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Certo, forse il temine bias non è esattamente di uso comune, ma rappresenta quanto meno un tema di riflessione importante, se non un vero e proprio elemento di lavoro quotidiano, per chi si occupa di comunicazione.

Il bias è una forma di distorsione della valutazione causata dal pregiudizio. Secondo Wikipedia ‘la mappa mentale di una persona presenta bias laddove è condizionata da concetti precedenti non necessariamente connessi tra loro da legami logici e validi’.

Il bias rappresenta quindi un elemento costitutivo nella formazione del giudizio, pertanto può influenzare comportamenti e opinioni.

È semplice comprendere come possa essere protagonista in discipline diverse, dalla psicologia alla statistica, fino ad arrivare a quello che è l’oggetto di questo articolo: i media.

media bias ci appartengono e ci coinvolgono nella vita di tutti i giorni, quando leggiamo informazioni o riceviamo messaggi incappiamo in questi errori di valutazione in modo praticamente inconsapevole, vuoi perché l’argomento che ci induce in errore ci interessa troppo o troppo poco, vuoi per stanchezza, vuoi per superficialità. Ci lasciamo andare a giudizi che costruiamo solo sulla base della nostra esperienza personale o su preconcetti che ci appartengono per cultura o ambiente sociale.

Il bias nel quale incappiamo più di frequente è il confirmation bias, o bias di conferma, ossia il processo mentale che ci porta a cercare, selezionare, accettare e condividere solo ed esclusivamente informazioni che confermano le nostre convinzioni e posizioni.

Facciamo un esempio: oggi le discussioni su supposti effetti negativi dei vaccini sono sempre più protagoniste nei media.
Se provate a googlare ‘vaccini causa di autismo’, otterrete un output ricco di contenuti che paiono confermare la correlazione tra vaccini e autismo; questo perché l’algoritmo di Google premia, nell’indicizzazione, i contenuti coerenti alla ricerca.
Ma il lettore che già nella stringa di ricerca ha potenzialmente espresso la sua posizione sulla questione (digitando ‘vaccini causa di autismo’ in qualche modo è disposto a conoscere o riconoscere questa correlazione), ha nei risultati una conferma di quanto stava cercando. Solo che la conferma che ottiene è errata, perché la ricerca ha restituito un risultato fazioso, selezionando – tra tutti i contenuti disponibili – solo quelli coerenti alla ricerca. E contribuendo così a costruire un giudizio sbagliato, o quantomeno incompleto.

Chi incappa in confirmation bias tende a sua volta a condividere quanto ha ottenuto, alimentando la divergenza tra la realtà e la opinione parziale.

E dinamiche simili succedono a ciascuno di noi, nella vita di tutti i giorni. Vi sarà senz’altro capitato sui social di decidere di non seguire più un ‘amico’ perché i contenuti che posta vi sono diventati sgraditi; gli stessi algoritmi dei principali Social tendono a mostrarci più spesso i post degli utenti con i quali interagiamo più frequentemente. Si creano quindi vere e proprie echo chamber, vale a dire ambiti nei quali le idee di un individuo tendono a rafforzarsi con la costante ripetizione in un sistema ‘chiuso’.

È innegabile che siamo alla ricerca continua e costante di conferme che rassicurino e avvalorino le nostre opinioni. Il mondo dei Social sembra una macchina perfetta per soddisfare questo bisogno: un ambiente virtuale apparentemente aperto e inclusivo, che però – quando manca un’educazione al fact checking e un approccio consapevole al mezzo – corre il serio rischio di trasformarsi in un sistema chiuso che genera e rafforza convinzioni errate.

Ogni comunicatore ha il dovere di conoscere e approfondire queste tematiche per poter affrontare la quotidianità del proprio lavoro con i giusti strumenti e la sensibilità più corretta.










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