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Facebook sulla graticola del Senato USA: audizione di Frances Haugen, la gola profonda del NYT. Tutto il mondo dei tech giant è in fibrillazione

Passato in cavalleria il down che lunedì ha colpito tutto il gruppo Facebook (Facebook, Instagram e Whatsapp), restano molto vive le polemiche, arrivate anche al Congresso USA, su come viene gestito questo enorme potere, che alla fine ai social arriva dai miliardi di iscritti. Ma a questo punto del racconto è opportuno separare la cronaca degli eventi da una riflessione più complessiva.

Ieri è stata convocata da una commissione del Senato USA, presieduta dal senatore Richard Blumenthal, la ‘gola profonda’ che ha fatto scoppiare il caso con la documentazione ‘trafugata’ dall’interno del Gruppo. L’ex product manager di Facebook, Frances Haugen, lasciata l’azienda, ha infatti deciso di denunciarne i comportamenti nocivi, prima consegnando al New York Times documenti interni che dimostrerebbero la consapevolezza da parte del gigante dei social media dei danni che provoca ai suoi utenti (soprattutto ai più giovani), poi esponendosi in prima persona davanti alle telecamere della Cbs, infine con l’audizione parlamentare di cui è stata protagonista.

“Quando il governo si è reso conto che il fumo è nocivo per la salute è intervenuto. Quando è stato chiaro che le cinture di sicurezza salvano vite umane il governo ha obbligato l’industria dell’auto ad adottarle. Quando si è visto che i farmaci oppioidi creano dipendenza la politica è intervenuta. Vi supplico di farlo anche ora davanti ai danni sociali provocati da Facebook“: l’appello di Haugen non ha lasciato insensibili i senatori, già critici di loro sulla forza  di questo Gruppo, che conta complessivamente ben 3,2 miliardi di utenti. La risposta, attesa, da parte di Facebook è stata piuttosto debole: “Noi ci preoccupiamo profondamente di questioni come la sicurezza, il benessere e la salute mentale”, ha scritto Mark Zuckerberg in una nota ai dipendenti. “A livello più elementare penso che molti di voi non riconoscano la falsa immagine della società che è stata dipinta”. Aggiungendo poi una spiegazione su come lavora la pubblicità online, risorsa principale per l’azienda: “Facciamo soldi con le inserzioni e gli inserzionisti continuamente ci dicono che non vogliono che i loro annunci siano vicino a contenuti dannosi o ‘arrabbiati’. Non conosco alcuna azienda tech che vuole realizzare prodotti che rendono le persone furiose o depresse”.

Ma il problema è più complesso del giudizio morale su una società che non rivela documenti in suo possesso su quanto influenzino negativamente gli adolescenti le immagini del suo social Instagram: riguarda la penetrazione nella società e l’acquisita indispensabilità di Facebook e soci, e le modalità per ridimensionarne l’influenza. Lo si è visto durante il down di lunedì: non solo miliardi di persone non potevano più comunicare ma, laddove le applicazioni di intelligenza artificiale sono più diffuse, non potevano rientrare nelle proprie case perché i sistemi di chiusura/apertura erano gestiti da Facebook, o non potevano utilizzare le proprie app perché Facebook aveva memorizzato le password.

La risposta classica a una simile concentrazione sarebbe lo ‘spacchettamento’ delle imprese, come è stato già fatto anni fa per Standard Oil e per Bell Telephone: ma, supponendo di volerlo fare, anche presi singolarmente, Facebook, Whatsapp e Instagram conserverebbero dimensioni tali da mantenere l’attuale dominio del mercato. Senza contare che tale divisione andrebbe artificialmente mantenuta, perché per la sua stessa natura un ‘social network’ deve crescere ed espandersi sempre più. E l’alimento di questa crescita sono gli stessi consumatori, come mostra il successo della cinese TikTok, che ha superato il miliardo di utenti occidentali qualche settimana fa (in Cina fa storia a sé, con un altro nome, Douyin, e circa 600 milioni di utenti cinesi).

Senza contare le implicazioni che consentono a un social di entrare nell’eCommerce, negli applicativi, nell’AI, nel riconoscimento facciale: tutti temi che meriterebbero di essere trattati ciascuno per le proprie ricadute specifiche.

O si fa una commissione del Congresso USA che stabilisca ciò che è giusto fare, che richieda effettivi mezzi di riconoscimento anagrafico per l’accesso, che stabilisca chi ha diritto di parola? Ma qui le influenze partitiche rischierebbero di prevalere (ad esempio Trump no e i taliban sì?) e non avrebbe potere per agire al di fuori degli USA. Ad esempio basterebbe che Facebook spostasse la sua sede globale in Irlanda e buona parte di queste misure sarebbero inefficaci. Ma soprattutto, Facebook non è più da tempo ‘semplicemente’ un social network: è bastato il down di lunedì per renderlo evidente a tutti. E allora che cosa facciamo con Apple, Google, Amazon, Microsoft e gli altri tech giant non-Usa – da Alibaba a Wechat – che gestiscono tutte le nostre esistenze? Mettiamo in piedi un governo mondiale per questo settore specifico? Neppure gli utopisti più spinti arrivalo a immaginarlo.

Restiamo seri: vanno bene le denunce, le inchieste dei media, gli interventi dei Governi: le soluzioni possibili però saranno sempre parziali e di modesta efficacia. A meno di non prendere esempio dalla Cina, dove quando il Partito ha deciso, non ci sono stati né giganti né miliardari che tenessero. Ma è questo a cui vogliamo ridurci?

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