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La rivincita dei nano-influencer: l’influencer marketing in bilico. E stanno arrivando i podcast

Dopo la notizia che anche in Italia, dopo il Canada, il numero dei like su Instagram sarebbe stata oscurata, è arrivata una spiegazione più dettagliata di ciò che è stato fatto. Si tratta, come spiegato sia dell’inizio, di un test, e i like sono stati oscurato solo su un numero limitato di utenti. Per ora va rilevato che, nonostante le immotivate preoccupazioni di Chiara Ferragni, che da Tokyo ha indagato subito circa la visibilità dei suoi like, nessuno delle più note influencer italiane, da Elisabetta Canalis a Maddalena Corvaglia, a Diana del Bufalo, è stata coinvolta nel test.

L’ obiettivo ufficiale, comunque, mira è rendere Instagram una piattaforma più democratica e accogliente, almeno secondo le dichiarazioni di Tara Hopkins, a capo delle politiche pubbliche del social network nell’area Emea (Europa, Medioriente e Africa): “Instagram è (o dovrebbe essere, ndr) un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimere se stessi. Ciò significa aiutare le persone a porre l’ attenzione su foto e video condivisi e non su quanti like ricevono”.
Con questa mossa, inoltre, Instagram tenterà di estirpare il fenomeno della compravendita di like e follower, già ben presenta sul social network(come su Facebook). Che ci riesca davvero sarà da vedere: diciamo che gli interessi di Instagram e degli influenecer si vanno divaricando, con i brand che spendono più per gli sponsored post e (in teoria) meno per le loro pagine ufficiali.

Ma il punto focale è che gli #sponsored post, i contenuti sponsorizzati o pubblicitari non sembrerebbero funzionare più nella misura attesa. Fra i travel influencer, per esempio, tipicamente quelli di maggior successo con i loro affascinanti giri del mondo che non finiscono mai e i panorami mozzafiato pubblicati a cadenza quotidiana, quel tasso è sceso al 4,5% dall’8% del 2018. Un calo drastico, e non manca di certo che si domanda se – e fino a quando – valga la pena di sussidiare gli influencer per il loro apporto alla brand awareness.

La notizie che arrivano dai mercati più avanzati, Usa e UK, al riguardo fanno pensare. Escludiamo dal ragionamento i super influencer, quelli da milioni (o decine di milioni) di follower, che fanno storia a sé per gli importi in gioco, e guardiamo invece ai cosiddetti “power influencer” con un seguito tra i 30.000 e le 500.000 persone. Secondo la ricerca svolta da Klear, una piattaforma per influencer, un post su YouTube pubblicato da questi ultimi, viene retribuito in media 782 dollari, e 775 dollari per un video su Instagram. Prendendo invece in considerazione i nano-influencer (da 500 a 5.000 seguaci) i prezzi scendono a 315 dollari per un video su YouTube, 114 dollari per un video su instagram e poi giù fino 43 dollari per una Story.
Il punto è sempre il ROI di tale azione, difficile da calcolare, ma il report Econsultancy ha rilevato che già il 56% dei marketer degli Stati Uniti e del Regno Unito stanno già lavorando con i nano-influencer perché il loro rendimento è più cost-effective di quello dei grandi.

Senza contare che il podcast è il nuovo trend da esplorare nel mondo social: i contenuti audio vengo scelti da chi è realmente interessato all’argomento, e si stanno moltiplicando le occasioni di fruizioni. La fiducia che si stabilisce tra l’autore del podcast e chi lo ascolta è un nuova frontiera dell’influencer marketing, suscettibile di futuri sviluppi. Dopo le foto, dopo i video, arrivano gli audio da ascoltare quando si vuole? Brandizzati dalla grandi marche?

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