La Sposa! (The Bride!), il nuovo film di Maggie Gyllenhaal, al cinema da giovedì 5 marzo, distribuito da Warner Bros, viene lanciato con un claim provocatorio almeno quanto lo è il film, che riprende una frase che ascoltiamo all’inizio della storia. “Sta per arrivare la f….tissima sposa!” E con il titolo del film in un font che è allo stesso tempo retrò, punk e pop. È tutto questo, e molto altro, La Sposa!, un film che reinventa l’immaginario de La Sposa di Frankenstein, ma non si ferma a questo. Riscrive completamente la storia e libera questo personaggio che, sia nel libro di Mary Shelley che nel film La moglie di Frankenstein di James Whale del 1935, non aveva in fondo alcuno spazio. Nella storia del nuovo film un solitario “Frank” (Christian Bale) si reca nella Chicago degli anni Trenta per chiedere alla scienziata Dr. Euphronious (Annette Bening) di creare per lui una compagna. I due riportano in vita una giovane donna assassinata, e così nasce La Sposa (Jessie Buckley).
Come è nata l’idea?
Maggie Gyllenhaal racconta: “A una festa ho notato un tatuaggio raffigurante La Sposa di Frankenstein e ho pensato: “C’è qualcosa in questo personaggio che ha conquistato la nostra cultura”. Così, ho deciso di guardare per la prima volta il film e ho trovato davvero interessante il fatto che lei praticamente non compare mai. Devo dire che Elsa Lanchester ha un impatto notevole: resta in scena per soli tre minuti, eppure in qualche modo lascia un segno nell’immaginario collettivo. Ma a essere onesti, non parla. Non ha voce. Non ha l’opportunità di esprimersi. L’ho trovato un enigma interessante. Quindi mi sono chiesta: cosa succederebbe se partendo dallo stesso schema e dalla stessa storia, dessimo alla donna un enorme potere decisionale, bisogni profondi, intelligenza, sensibilità, vulnerabilità e potere?”. Da questa riflessione nasce una storia completamente nuova. E un film completamente diverso dall’originale.
Musical e punk, anni Trenta e anni Settanta
Nelle mani di Maggie Gyllenhaal, La Sposa! diventa un musical horror, un gangster movie, legato al tempo stesso a un’estetica anni Trenta e a una certa estetica punk e post punk anni Ottanta. Il film è intriso del mondo degli anni Trenta, del cinema di un tempo, gli horror, i film crime, ma, soprattutto, il musical di Gene Kelly, di Fred Astaire e Ginger Rogers (evocata proprio dalla protagonista, che sceglie il suo nome quando deve decidere come farsi chiamare). Ma c’è anche un lavoro che porta l’immagine verso un’altra direzione. Jessie Buckley è in scena con un taglio corto e biondo platino, che combina elementi anni Trenta con un’estetica punk ribelle. E anche per quanto riguarda gli abiti, l’autrice ha usato la parola ‘punk’, non riferendosi proprio a quello degli anni Settanta e Ottanta, ma provando a immaginare come sarebbe stato il punk se fosse esistito negli anni Trenta. O come sarebbero stati quei personaggi, come punk anarchici degli anni Settanta, se fossero stati trasposti negli anni Trenta. L’idea è interessante. E infatti, dal punto di vista visivo, il film è potentissimo e abbagliante.
Per tutte le donne che non hanno voce
Ma La Sposa! è anche un film denso di significati. C’è il messaggio di sempre, quello del ‘Mostro’ che in realtà non lo è affatto e non lo vuole essere, ma che la società costringe a diventare effettivamente tale. E poi c’è il messaggio nuovo, e attuale, delle donne che non hanno voce, che non hanno parola, che sono costrette al silenzio. Quello sbaffo sulla guancia, quel rivolo nero che esce dalla bocca è proprio il simbolo di quelle parole che non possono mai essere dette e che, a un certo punto, lottano per poter uscire. Quel segno sulle labbra e sulla guancia, a un certo punto, diventa anche segno distintivo, quello che molte donne mettono in atto per riconoscersi tra loro, per manifestare, per testimoniare, per unirsi in una lotta collettiva.
L’emozione però non arriva mai
Maggie Gyllenhaal accumula citazioni, passioni, messaggi d’amore al cinema. E lo fa in modo eccessivo, continuo, quasi bulimico, con una tale urgenza di racconto e con un tale trasporto verso il cinema che le piace da essere portata a strafare e a perdere il controllo del film. Con questo continuo gioco di rimandi, di scene sorprendenti, la storia si spezzetta e si raffredda. A un certo punto viene citato anche Frankenstein Jr., con la famosa scena del ballo. Ma quello è un film comico, è un’altra storia, un altro mondo. Mettere un momento così in un film come questo ti fa pensare ad altro. E ti fa uscire dalla storia. E uscire dalla storia, durante la visione de La Sposa!, è qualcosa che capita troppo spesso. Invece è un tipo di racconto che prevedrebbe vicinanza, empatia con i protagonisti. Pensiamo a Povere creature!, una storia molto simile a questa. O a un classico come The Elephant Man di David Lynch. Qui, invece, l’emozione non arriva mai. Un paradosso che un film come questo, così pieno di trovate, risulti alla fine noioso.
Adattare un altro immaginario a quello noto
Ma c’è un altro discorso interessante da fare riguardo a La Sposa! E’ la tendenza di un certo cinema di Hollywood, autoriale ma al tempo stesso mainstream, di mescolare gli immaginari e di creare dei trattamenti originali rispetto alla materia di partenza. In questo senso, prendere un horror come La Sposa di Frankenstein e farlo diventare un musical e un gangster movie anni Trenta, con un tocco di punk anni Ottanta, è come aver preso un personaggio del mondo dei cinecomic, il Joker di Batman, adattandolo nel mondo di Martin Scorsese tra gli anni Settanta e gli Ottanta, cioè la New York di Taxi Driver e Re per una notte, come aveva fatto Todd Phillips con il suo Joker, un’altra produzione Warner Bros. Tra l’altro, La Sposa! ha con Joker e con il suo seguito Joker: Folie à Deux, altre cose in comune. La prima è una certa vicinanza tra le figure in scena: Frankenstein e la sua sposa sono sì come Bonnie e Clyde, ma anche proprio come Joker e Harley Quinn, deturpati, maledetti, assassini e cattivi più per destino e condanna che per scelta. E poi il fatto che sia La Sposa che il Joker diventino, loro malgrado, iconici e simbolo di rivolta, con le persone che, oltre ad emularle le gesta, ne adottano anche il look. Fare questi spostamenti di immaginario è però scelta temeraria. Nel caso di Joker il lavoro era tutto sul primo film, ed è riuscito. Nel secondo meno. Nel caso de La Sposa! l’operazione è interessante. Se non riesce è proprio per l’accumulo di riferimenti, storie, stili, che finiscono per tralasciare i personaggi e la loro scrittura.
Il look di Jessie Buckley
A proposito di look. È singolare il lavoro che viene fatto sul volto di Jessie Buckley, che avevamo ammirato in Hamnet e che qui è completamente diversa. Il trucco pesante sulla bocca e sulle guance e pressoché assente, o invisibile, sugli occhi, di fatto ne ridisegna il volto. Se è vero che un attore deve essere una tela bianca su cui dipingere ogni volta un ritratto nuovo, questo è veramente, letteralmente, il caso. Quella macchia nera che ha sulla guancia ha una genesi e un significato che sono molto interessanti. Lo ha raccontato proprio Jessie Buckley. “Quale sostanza potrebbe fuoriuscire in seguito a questa scossa elettrica che risveglia la Sposa? Abbiamo così immaginato che il sangue di questa nuova donna sia quasi nero. Contiene materia oscura. È quasi come l’inchiostro con cui Mary Shelley potrebbe aver scritto i suoi romanzi. Ha così tanta forza vitale dentro di lei, che potrebbe uscirne a fiotti. E lo schizzo che mostra sul viso deriva da questa rinascita esplosiva in cui scopriamo la Sposa”.
di Maurizio Ermisino