Youmark

Karim Bartoletti: a proposito di ‘l’Italia rinasce da un fiore’… a me piace. E’ un progetto giusto. Serviva un’archistar, serviva creare semplicità, era necessario calarsi nella mentalità degli italiani. E la comunicazione? A noi di youmark, avendo letto, viene solo da porre domanda alla domanda: ha quindi bisogno di star che non ha più per essere rilevante?

“PREMESSA:

Scrivo questo post non come Consigliere delle Associazioni delle quali faccio parte, ma come Karim Bartoletti, creativo, produttore, professionista del mondo della comunicazione, manager di una società e soprattutto, uno che non capisce

SIAMO ONESTI:

Intervengo in questa non-polemica (infatti mi sembra che si sia alzato non piu’ di un brusio di polemica intorno a questa operazione nel tentativo di istigare un grido popolare) perché a me, personalmente, l’operazione della Primula di Boeri, per quanto non perfetta piace abbastanza da essere difesa sia nel suo pensiero architettonico che nel suo pensiero di comunicazione. Perchè per me il progetto NON è prettamente – o solamente – un progetto di comunicazione.

Zoomiamo indietro per un secondo, fuori dal nostro comparto, lontani dal nostro orto, distanti dai nostri lamenti – al limite del rosicone, e guardiamo questa operazione dal punto di vista di quello che dobbiamo fare, di quali problematiche dobbiamo gestire e di quali regole – facili – dobbiamo instaurare per portare milioni e milioni di persone a farsi vaccinare in una Italia che svicola e si lamenta e non si fida e ha paura e trova ogni scusa individuale per non partecipare ai progetti comuni.

In quest’Italia ci sono quelli che vogliono vaccinarsi, quelli che non sanno se vogliono vaccinarsi e lo fanno solo se è ‘semplice’ e viene messa davanti ai piedi l’opportunità di farlo e quelli che non vogliono vaccinarsi affatto e che forse, magari, a un certo momento, cambiano idea vedendo la massa che si vaccina davanti ai propri occhi o sentendo Sallusti in TV che dice che si è vaccinato pure lui.

A queste persone – quelli nel mondo del ‘sì’, del ‘forse’ e del ‘no’ – va messo davanti agli occhi un racconto semplice che possa essere riconoscibile, comprensibile, omogeneo per tutto il paese, e facile – da trovare, da raccontare, da fruire, da usare, da condividere, da vivere.

L’operazione della Primula che già come scelta floreale ha dentro di se uno storytelling, che già come scelta di logo riconoscibile – composta da 5 cuori –  è già intrisa di quella empatia necessaria per ammorbidire gli animi, e che giàcon la volontà di farle ‘sbocciare’ nelle piazze in giro per il paese ha dentro la coscienza logistica/produttiva mi sembra GIUSTA, corretta, abbastanza coerente.

E’ perfetta? NO non è perfetta, ha i suoi difetti, è argomentabile, è criticabile in alcune sue parti, ma un’operazione progettuale che ha come ‘target’ più di 40 milioni di persone, tutta l’Italia, tutti quelli di età, sesso, strato sociale, cultura regionale, pensiero personale, livello culturale e economico diverso, non potrà mai essere ‘perfetta’. E va bene così.

Perchè fare polemica su una cosa che, a grandi linee, con diversi livelli di ‘imperfezione’, è GIUSTA?

La ‘giustezza’ del progetto, se mai lo si farà nel modo in cui ci è stato raccontato, non sembra essere peggio di tutte le critiche e i lamenti che gli si potrebbero additare.

‘BOERI non e’ stato pagato per il suo apporto creativo’

Eh sì, giusto. Ci mancherebbe. Tutti noi avremmo lavorato gratis per ‘aiutare il paese’ e per ‘valorizzare noi stessi’. E’ una situazione give and take. Il governo approfitta del nome di Boeri e Boeri espande il proprio nome. E poi, fare lavori pro-bono fa parte del nostro lavoro, non è un eccezione fuori dal mondo al quale puntare il dito. Davvero pensiamo che il governo avrebbe dovuto fare un bando di gara, per farvi partecipare il mondo della comunicazione e per poi scegliere il progetto migliore? Quanto tempo ci sarebbe voluto per farlo così? Davvero crediamo che quella ‘storia’, questo ‘storytelling’ più democratico ed inclusivo, sarebbe stato meglio del progetto di Boeri? Davvero crediamo che non ci sarebbero state polemiche sul progetto che poi avrebbe vinto? Davvero?

“Lo STUDIO BOERI non è un’agenzia di comunicazione? Non è un’agenzia creativa?”

E’ vero che lo studio Boeri, ma siamo logici, da un lato questo non è SOLO un progetto di comunicazione, è un operazione di logistica, di sanità, di distribuzione delle masse, di creazione di un movimento sociale, e di tante altre difficoltà tutte ‘assembrate’ in un progetto solo. Inoltre, chi pensa che uno studio di architettura di un’archistar e il mondo di comunicazione creato dall’archistar stessa non siano legati alla comunicazione e alle PR, si sbaglia. Soprattutto oggi. Soprattutto nel mondo in cui viviamo. Non possiamo non essere consci di come si siano contaminati i mondi, i modelli, i business. Non possiamo non aver visto che i negozi della Apple disegnati dallo studio di architettura di Sir Norman Foster comunicano Apple tanto quando gli spot dell’iPhone che vediamo in TV o non possiamo non pensare che il nuovo ponte Morandi ‘regalato’ – giustamente – da Renzo Piano alla propria città non sia una bellissima storia di emozione personale e di storytelling di comunicazione. Un’archistar è capace di venderti un palazzo pieno di alberi e riesce a raccontarci intorno una storia, un’ archistar deve essere molto conscia della forza comunicativa che ha il proprio nome, i progetti che firma, e la storia che lui/lei e il studio racconta. In un mondo in cui e’ tutto contaminato non possiamo pensare che lo Studio Boeri stia valicando un confine che non avrebbe mai dovuto valicare.

Ma perche’ non siamo stati interpellati noi che facciamo comunicazione?

Non siamo stati interpellati perche’ noi non siamo considerati ‘un comparto’ da interpellare. Non siamo come i pubblicitari in Brasile che fanno parte della cultura societarie e quindi tutti – e dico tutti…anche la casalinga di Parati – sanno chi e’ Marcelo Serpa e Washington Oliveto. Valichiamo i nostri confini lamentosi di professionisti della pubblicità  e proviamo a metterci nelle scarpe di un governo che vuole essere veloce, comunicativo, notiziabile, con una storia da raccontare. Possiamo criticare se il primo numero che avremo fatto sarebbe stato quello di Boeri o di De Luchi o di Renzo Piano, ma siamo onesti, NOI stessi al loro posto non avremmo chiamato un pubblicitario o un’associazione di pubblicitari perché sullo speed-dial del telefonino del ministro non ci siamo noi della pubblicità, della comunicazione, degli eventi. Nessuno di noi, onestamente, avrebbe ‘l’audience’ e la notiziabilità che un’operazione come questa necessiterebbe. Siamo onesti nel pensare che se mia Zia, il mio vicino di casa, la casalinga di Voghera, avesse sentito che il progetto della primula l’avesse concettualizzato il gruppo WPP o PUBLICIS o la TALE AGENZIA o TALE NETWORK o TALE CREATIVO/A ci avrebbero riconosciuti?

Se fossimo nell’Italia degli anni 60 il governo avrebbe chiamato Armando Testa, perché anche se non conosci Armando Testa almeno puoi dire che e’ la persona che sta dietro a Carmencita, all’ippopotamo di Lines e al logo di Punt e Mes….allo stesso modo in cui oggi a quelli che non conoscono Boeri puoi dire che è l’architetto del Bosco Verticale.

Non voglio minimizzare il lavoro che tutti noi che facciamo comunicazione e che lavoriamo in questo comparto importante per questo paese stiamo facendo per ‘validarCi’ davanti al paese, davanti alle istituzioni, davanti al racconto legato all’importanza di quello che facciamo tutti i giorni per noi, i nostri clienti e il pubblico fra cui c’è la casalinga di Voghera, ma èproprio la casalinga di Voghera che non ci conosce e quindi se io dovessi fare una campagna di sensibilizzazione, di vendita, di attrazione verso la vaccinazione nelle piazze d’Italia non ho dubbi che chiamerei uno come Boeri prima di chiamare qualsiasi delle nostre entità sia singole che associative. Almeno oggi è così e dobbiamo essere consci di questo.

Ma perchè non usiamo i teatri e i cinema e gli spazi vuoti?

Ma sapete cosa vorrebbe dire far passare migliaia di persone alla settimana in un cinema nel quale bisogna trovare non solo il modo perfetto di entrare ed uscire per evitare assembramenti, ma anche trovare il  modo di tenere dei frigoriferi per i vaccini, luoghi di sanificazione dei materiali, posti di passaggio per le persone e non so cos’altro? Ma sapete cosa vuol dire sanificare tutto un cinema tutte le mattine e tutte le sere per far si che tutti gli spazi siano igienizzati e messi in sicurezza? Io credo che uniformare il progetto e il processo possa solo aiutare a fare in modo che se bisogna costruire centinaia di ‘Primule’ in centinaia di piazze non ci si debba incastrare nelle specificità individuali delle centinaia di spazi e centinaia di luoghi tutti diversi e tutti da scoutare e capire e riempire singolarmente, invece che sistematicamente con un progetto che vale, uguale, per tutti i centri d’Italia. Vaccinare decine di milioni di persone non è una cosa facilissima da un punto di vista logistico produttivo e di ‘crowd control’ e la facilità con la quale viene svolto il progetto sul territorio deve evitare intoppi che ci saranno sempre.

Ma i tedeschi vaccinano nei luoghi pubblici, perchè noi no?

Oltre a tutto quello detto in precedenza sull’argomento location, bisogna essere onesti sul fatto che gli Italiani non sono tedeschi e per quanto le generalizzazioni non le ami tanto, credo che generalmente possiamo essere tutti d’accordo che culturalmente i tedeschi siano più ligi alle leggi, più ‘corretti’ socialmente e meno individualisti e meno pronti a mettere il lamento e la sfiducia verso le istituzioni che noi Italiani abbiamo geneticamente per default nel nostro DNA alla nascita. Se i tedeschi hanno aperto le palestre e i posti pubblici per le vaccinazioni, è perché i tedeschi si sbatteranno per trovare dove andare a vaccinarsi per seguire le regole. Noi dobbiamo portarle di  peso le persone a farsi vaccinare e non c’è altro modo che rendere il tutto semplice, in modo che ì da trovare, per far si che la gente ci sbatta la faccia e non abbia scuse perché gliela si costruisce nel punto di passaggio, di ritrovo, di svago, il punto che culturalmente e tradizionalmente è al centro delle città e al centro della nostra tradizione di urbanistica sociale e culturale: LE PIAZZE.  C’è l’approccio NO BULLSHIT alla base del progetto, non devi neanche cercarlo il posto dove ti devi vaccinare perchè io te lo costruisco davanti agli occhi e tu non puoi fare a meno di vederlo. Questo per rendere facile a quelli che vogliono vaccinarsi trovarlo, per quelli non sanno se si vaccineranno a vederselo davanti agli occhi, e quelli che non vogliono vaccinarsi, forse, cambiare idea. Questo è architettura e comunicazione no? “.

Karim Bartoletti, INDIANA PRODUCTION (aka INDIANA).

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