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Domande tra il serio e il faceto per creativi contemporanei. Sergio Spaccavento: sono un creativo schizofrenico. Non ho mai creduto nelle etichette. Oggi mancano tempo per pensare e concretezza. La creatività senza piedi per terra difficilmente vede luce. Le gare a progetto hanno distrutto la fiducia

Sergio Spaccavento ECD CONVERSION.

Dovendo usare una cosa, un animale, un luogo per descriverti, quale? 

“Senza ombra di dubbio un bardigiotto, non solo per lo zootropia umanizzata tipica della silhuotte lapalissiana ma anche perché non so assolutamente cosa sia, e per questo mi astengo dal conoscermi e dal paragonarmi a qualsiasi termine”.

 Cannes è ancora il non plus ultra della creatività in comunicazione, o sei d’accordo tocchi al Ces?

“E’ da un po’ di tempo che blatero dicendo che esistono fior fiore di festival ed eventi alternativi capaci di premiare la qualità creativa in ogni materia e settore, scappando dalle logiche dei network e della pubblicità. Quindi ben venga il Ces e il South by South West, giusto per citarne due”.

Che tipo di creativo sei?

“Schizofrenico. Non ho mai creduto nelle etichette: art director, copywriter, artista, sniper, sono mura di plastica che non ti permettono di pensare libero”.

Caffè, cappuccino, the o centrifuga?

“Caffè americano, ogni mattina ne preparo uno con cannella e chiodi di garofano che sorseggio in ufficio dandomi un tono e immaginando di essere nella redazione di un quotidiano americano alla ricerca di un Pulitzer”.

Meglio vincere o partecipare?

“Se si sceglie di partecipare l’unico obiettivo è vincere, ma a volte il valore non è riconosciuto per motivi che esulano dalla giustizia, l’importante è essere a posto con la coscienza, anzi no, vincere è meglio”.

Nei reparti creativi oggi manca? 

“Il tempo per pensare e la concretezza. Ci si dimentica che un progetto deve prima di tutto essere fattibile e funzionare per il committente, la creatività senza piedi per terra difficilmente vedrà la luce”.

L’era in cui vorresti rinascere?

“Negli anni ’80, dove i pubblicitari erano più pagati e soprattutto più rispettati come consulenti. Le gare a progetto hanno distrutto la fiducia che può portare ai lavori più coraggiosi e vincenti”.

Il brand per cui lavoreresti gratis?

“Nessuno, questo è un lavoro e come tale va rispettato, il problema è che spesso coincide con la passione o con il desiderio di apparire e vedersi premiati, per questo a volte si lavora gratis o si chiedono meno denari per fare qualcosa candidabile ai festival, ma a mio parere dovrebbe essere esattamente il contrario, bisognerebbe essere pagati di più per fare un lavoro outstanding, perché in quel caso a guadagnarci sono tutti, brand compreso”.

Il social che elimineresti?

“Nessuno, quelli vivi sono stati scelti dalla massa delle persone che hanno trovato un valore contemporaneo, e ogni mio giudizio sarebbe soggettivo e incauto perché contro il popolo degli utenti”.

Film preferito?

“Il prossimo che scriverò, o forse quello dopo”.

L’ad da sogno?

“Ovviamente Alberto Rossi, di Conversion, considerato che l’intervista è pubblica”.

Network o indipendente?

“Domanda un po’ troppo larga, dipende per chi, dove, come, quando e con quali obiettivi.  Sicuramente, oggi, gli indipendenti hanno le stesse possibilità di un network e lo stanno dimostrando”.

Se creatività è la creatività, ossia femminile, ha un senso?

“Certo, la pro-creazione è donna, è lei che crea il miracolo della vita, e i processi creativi sono umani, senza distinzione di sesso, ma il nostro settore a volte non lo riconosce”.

La cosa che proprio non ti va giù? 

“Le consultazioni finte o gestite con leggerezza e maleducazione”.

Nei panni di chi cambieresti di più il mondo? 

“Jeff Bezos, il creatore di Amazon da stimare (e invidiare) per piglio imprenditoriale, creatività e intelligenza”.

Cosa ti piace di più di te e cosa detesti?

“Mi piace essere appassionato in tutto quello che faccio, ma a volte lo detesto perché do troppa importanza a ogni cosa”.

Quanto conta quello che si è nel lavoro che si produce?

“Tanto, un creativo proficuo è una persona sensibile che guarda il mondo attraverso una lente particolare ed è capace di raccontare le storie universali”.

La domanda più stupida di quelle che ti ho fatto? 

“Questa, perché non esistono domande stupide, ma solo risposte noiose”.

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