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‘Evolving online advertising regulation’: l’IAA Global esplora il diritto pubblicitario internazionale: i media online e offline a confronto nell’ottica del consumatore finale

IAA Global ha promosso il webinar ‘Evolving online advertising regulation‘ per esplorare il delicato equilibrio tra la protezione dei consumatori e la creazione di un ambiente normativo che permette ai brand di crescere.

In questo primo appuntamento un gruppo di esperti di diritto pubblicitario si è confrontato sugli ultimi sviluppi della pubblicità online di tutto il mondo, riflettendo sull’impatto delle nuove leggi e regolamenti sugli inserzionisti, sulle migliori pratiche per la conformità e sui cambiamenti necessari.

Moderatore è stato Brad Weltman, Director Privacy and Public Policy di Facebook, che ha accolto esperti provenienti da tutto il mondo: Kanu Priya (Kan & Krisme, India); Hande Nancar (Gün & Partners, Turchia) Sorensen Pietzker (Kühn Lüer Wojtek, Germania); Maria Ostaschenko (Alrud, Russia); e Ricardo Alberto Antequera (Antequera, Parilli & Rodrigues, Venezuela).

Il confronto, vivace in alcuni momenti, ha vissuto sulle differenze tra i paesi, più che sulle realtà comuni, ricoperte peraltro da un buona dosa di common sense, come ad esempio la proibizione – ovunque implementata, sebbene con qualche differenza – di pubblicizzare prodotti quali tabacco e alcolici, nessuna differenza segnalata tra online e offline media.

Pragmatico invece l’approccio tedesco, che sposta il peso non tanto sul quadro normativo, ma su una serie di autoregolamentazioni e di responsabilità sui contenuti che sono in capo di tutti gli attori in gioco: brand, social, influencer, senza nessuna differenza concettuale tra online e offline. Questo fa sì che siano molto limitati i safe harbor e che qualsiasi concorrente o consumatore possa citare in giudizio il brand competitor per i contenuti a suo giudizio non veri che, nel caso risulti soccombente, potrà essere condannato a pagare i relativi danni. E la responsabilità si allarga anche agli influencer e agli sponsor.

In Turchia, al contrario, vi è un impianto normativo molto strutturato, in capo al Ministero per il Commercio che, però, di solito è applicato con maggior flessibilità ai media online e ai social, forse nell’errata convinzione che questi mezzi siano ancora non molto utilizzati tra la popolazione. Essendo un paese che sta gradualmente spostandosi verso un islamismo sempre meno moderato, in Turchia sono considerate con severità le infrazioni alla morale comune e agli insegnamenti della religione musulmana.

In India, invece, sono gli endorser a essere responsabili insieme ai brand della loro affermazioni, nel quadro di un regolamento che prevede alcuni principi base della comunicazione, che deve essere non-offensiva della religione, delle usanze e delle molte lingue parlate nel paese; evitare i riferimenti agli atti sessuali e ai comportamenti non consoni; ed evitare di nascondere i contenuti e le finalità commerciali delle attività.

Al confronto una situazione rovesciata quella che avviene quotidianamente in Venezuela, che è passato da un contesto di massima flessibilità a una costrizione normativa, spesso come reazione ad avvenimenti esteri, che rende il terreno della pubblicità un campo minato. Così la regola prevalente è l’improvvisazione, una sorta di confronto tra le proposte dei pubblicitari e le imposizioni governative, alla ricerca di una flessibilità che si sposta ogni giorno un po’ più in là.

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