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Phd Evolutionary 2014: vi ricordate l’edizione 2013? La tecnologia la faceva da padrona. Ora, invece, le persone. Tema centrale, la share economy. Ma nel senso di collaborazione quale paradigma, andando oltre il sistema economico, perché è sistema di pensiero. E le aziende, sempre più liquide, devono imparare a ‘sfruttarlo’. Il consiglio? Disconnettiamoci, per poi ricaricarci

Insomma, soprattutto in periodi di crisi quale l’attuale, occorre imparare a staccare, analizzare, per ripartire. Avendo ben chiaro che la schizofrenia per un’innovazione fine a se stessa non ha senso.

Come giustamente ha fatto notare nel suo intervento Steven B. Johnson, tra il resto autore del best seller ‘Where Good Ideas Come From: The Natural History of Innovation’, quella vera non è mai frutto di un’illuminazione, ma di lavoro che perdura e macina nel tempo, tanto da essere destinata a cambiare le sorti, se non del mondo, del vostro business. Evitando i cosiddetti punti ciechi (o disfunzionali). Soprattutto, l’innovazione viaggia all’interno di network liquidi, dove la diversità nutre (Apple, ad esempio, nel definire i plus dei propri punti vendita ha studiato i servizi di concierge degli hotel di lusso).

E ha bisogno di piattaforme da condividere per diffondersi, di piattaforme social. Non a caso Carlo Purassanta, ad Microsoft, nel suo discorso ha sottolineato come la tecnologia diventi leva strategica e tramite di innovazione, abilitando nuove modalità di interazione tra consumatori e marche, in modo sempre più flessibile e personalizzato.

E qui sta il punto, perché la sharing economy sta diventando paradigma che sfida il sistema capitalistico realizzando, per dirla alla Rifkin (qui il suo discorso al Digital Action Day, pubblicato sul sito della Commissione Europea) un’economia a costo marginale zero.

Ma sarebbe un errore vederla come ‘nemico’. Dal btob, al ctoc, sino al puro Peer to Peer, il fenomeno è inarrestabile e le aziende devono imparare ad inserirsi, ‘sfruttando’ gli utenti. All’interno del nuovo mondo, infatti, nascono opportunità di business model inediti conseguenti a innovative modalità di consumo. Il tutto ricordando di mettere al centro l’individuo, la capacità di story telling e il crm.

Non poche le categorie merceologiche già implementate dalla rivoluzione. In testa viaggi e turismo (Airbnb), automotive (Car2Go, Uber, Enjoy) istruzione (diversi gli esempi di Massive Open Online Courses), finanza e credito (Kickstarter, Quirky), mercato del lavoro (con sharing di spazi e competenze).

E in tema il nostro paese non è messo male. Abbiamo 250 piattaforme attive (tra le start up, il 64% risiede al nord, il 22% al centro e il 14 al sud. Il 56% di tutte è finanziata con propri fondi e la maggioranza sceglie come modello di business il transato, minore l’abbonamento o l’advertising. C’è anche una bella fetta che ancora non ha deciso come ‘fare cassa’, rappresentando il dato occasione per le aziende di entrare nel meccanismo in ottica di partnership) e il 59% degli italiani è consapevole della sharing economy, seppur solo il 3% ne fa utilizzo (in realtà si tratta di dati 2013, dunque la percentuale potrebbe essere incrementata, considerata l’esponenzialità dei cambiamenti). In testa alle motivazioni, quelle di natura economica, in risposta alla crisi, così come ragioni di socializzazione e di arricchimento personale.

Ma torniamo a concentrarci sulle aziende, che in primo luogo devono scegliere. Possono ignorare la sharing economy, o trovare la migliore via per collaborarci. E anche qui, in che modo? Light o profondo. Esempi del primo tipo, la partnership tra Ford e Uber, o tra adidas e Fubles, ancora Gnammo e Ferrarelle. Sostanziandosi in linea di massima nella fornitura dei propri prodotti al servizio dello sharing. Più profonda quella tra Gap e Divvy, che condividono i lavoratori stagionali, o la scelta di Wallgreens di distribuire solo attraverso TaskRabbit. Piuttosto che la nascita di carte di credito verticali per la share economy, dialogando con i possessori anche sui servizi da implementare e migliorare per la loro maggiore soddisfazione.

Senza dimenticare l’utilità di queste piattaforme social ai fini della comunicazione dei brand, consentendo valorizzazione di clienti e prospect, engagement, miglioramento del targeting, nonché sperimentazione di nuovi modelli di servizio.

Il tutto trasformando i processi. Da modelli capitalistici verticali, in cui all’idea seguiva la produzione, la distribuzione, l’uso e il riciclo; a modelli condivisi e circolari. Ascolto, collaborazione, produzione, personalizzazione e distribuzione, riuso, analisi.

Raccomandando a ognuno di non avere paura del cambiamento. Che tradotto alla maniera del futurologo, regista e filosofo, Jason Silva suona ‘Shots of Awe!’, dunque, iniezioni di stupore.

Al microfono di youmark Vittorio Bucci, managing director Phd , intervistato ieri al termine dell’incontro che quest’anno (qui i contenuti del Phd Evolutionary 2013), in partnership con Microsoft ha scelto di inserirsi quale evento privato all’interno del World Business Forum di Milano .