le canzoni più famose, i suoi tanti gloriosi momenti live, in cui è un animale da palcoscenico. Da un altro lato, e questo è un paradosso, proprio un film su Jovanotti finisce a volte per non avere ritmo, per perdersi in digressioni. È pieno di cose interessanti e intense, altre ci sembra lo siano di meno. Ma è ovviamente questione di punti di vista. Zonta e Zoratti scelgono di fare un film intimista, un film che parte dalla fine, da Jova oggi, per tornare al Lorenzo bambino, ai genitori, ai suoi inizi in radio. Jova attraversa tutto con un candore unico. Ma lui preferisce usare un’altra parola. “Per me l’ingenuità è un valore che coltivo” spiega in conferenza stampa. “Il rock’n’ roll, inteso in senso universale, se perde l’ingenuità perde tutto: non esiste un r’n’r maturo, adulto. Ci piacciono i dischi sbagliati, le canzoni che sono nate come un fungo. Con i genitori fai i conti continuamente: ti tendi conto che sei come il tuo babbo, che somigli a lui, fai le stesse cose. Fai i conti con la tua mamma”.
La storia di un bambino
Questa visione di Jovanotti ci sta tutta, anche perché, come abbiamo capito, quel bambino c’è ancora oggi, anzi, Lorenzo lo è sempre di più. “Alla fine questo film racconta un bambino” commenta Lorenzo. “I registi sono stati bravi a cercare le immagini del Pinocchio di Comencini. Guardavo quel film come se guardassi me. Quel bambino io continuo ad esserlo: mi imbarazza ma sto diventando sempre di più lui. Dopo gli anni in cui volevo fare l’adulto ora sto regredendo. Sto tornando a un’infanzia in un corpo d’adulto”. “Il film mi ha commosso, ma anche disturbato e inquietato, come fanno le grandi opere. Perché metteva un punto. E a me non piacciono i punti. Da quando ho visto il film, che ha coinciso con i miei 60 anni, sento incombere la fine” scherza. “Ma è una cosa bella. È la fine di un mondo, di quel Jovanotti lì. E ora che facciamo?”
Un film emotivo sui legami affettivi
Ci sta anche che il Lorenzo – L’incredibile viaggio di Jovanotti racconti il recente incidente in bicicletta e la riabilitazione, perché è la storia del Lorenzo attuale, l’ennesima sfida. Cinematografico come tema, molto meno come formato, visto che utilizza i suoi video girati per i social media. Ma questa parte è molto insistita e toglie spazio ad altro. Che il documentario ci soddisfi o no, ovviamente, è questione di punti di vista. Proprio come un film, completamente diverso, che abbiamo visto ieri, Je so’ pazzo, su Pino Daniele, si è puntato molto sull’emotività, sui legami affettivi, e si è finito per parlare poco di musica.
La musica: Jovanotti e Rick Rubin
Per quanto ci riguarda, infatti, la parte più interessante è il lavoro sul suo ultimo disco con Rick Rubin, produttore e ‘guru’ musicale americano (ha prodotto Johnny Cash, Tom Petty, i Red Hot Chili Peppers, i Run DMC, i Beastie Boys). Il processo creativo che porta alla canzone, fatto di sottrazioni, addizioni, scomposizioni, è davvero affascinante. “Con Rick è come se mi mettessi nei guai da solo. Mette continuamente in discussione le mie idee” spiega Jova nel film. “Fa tabula rasa di tutto e accende una lucina alla volta”. È bellissimo un passaggio in cui il produttore chiede a Lorenzo. “Devi proprio metterle tutte quelle parole nella canzone? Se sono importanti troviamo una soluzione”. La cosa bella del film è che ci racconta chi è Lorenzo oggi. Uno che non vuole perdere la sua poetica, che si è sempre basata sui sogni, che non devono svanire nel momento in cui uno avanza con l’età. Uno che vuole riuscire a mantenere la luce accesa. Uno che non vuole essere per chi lo segue una parte della loro gioventù, ma qualcosa che accade adesso.
di Maurizio Ermisino