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Un nuovo ‘unicorn’ sta entrando nel modo del digital audio. È Clubhouse, il social network fatto solo di parole, accessibile su invito e disponibile soltanto per gli iPhone

Un’altra novità nel grande mondo del digital audio: quando tutta l’attenzione del mercato sembrava concentrasi sul podcast, la rivincita avviene invece su un social network. In realtà Clubhouse, questo è il nome del social, ha già quasi 10 mesi di vita, ma è in questo ‘pazzo’ inizio 2021, quando tutto sembra possibile, come la saga di Reddit e Gamestop, che ha iniziato il decollo per affermarsi.

Decollo di numeri, due milioni di membri che sono pochi solo in raffronto con i giganti del comparto, e decollo di investimenti, con gli ultimi 100 milioni di dollari versati a metà gennaio dal fondo di venture capitalism Andreessen Horowiz, che ha portato il network a una valutazione post money, come scrivono ‘quelli che si esprimono correttamente’, superiore al miliardo di dollari. Siamo dunque di fronte a un altro unicorn, definizione forse un po’ passata di moda ma che mantiene un sicuro appeal. E la crescita è stata davvero rapida se il precedente finanziamento, ricevuto dallo stesso fondo, era stato di soli 12 milioni di dollari, a maggio dello scorso anno, solo un mese dopo la sua creazione a opera di Paul Davison e Rohan Seth, già ingegneri di Pinterest e Google.

La particolarità di Clubhouse è di essere incentrato interamente sulle chat vocali: i suoi utenti possono chiacchierare, raccontare storie, stringere amicizie e incontrare nuove persone tramite la propria voce senza la necessità di pubblicare immagini, video o testi. Al momento è disponibile solo per gli utilizzatori di iPhone, cosa che non disturba in ottica statunitense, perché in questo modo si copre oltre la metà, quella più benestante, del mercato nazionale, ma il passaggio ad Android diventa un obbligo se si vogliono conquistare altri paesi. E in effetti sulla versione per Android si sta lavorando, anche se non ci sono ancora effettive informazioni circa la data del release. Comunque, su App Store la versione italiana è già disponibile, anche se la diffusione per forza di cose, è limitata.

Perché, ed è questa una spiegazione del successo negli USA, per entrare nel social network audio non basta scaricare la app e registrarsi: occorre essere invitati da qualcuno che è già membro: solo a quel punto sarà possibile inserire nome, cognome, numero di telefono e username e iniziare a partecipare alle conversazioni. Ovviamente è per il momento necessaria una buona padronanza dell’inglese, perché non solo l’app non ha ancora implementato altre lingue di navigazione, ma è frequentata in larghissima parte da utenti anglofoni. Entrambi aspetti comunque destinati a cambiare nei prossimi mesi, in parallelo alla sua ulteriore diffusione globale

Negli USA la penetrazione è stata rapida ed esplosiva, nonostante – o forse a causa – della necessità di essere invitati a farne parte, e oggi personalità come Drake, Oprah Winfrey e Jared Leto sono tra i partecipanti, oltre a un numero crescente di giornalisti e di personaggi televisivi: l’effetto traino è assicurato, pur in assenza dei consueti influencer e di belle ragazze fotografate in località esotiche.

Rilevante anche l’assenza delle aziende e degli sponsor, che dovrebbe assicurare una presenza non ‘inquinata’ da strategie di marketing e da brand in cerca di visibilità.

Clubhouse è molto diverso da qualsiasi social network che sia mai esistito e in questo momento, in cui molte persone hanno molto ridotto la propria vita sociale, una piattaforma vocale può trovare terreno fertile. Inoltre vi si seguono le singole persone, proprio come in un social network e questo aiuta a creare un rapporto anche se, per ora, il rischio dell’autoreferenzialità è elevato: si va su Clubhouse per parlare di Clubhouse, in altre parole.

Ma questa fase sta velocemente scomparendo, trainata anche dall’algoritmo che segnala a tutti dove si parla dei propri argomenti preferiti o prescelti all’atto dell’iscrizione: tali stanze possono essere Open, ovvero aperte a chiunque; Social, solo per chi segue l’argomento centrale della stanza stessa, e Closed, ovvero riservato alle persone invitate, una selezione ulteriore della già presente selezione all’ingresso.

All’interno, rigorosamente in diretta, ci saranno dei moderatori (scelti tra i partecipanti) che potranno scegliere a chi dare la parola. Si può disattivare il proprio microfono e se si vuole parlare c’è un tasto per ‘alzare la mano’, proprio come in Zoom o Meet, o un altro dei sistemi di videoconferenza che hanno sostenuto l’home working e la DAD durante la pandemia.

Nella stanza non si può effettuare alcuna registrazione delle conversazioni, o porre in essere alcun collegamento con sistemi esterni, a protezione della privacy di tutti; questo lascia però il compito della moderazione ‘live’ di eventuali contenuti politicamente non corretti sulle spalle – piuttosto esigue per ora – dei moderatori di Clubhouse. Abbiamo già visto come basti un nulla per scatenare diatribe e decisioni di imperio che possono essere non condivise dai partecipanti: in un mondo perfetto non succederebbe, ma questa è la Terra.

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