Youmark

Paolo Monico: dai successi del cortometraggio ‘The Mother’ al lavoro per realizzarne un film. Sottolineando quanto la pubblicità conti. E sia alchimia di squadra. Ma tutto il mondo è paese e non sempre funziona così. Poche donne alla regia? Date un occhio al report del Directors Guild of America (DGA). C’è molto da fare

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Perché il cortometraggio è importante ai fini del tuo obiettivo di produrre un lungometraggio?
“The Mother è di fatto una storia che sta in piedi sulle sue gambe. Inizia e si conclude negli 11 minuti del corto. Ma per me è anche uno strumento di ‘vendita’ per il progetto dell’omonimo lungometraggio che sto scrivendo in queste settimane. Il tema, il tono, i personaggi e l’estetica del lungo saranno essenzialmente gli stessi del corto e questo fa sì che sia più facile far capire quale possa essere il potenziale del film quando si va a bussare alla porta di produttori, attori ed eventuali finanziatori che potrebbero essere interessati a far parte del progetto. E’ un modo per rassicurarli sulle tue capacità di sviluppare e gestire una storia e di lavorare con gli attori, soprattutto se, come me, provieni dal mondo della pubblicità e del videoclip, realtà molto diverse da quelle cinematografiche”.

Che tipo di distribuzione hanno i corti. Vedremo The Mother in Italia?
“Ci sono canali televisivi che comprano interi pacchetti di corti. C’è il web, con youtube, Vimeo e diversi websites come shortoftheweek.com. Ma la strada dei festival rimane per me quella più interessante. Forse perché in quell’arena incontro e mi confronto con altri filmmaker, alcuni di grandissimo talento, guardo i loro film, ce ne sono di straordinari, e vedo che tutti, bene o male, lottano e combattono contro gli stessi ostacoli che incontro io quotidianamente. Comunque, in pochi mesi, The Mother è stato preso in 7 festival e nel 2016 spero di aggiungere al nostro palmarès uno italiano. Rhode Island International Film Festival; LA Shorts; Heartland Film Festival; San Jose Short Film Festival; River’s Edge International Film Festival; Columbus International Film & TV Festival; + uno canadese, ancora non ufficializzabile”.

Vivi da parecchio tempo a New York. In Italia, per la pubblicità gli ultimi due lavori da te girati, almeno per quanto ci risulta, sono stati Vodafone Pinguino con Filmmaster Productions e il film Levissima con The Family. Qual è il tuo giudizio sul livello delle produzioni nostrane?
“Vivo a Brooklyn da 9 anni. Il livello delle produzioni italiane è secondo me allineato con quello delle produzioni straniere. Ci sono spot belli e brutti dappertutto. Il livello qualitativo delle nostre agenzie, delle nostre strutture produttive e post-produttive non ha niente da invidiare a quelle degli altri paesi”.

Da sempre qui si discute sul perché il nostro sistema involve anziché evolvere. Tutti lo dicono, spesso accusandosi reciprocamente, ma senza che nessuno si assuma esplicitamente delle responsabilità, provvedendo ad agire di conseguenza. Secondo te, che ormai conosci bene il costrutto di mercati dinamici ed evoluti come quello Usa, dove sta l’inghippo?
“Non è facile dire dove si inceppi l’ingranaggio. Dipende sempre dalle singole situazioni. Ma forse, se c’è un elemento che spesso viene trascurato nell’intero processo è quello del tempo. A volte non ci prendiamo il tempo che serve per far bene le cose. Ma, anche in questo caso, sto notando che non è una prerogativa solo Italiana”.

Quali sono i tuoi prossimi programmi-progetti professionali?
“Voglio continuare a lavorare in pubblicità finché produttori e creativi vedranno in me un valido collaboratore. Dico cosí perché per me la pubblicità è essenzialmente un lavoro di squadra. Lo penso davvero. Come regista sai bene che l’idea non è tua e la comunicazione è studiata in modo meticoloso su livelli differenti da quelli squisitamente creativi. Tu entri in scena all’ultimo momento, giustamente inconsapevole di ciò che è successo fino a quel momento e in quella fase è fondamentale sapere ascoltare prima di dire la tua e indicare, in modo inequivocabile, quale sia la tua direzione e la tua visione. Ma, se manca la consapevolezza di far parte di una squadra e si fa fatica ad accettare questa realtà, tutto diventa più difficile”.

Nell’era del video ‘padrone’ ha senso immaginare che le case di produzione saranno nel prossimo futuro agenzie a tutto tondo, a servizio completo, capaci di risolvere dalla a alla z le esigenze comunicative di brand, servizi, aziende? Ad esempio, negli Usa, come sono organizzate le realtà oggi più creativamente dinamiche e convincenti?
“Qualcuno si è già organizzato per creare contenuti, con vari risultati, più o meno positivi. E’ una strategia interessante e può essere estremamente stimolante dal punto di vista creativo, ma non credo sia una formula che possa funzionare per tutti. Alcuni clienti hanno bisogno di realtà articolate e strutturate che siano preparate ad affrontare le richieste più disparate e che conoscano il mondo della comunicazione più di quanto conoscano quello della produzione. I due termini, forse non a caso, non sono sinonimi”.

Infine, Youmark è stato sensibilizzato da alcune registe italiane a collaborare nell’edizione 2015 di IF! Italians Festival a un incontro sul tema delle poche donne alla regia e delle poche produzioni con registe donne, fatto salvo settori tipo pannolini & C. E’ così ovunque, ossia la regia ha comunque l’articolo ‘IL’ o trattasi di retaggio marcatamente italiano?
“La regia non può avere articolo. E’ una brutta storia antica, non solo italiana, che personalmente trovo insopportabile. Il guild di cui faccio parte, il DGA, sta combattendo da anni una lotta quasi personale a proposito di gender e diversity. Ci si arriverà. E se a qualche dinosauro la cosa farà storcere il naso, peggio per lui. O per lei”.

Tornando a ‘The Mother’, quale la trama?
“La storia è ispirata alla vita di mio padre, Sandro, morto nel 2002 per un di mesotelioma pleurico, una rara forma di cancro causata dall’amianto. Strano, ma vero, mio padre, che era un semplice impiegato di una grande azienda, non ha mai lavorato con l’amianto. Pur sapendo che nell’edificio c’era l’amianto, non siamo mai riusciti a dimostrare che sia stato quell’amianto ad ucciderlo”.

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