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Sin dalle prime immagini si riempie di diversi colori, pastosi, materici, che irrompono sullo schermo. Oggi a Roma abbiamo visto Nina Roza, il nuovo film della regista canadese Geneviève Dulude-De Celles. È una storia che partendo dal mondo dell’arte e da un mistero: quello che si viene a creare intorno ai dipinti di una bambina prodigio. Ma è solo il punto di partenza, perché il film affronta temi molto contemporanei: identità, appartenenza, migrazione, rapporto con le proprie radici e ciò che resta di noi quando si sceglie di vivere lontano dal Paese in cui si è nati. Il film è una storia interessante anche a livello produttivo. È infatti una coproduzione tra Canada, Bulgaria, Belgio e Italia. Per il nostro Paese è stato co-prodotto per l’Italia da Lorenzo Fiuzzi e Bardo Tarantelli con la loro società UMI Films, e sarà poi distribuito nelle sale italiane dal 29 ottobre da LSPG Popcorn di Luca Severi, produttore e fondatore di LSPG e di cui fa parte anche Paolo Teta, Business Affairs & Head of Distribution di LSPG Popcorn. Sosteniamo questo film, adottiamolo. È ovvio che agli Oscar faremo il tifo per L’estranea di Paolo Strippoli, ma, se non ce la dovesse fare, ci piacerebbe fare il tifo per questo film che ha dentro un po’ di Italia. Nel cast c’è anche la nostra Chiara Caselli. Accanto a Galin Stoev, il protagonista, recitano Sofia Stanina ed Ekaterina Stanina, gemelle nella vita e interpreti entrambe di Nina, Michelle Tzontchev nel ruolo di Roza e Christian Bégin.
La storia di Nina Roza
Mihail (Galin Stoev) è un uomo che ha lasciato la Bulgaria quasi trent’anni prima per costruirsi una nuova vita a Montréal. Specialista d’arte, viene incaricato da un importante collezionista di verificare l’autenticità delle opere di Nina, una bambina bulgara di otto anni diventata improvvisamente virale grazie ai suoi dipinti. Per Mihail, come si può immaginare, questa missione si trasforma in un viaggio molto più profondo. Tornare nel Paese che ha abbandonato significa infatti riaprire un capitolo della propria vita che credeva definitivamente chiuso e confrontarsi con una memoria fatta di assenze, identità e legami familiari. L’incontro con Nina, bambina sorprendentemente consapevole e dotata di uno sguardo fuori dal comune, riporta inoltre alla luce il ricordo della figlia Roza, lasciata a sua volta alle prese con le conseguenze di una storia familiare e migratoria complessa.
Una storia ispirata al padre di un amico
Nina Roza è un film intenso e poetico, una storia impressionista e delicata. Vive di luci tenui sui toni dell’azzurro e del bianco, per poi andare verso i colori della natura delle campagne della Bulgaria. È interessante capire come una storia ambientato nella vecchia Europa, quella dell’Est, arrivi da una regista canadese. “Il mio primo film di finzione era ambientato nella regione dove vivo, c’era dentro la mia storia” risponde Geneviève Dulude-De Celles. “Per il mio secondo film ho voluto allontanarmi da me stessa. Volevo dei personaggi che fossero lontani da me. In realtà tutto parte dalla mia esperienza. A 21 anni ho vissuto nell’Europa dell’Est e mi sono innamorata di quella regione. A Montreal ho molti amici che sono migrati o sono figli di migranti, quindi di seconda generazione. In particolare mi sono ispirata al padre di un mio amico, che è partito dal proprio Paese a 30 anni e ha deciso di non tornare più. Mi sono chiesta: che cosa succederebbe se questa persona fosse obbligata a tornare quali fantasmi del passato si troverebbe ad affrontare?”.
Nina viene da una storia vera
Il film viaggia anche nel mondo dell’arte con un caso molto particolare, che arriva da una storia vera. “Nel mio vissuto ho anche effettivamente trovato un video virale di una bambina che dipingeva e faceva la sua mostra quando era ancora piccola” spiega la regista. “Mi sono documentata su di lei. E sono venuta a sapere che avevano mandato degli esperti per capire se i quadri della bambina erano autentici”.
Il senso di Geneviève per la nostalgia
Il centro della storia è la nostalgia di un passato rimosso da parte di un uomo maturo. Che ci si trovi nel proprio Paese o no, capita a tutti noi di provare sempre di più la nostalgia del passato. Abbiamo chiesto alla regista come ha lavorato su questo aspetto. E se anche lei provi nostalgia del passato, anche se è giovane (ha 40 anni). “Non è un fatto di età” sorride. “A volte sento bambini e adolescenti dire quando ero giovane come se avessero chissà quanti anni, una grande esperienza. Perché la nostalgia? Sono sempre stata attratta da dei personaggi che vivevano dei conflitti interiori, non tanto da quelli esteriori. Credo che il cinema si occupi troppo spesso di questi ultimi, vediamo sempre degli ostacoli evidenti, mentre le cose più difficili della vita sono le nostre spine interiori, che se non curiamo ci perseguitano per tutta la vita. Ho scelto un uomo di una certa età che va a rinvangare il suo passato, anche attraverso l’esperienza della propria figlia che era migrata con lui. È obbligato a rivivere determinati eventi, ma più tardi e con una diversa sensibilità. Quando ho creato i personaggi ho pensato a dei migranti che ho conosciuto nella mia esperienza nell’Europa dell’Est e mi sono ricordata la burocrazia complicata e la difficoltà umana che vivevano nel compiere questo passo”.
Il tocco italiano in un film internazionale
Come detto in apertura, il film è una coproduzione tra Canada, Bulgaria, Belgio e Italia. È una ricetta quasi indispensabile per finanziare film d’autore e che non hanno major alle spalle. Come sono nate e alleanze che hanno reso possibile questo film? “È stato un lungo cammino, soprattutto per quanto riguarda il finanziamento” rievoca la regista. “L’idea iniziale era di girarlo in Romania, ma non è stato possibile farlo. Un produttore canadese mi ha detto di lavorare anche in Belgio e di conoscere un produttore in Bulgaria, per cui abbiamo deciso di girare una parte lì. Abbiamo iniziato questa collaborazione. Per avere il finanziamento dal Canada il budget per girare all’estero non doveva superare il 20%. Per questo motivo abbiamo utilizzato anche il Venice Gap Financing. Lì abbiamo incontrato Lorenzo e lo abbiamo invitato a partecipare al nostro progetto. E abbiamo creato il ruolo della gallerista italiana, perché credo che in Italia ci sia molto talento. Quando abbiamo ottenuto tutte le risposte positive sono stata molto contenta di poter conoscere Chiara Caselli e la costumista Maya Gilli. Ma c’è un tocco di Italia anche nella color correction, nel suono: tutti gli elementi italiani si sono inseriti bene nel film, che aveva un carattere internazionale”.
di Maurizio Ermisino