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Opinioni. Edoardo Caprino, Bovindo: “L’importante è non smettere di pensare. Che il ‘nulla sarà più come prima’ non diventi ineluttabile resa. Restiamo umani, quindi noi stessi. Non prodotti digitali”

‘Nulla sarà più come prima’. E’ il ritornello che accompagna queste giornate di blocco e quarantena. In poco tempo siamo passati dal ‘andrà tutto bene’, ai balconi in festa alle diciotto,  alla cupa sensazione che non torneremo alle nostre vite. Bene se le accortezze e i distanziamenti saranno per un tempo determinato – in attesa che il benedetto vaccino venga trovato – ma in quelle parole – ‘nulla sarà più come prima’ – risuonano sinistri ricordi. Sembra di cogliere, in molti, una cupa arrendevolezza rispetto a un inevitabile cambio di paradigma della nostra vita; tutto questo si vive in una tipica ‘bolla’ di indeterminatezza data da una completa assenza di dati certi e univoci. Gli stessi esperti – virologi e infettivologi ormai padroni consapevoli della scena mediatica – presentano numeri e valutazioni che spesso e volentieri suonano in contraddizione l’uno con l’altro. Mancano certezze sul futuro e non è la prima volta che ciò avviene nella storia dell’umana civiltà. Ma quello che più appare all’orizzonte, e deve far riflettere, è il rischio di un adagiarsi rispetto all’inevitabile. Ci confortiamo delle moderne tecnologie pensando che attraverso una call via Zoom o Skype si possa ovviare a viaggi e missioni; improvvisamente anche il più arcigno avversario di Greta Thunberg sembra ormai un convinto assertore del ‘meno spostamenti, più collegamenti’. Sicuramente in un recente passato si è forse abusato con le missioni per lavoro, ma alla base – rispetto ai tanto decantati paesi nordici e asiatici – vi è una differenza fondamentale. Noi italiani – con gli spagnoli, i portoghesi, i francesi e i greci – siamo mediterranei. E’ nel nostro dna l’incontro, l’abbraccio, il confronto, il gesticolare mentre presentiamo un argomento. Siamo così da sempre ed è il nostro bello. Altri – più freddi e riservati – trovano nelle riunioni via skype il mezzo per mantenere le distanze che tanto apprezzano. Molti tra noi sono passati dall’iniziale fascino della novità delle call in video da casa a una malcelata sopportazione di questo strumento. Qualcuno comincia ad accampare problemi con la rete per evitare di mostrare il viso e mantenere il solo audio. Il più autentico in queste giornate di obbligata clausura è apparso Massimo Cacciari; il professore non si è vergognato di andar di matto nel parlare della sua reclusione, della sua incapacità a lavorare, a concentrarsi. E’ andato oltre il politically correct che impone di non lamentarsi perché questa quarantena è per il bene di tutti. Si certo, e nessuno lo mette in dubbio. Ma la lamentela, sacrosanta, è sempre parte del dna di noi mediterranei. Si parla continuamente di ‘cambio delle nostre vite’ con l’ipotesi di ribaltare – per sempre? –  teatri, auditorium e forse anche Chiese; al contempo è previsto che nell’estate del corrente anno  avverranno in Europa i test sull’uomo del vaccino contro il coronavirus, cosa tra l’altro già avviata negli Stati Uniti. Forse ci vorranno mesi per avere una risposta positiva rispetto alle prove, ma tutto questo deve portare a uno stravolgimento radicale dei nostri costumi? Dobbiamo mettere in discussione per sempre -ripeto per sempre – l’allegra prossimità che si vive in un bar, in un pub, a teatro o al cinema? Dobbiamo abituarci per sempre – ripeto per sempre – a viaggi distanziati, a una sorta di auto-decrescita infelice che ci porterà a tagliare vacanze e spostamenti di lavoro? Si badi bene – lo si ripete ancora una volta – non è la messa in discussione delle attuali disposizioni. E’ la valutazione di una mentalità, di un modus operandi che sta prendendo piede. ‘Nulla sarà più come prima’ – passi la boutade – era frase che si era abituati a leggere e sentire in occasione di un ribaltamento di governo in qualche paese passato dalla democrazia alla dittatura. Ecco quindi, tornando a quanto si diceva all’inizio, il sinistro ricordo. Ci stiamo abituando a questa frase senza ‘combatterla’; ci viene ripetuta da esperti e autorità e ci stiamo abituando o, meglio, assuefacendo. Ci stiamo abituando alla possibile invasione della privacy – per carità per un bene supremo come la tutela della salute – attraverso app. Ma con quale limite? Per quanto tempo? E dopo la fine della crisi? Stiamo sempre più diventando ‘schiavi’ del digitale che già prima ci scrutava e ci conosceva. Inizialmente lo faceva per biechi motivi commerciali, per presentarci prodotti di nostro potenziale interesse e per incentivare l’acquisto. Ora per controllare – per fin di bene, ovvio – i nostri spostamenti e i nostri contatti.  E siamo proprio certi che alla fine della crisi generata dal coronavirus non ci saremo assuefatti a questa condizione? A una sorta di auto – limitazione accettata e allo stesso tempo subita. Gli stati d’eccezione sono sempre pericolosi. Lo possono essere riguardo a chi ne è a capo; lo sono al contempo rispetto a chi subisce queste decisioni con passività, senza criticità. Che non vuol dire ribellione ma pretesa, questo sì, di voler ritornare al più presto al ‘come eravamo prima’. Non è follia, è solo volontà di rimanere umani e quindi noi stessi. Umani e non prodotti digitali.

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