Interviste

IO e l’AI, Luca Ward: “Ho scelto di brevettare la mia voce per proteggermi”

La memorabile voce italiana di Il Gladiatore e di star internazionali lancia un segnale forte al settore. In assenza di leggi chiare, la tutela passa da iniziative individuali. Un primo passo anche nella battaglia promossa da ANAD

 “Al mio segnale scatenate l’inferno”. Quante volte abbiamo sentito queste parole, e quanto, ancora oggi, sentiamo risuonare in noi quella voce? È quella di Luca Ward, attore e doppiatore tra i più noti in Italia. È stato la voce di Russell Crowe, ne Il Gladiatore e in altri film, quella di Keanu Reeves, di Hugh Grant e Samuel L. Jackson. Il lavoro del doppiatore è uno di quelli più minacciati oggi dall’Intelligenza Artificiale, e così Luca Ward, per se stesso ma anche per dare un segnale a tutto il mondo del cinema e della tv, ha fatto una scelta molto importante. “Purtroppo le istituzioni non ci tutelano. Il singolo sente che la propria arte è minacciata dall’Intelligenza Artificiale. Mancando delle leggi a nostra protezione, l’unico modo è muoversi in autonomia. Per questo ho scelto di brevettare la mia voce. Ho preso ispirazione dal modello americano, da quello che stanno facendo molti attori a Hollywood. Ci sono leggi internazionali che lo consentono. Dobbiamo dare un segnale forte per difenderci, non solo nel nostro settore, ma in moltissime altre professioni”. Luca Ward ha depositato ufficialmente il marchio sonoro della propria voce: è tra i primi in Italia ad adottare una strategia giuridica avanzata di questo tipo, per proteggersi dall’uso illecito dell’Intelligenza Artificiale. È un passo avanti nella battaglia che ANAD, l’associazione dei doppiatori, sta portando avanti da tempo. Il presidente Daniele Giuliani ha commenta così la notizia: “Ho saputo da Luca di questa sua iniziativa e rappresenta un primo passo concreto, molto interessante, per tutti noi che lavoriamo con la voce. Sono convinto che servano comunque leggi chiare sull’IA. Come detto dagli stessi fondatori delle più grandi aziende tech del mondo, se non regolamentata a dovere diventerà un problema insormontabile. E noi di ANAD stiamo lavorando in questa direzione”.

Iniziamo dall’intervista a Luca Ward il nostro viaggio nel mondo dell’AI per raccontare come stia impattando l’universo della produzione audiovisiva.

Che rapporto hai con l’AI? La usi quotidianamente?

No. Non la uso, e anche sui telefonini. Anzi, mi dà fastidio che quasi ti impongano di usare questa AI. Per questo sui miei dispositivi ho bloccato tutto. Per cercare qualcosa mi va bene la ricerca su Google. Questa cosa la trovo un po’ troppo invasiva. Anche ai miei figli ho insegnato a non usarla e a servirsi dei sistemi tradizionali per studiare. Anche perché l’AI spesso sbaglia…

Frequentando i set hai avuto modo di vedere se il cinema italiano stia usando l’AI?

Gli americani la usano molto di più. Ma c’è poco da fare. Per quanto possa essere elaborata, perfetta, ha un impatto diverso a livello visivo. Avendo doppiato Il Gladiatore, nel 2000, ho visto battaglie che non erano fatte con l’AI. Si usava la tecnologia, ma a livello di green screen. In Italia non si usa. Facciamo dei film ancora originali. Raccontiamo storie dove l’AI non c’entra. In un film di Muccino in cui si parla di una coppia in crisi, non serve a niente. Ma il rischio è che si inizi a usarla anche da noi.

Quando vi siete accorti che poteva essere un rischio?

Quando le multinazionali, che si occupano di queste cose e la considerano la trovata del secolo, hanno iniziato a tentare di promuovere e imporre l’uso dell’AI nel doppiaggio. Per fortuna, le società di doppiaggio hanno posto un freno, dicendo: noi lavoriamo con gli umani. Per quanto sofisticata potrà essere quella macchina, non potrà mai replicare l’essere umano in prosa. È impossibile. Ognuno di noi – attore o cantante – quando recita un ruolo o canta una canzone, ci mette la vita dentro. E le sue battute sono intrise del suo percorso di vita. L’AI non ce l’ha.

Hai scelto di brevettare la tua voce. Che cosa significa?

È un copyright che si serve di leggi internazionali. Ci sono anche delle leggi a livello europeo, ma poche. Mettendo un diritto d’autore, e mettendo al riparo la voce come strumento unico e irripetibile, sei al sicuro da qualsiasi copia della tua voce. E anche eventuali somiglianze.

Il copyright proteggerebbe la voce anche da eventuali imitazioni umane?

 Sì, anche se i più grandi imitatori hanno provato a imitare la mia voce, ma doppiando io tanti grandi attori americani e inglesi, la mia modulazione vocale cambia, e non sanno chi prendere. Per Hugh Grant devono fare una voce, per Samuel L. Jackson un’altra, per Russell Crowe un’altra ancora. Diventano scemi…

Quale sarebbe il pericolo di usare l’AI nel doppiaggio? Oltre a non valorizzare il lavoro umano c’è anche la possibilità di usare le voci in maniera fuorviante, facendo dire da una voce cose che non erano nella sua volontà originale?

È una cosa che è già successa a dei nostri colleghi, come Pino Insegno e altri. E oggi è permesso a chiunque. E’ estremamente grave. Puoi querelare, ma finisce lì. Il copyright è il copyright: se usi la mia voce e il mio volto per generare immagini e parole che non ho detto e non ho fatto te ne assumi la responsabilità. Ma non è un problema legato solo al nostro lavoro: riguarda attori, cantanti, giornalisti. Senza dimenticare il consumo di acqua ed energia, sono valori mostruosi.

Pare che a Hollywood ci siano stati attori che hanno autorizzato a usare la propria immagine per essere replicata dalle AI. Che ne pensi?

 Non saprei dire chi, ma credo che tre o quattro colleghi abbiano fatto questa cosa qualche anno fa. E che se ne siano pentiti amaramente. Intanto è stata venduta per pochi spicci e all’epoca non capivano cosa setessero facendo. Oggi l’hanno capito e mi auguro che i contratti sottoscritti non siano a vita.

 Si ipotizza che il futuro delle produzioni sarà a due velocità: una parte ad alto costo e con più qualità, una parte più economica e fatta con le AI. Come la vedi?

 Se queste ipotesi avessero un fondamento sarebbe una discriminazione pazzesca. Per quale motivo devi fare i film a due velocità, quelli prodotti in grande stile e quelli prodotti con meno qualità per chi non se lo può permettere? Mi pare molto discriminante.

di Maurizio Ermisino