Netflix ha fatto crash. È accaduto nella notte tra il 6 e il 7 gennaio scorsi. Online, collegati alla piattaforma si sono ritrovate centinaia di migliaia di persone. E il sito, per una volta, non ha retto. Ma che cosa è successo? On line, il 7 gennaio, c’era una grande parte dei fan di Stranger Things, la serie simbolo di Netflix che si è conclusa pochi giorni fa con l’ultima, intensa stagione. Ma l’ultimo episodio della serie non era stato rilasciato il 1 gennaio alle 2 di notte, ora italiana? Sì. Quella di Stranger Things e del Conformity Gate è una storia assurda e molto interessante che ci racconta cosa siamo diventati e quello che è il nostro rapporto con le opere e gli autori.
Un finale riuscito. O no?
L’episodio finale di Stranger Things, il 5×08, è andato in scena il 1 gennaio. Lungo oltre due ore, è stata la conclusione perfetta di una saga iniziata dieci anni fa. Risolto il combattimento con il villain dopo un’ora, la storia si è presa il tempo per raccontare il ritorno a casa degli eroi (un po’ come accadeva alla fine de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re). È stato un finale conciliante e coerente con il tono della serie. E’ un cerchio che si chiude e riporta a dov’era tutto iniziato. A posto così, allora? Per niente. A molti dei fan la cosa non è andata bene. La serie ha avuto sempre un’atmosfera da horror degli anni Ottanta, essendo dichiaratamente debitrice di Stephen King, e con l’incedere delle stagioni la paura e l’orrore sono andate aumentando. Per questo migliaia di fan hanno deciso che il finale non poteva essere quello, che doveva essere più cruento, più nero. E che i Dufffer Brothers, i creatori della serie, avevano in realtà girato un finale diverso. Quello andato in onda sarebbe dovuto essere un’allucinazione, il vero finale, l’episodio 9, dal titolo Conformity Gate, sarebbe apparso nella notte tra il 6 e il 7 gennaio, sempre su Netflix.
L’episodio 9 è arrivato?
La risposta, ovviamente, è no. Bastava un po’ di buon senso, e di conoscenza delle regole della narrazione, per capire come non poteva essere stato orchestrato un finale così ambizioso e ricco per poi essere negato. Stranger Things, tra l’altro, ha sempre saputo creare suspense ma non ha mai avuto “plot twist”, ovvero ribaltamenti completi della trama. È giusto che sia così perché è figlia di quel cinema degli anni Ottanta che era piuttosto lineare (i twist ending sono un mood degli anni Novanta, da Fight Club e Il sesto senso e tutti i film di Shyamalan). Ma i fan non lo hanno voluto capire. E così sul web e sui social è montato un vero tam tam e si è creata una spasmodica attesa per questo episodio fantasma. In rete i fan si sono affaccendati a trovare i moltissimi indizi secondo cui l’episodio finale sarebbe stato un inganno (tra tutti, i libri dei ragazzi posizionati in modo che le loro iniziati formassero la parola “x a lie”, e le scritte exit e un’inquadratura che rimandava a The Truman Show). E così è nata una colossale allucinazione collettiva.
E Netflix?
Interessante analizzare come ha gestito la cosa. Alla stregue di quanto accaduto a Warner e Universal con il famoso caso del Barbenheimer (l’uscita contemporanea di Barbie e Oppenheimer), anche Netflix si è trovata alle prese con una campagna di marketing involontaria, e ha pensato bene di cavalcarla. Non ha infatti né smentito né confermato l’episodio “fantasma”, uscendo con un comunicato solo a cose fatte, dopo che è stato evidente che Conformity Gate non sarebbe mai apparso sulla piattaforma. “Tutti gli episodi di Stranger Things sono ora disponibili”.
Ma cosa ci dice il caso del Conformity Gate?
Prima di tutto, che non siamo capaci di lasciar andare le cose. Non accettiamo che finiscano, che le serie si concludano, che gli artisti muoiano o si ritirino. In un’epoca in cui il digitale ci ha messo di tutto e di più continuamente a disposizione – miliardi di contenuti e di canzoni da attivare solo con un click – in cui possiamo vedere episodi e stagioni per ore e ore in binge watching senza fermarci mai, non prendiamo più nemmeno in considerazione l’ipotesi che qualcuno possa mettere un punto, la parola fine, che possa dirci “basta”.
L’opera è del suo autore o del pubblico?
Ma c’è un aspetto ancora più importante. L’era dei social media ha instillato in noi l’idea che, così come siamo diventati i protagonisti della nostra narrazione, possiamo esserlo anche di quelle create dagli altri. Che il solo fatto di amare così tanto un’opera la faccia sentire nostra e ci dia il diritto di decidere come deve essere. Così il pubblico oggi si sente in diritto di dire la propria, di contestare gli autori, di decidere cosa deve accadere, che finale debba avere una storia. È per questo che si parla di “fandom tossici”. I casi dei nuovi film e delle serie di Star Wars create dalla Disney ne sono un chiaro esempio. Ma è andata così anche per il pubblico della saga di Game Of Thrones, dei fan di franchise storiche come Alien e Predator e così via.
Molto dipende anche dall’età
Ci sembra che sia qualcosa che accada soprattutto ai più giovani. Sono soprattutto loro gli abituati a esprimere opinioni, a interagire, a essere creatori di contenuti. Noi che veniamo da altre generazioni sappiamo immergerci nei mondi creati dai nostri autori preferiti, facendoci trasportare dal racconto. Immaginate cosa sarebbe accaduto se qualcuno avesse detto a George Lucas di cambiare lo scioccante finale de L’impero colpisce ancora, o a David Fincher di chiudere Seven con un lieto fine, ancora a David Lynch di cambiare l’assassino di Laura Palmer in Twin Peaks. Impensabile. Per questo ci viene da consigliare anche alle nuove leve di metterselo nella testa: le opere sono del loro autore, che può decidere di fare quello che vuole dei suoi personaggi. Al pubblico la libertà di decidere se una storia piace o meno, ma mai di cambiarla. Almeno, ci auguriamo possa essere ancora così. Altrimenti cosa ci resta della firma d’autore?
di Maurizio Ermisino