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Festa del Cinema di Roma, I Play Rocky. Peter Farrelly: “Non cercate i soldi, ma la felicità”

E’ la storia vera di un attore sconosciuto convinto di non essere nato per scrivere Rocky, ma per essere Rocky Balboa. Con Anthony Ippolito, il film è stato presentato ieri, 19 ottobre, a Roma e arriverà il 31 dicembre al cinema

“I play Rocky”. “Rocky sono io”. Sylvester Stallone è nello studio di Chartoff & Winkler, i produttori di Non si uccidono così anche i cavalli?. Dopo aver letto un paio di sue buone sceneggiature, hanno finalmente trovato quella che funziona. Ne faranno un film. E cominciano a parlare del possibile protagonista. Tirano fuori i nomi di Ryan O’Neal, di Clint Eastwood. Ma Sly è inamovibile. Rocky è la sua storia, l’ha scritta per sé, per essere finalmente un protagonista, per avere quell’occasione che nessuno gli aveva ancora dato. Non sono tanto Chartoff & Winkler a non crederci, quanto il capo degli studios che vuole una star, non vuole affidare il ruolo da protagonista a uno sconosciuto. È un momento chiave i I Play Rocky (Rocky sono io). È un film delizioso, uno di quei film che ti fanno viaggiare a ritroso nella Storia del Cinema, che ti fanno entrare in un set, dietro le quinte. E se pensiamo a quanto amiamo Rocky, a quanto tutti amano Rocky, il film è ancora più prezioso. Da ragazzi, tanti di noi hanno visto quel film quando Sylvester Stallone era già una star e lo avevamo dato quasi per scontato. Avevamo pensato che farlo fosse stato facile, così come naturale per lui interpretarlo. Ma è stata la sua tenacia, che poi è quella del suo personaggio, a fargli fare il film. Gli studios si erano spinti fino a 300mila dollari per comprare solo la sua sceneggiatura e per non dargli il ruolo da protagonista. Chi, al posto suo, non avrebbe accettato? Stallone lo ha fatto, ed è entrato nella Storia del cinema. È diventato una star mondiale. E ci ha regalato un film unico. Senza di lui Rocky non sarebbe stato lo stesso. Dobbiamo ringraziarlo, di cuore, per questa sua ostinazione.

Quella di Stallone è la storia di Rocky, ma ancora più bella

Una sera in un pub, Stallone vede alla tv un incontro tra Chuck Wepner, un carneade, e Muhammad Alì, il più grande. Tutti scommettono sul fatto che Chuck non arriverà al termine della terza ripresa. Questo underdog va ben oltre, e in quel bar tutti tifano per lui. Dopo aver trovato il personaggio, cioè se stesso, ora Stallone trova anche l’ambientazione e la storia: scrive la sceneggiatura in tre giorni e mezzo. Solo che nessuno vuole fare un film sul pugilato. “Sono il veleno” dice il capo della major che dovrebbe tirare fuori i soldi. John G. Avildsen, il regista chiamato a dirigere Rocky, pensa però che sia un film su una persona, in cui ‘per caso’ c’è il pugilato. “Pensavo di sapere tutto su Rocky” ci ha raccontato oggi a Roma il regista Peter Farrelly. “Ma quando ho letto la sceneggiatura di Peter Gamble ho scoperto tante cose che non sapevo. Che fosse stato boicottato, che fosse stata usata la steadycam per risparmiare. “Sono stato colpito perché è la stessa storia di Rocky, ma quella era finzione e questa è realtà. Ed è ancora più bella”.

I Play Rocky è una continua scoperta

E lasciamo a voi il piacere di scovare tutti i segreti del film. Perché si è girato a Philadelphia, come è nata la scena della corsa sulla scalinata. Il momento in cui Stallone ha gettato il cuore oltre l’ostacolo. Le scene dell’allenamento al centro carni e quella della pista di pattinaggio sono un ‘cult’. E lo sono anche qui le scene del film che raccontano questi momenti. Il film dà anche il giusto spazio all’allora moglie di Stallone, mai nominata quando si parla di Rocky. E, come racconta Farrelly, in qualche modo anche la sua opera ha avuto qualcosa in comune con quella di quella storica pellicola. “Questo film rispecchia la creazione di Rocky per molti aspetti” spiega. “Non avevamo un grande budget. Rocky è stato girato in 28 giorni, noi abbiamo girato in 24, c’erano cose che si somigliavano nei due set. Ho capto che avevamo il film nel momento in cui i produttori stavano guardavano Anthony che recitava in quel modo. Eravamo tutti a bocca aperta”.

È così che si gira un biopic

Come vi raccontavamo a proposito di Je so’ pazzo, il film su Pino Daniele, meno riuscito in questo senso, è trovare un attore che, tra somiglianza, trucco e interpretazione, renda credibile il personaggio: devi guardare e pensare che sia lui. Anthony Ippolito, in questo caso, funziona. È davvero identico per aspetto fisico, movenze, voce e modo di parlare. “Mi sentivo molto intimidito, sentivo il peso della responsabilità” ha spiegato l’attore. “Ho fatto un grande lavoro di ricerca. All’epoca Stallone era un attore sconosciuto, aveva fatto piccole parti. Così ho scoperto piccole clip: un pezzo di qua un pezzo di là e ho costruito questo affresco di Rocky”. Ippolito è stato il primo attore ad essere provinato e, a quel punto, il regista ha fermato il casting. L’attore aveva anche interpretato Al Pacino in The Offer, dedicato al making of de Il Padrino: era scomparso a tal punto nel suo personaggio che Farrelly, in un primo momento, non lo aveva riconosciuto. “Molti hanno fatto imitazioni di Stallone” spiega il regista. “Noi volevamo catturare la sua essenza, e lui ha capito come farlo. “Se avessimo avuto un altro attore magari non saremmo stati qui. Lui è diventato Stallone, guardando interviste, mettendo su 15 chili e prendendo le sue dimensioni”.

Il vero Sly

A proposito del vero Sylvester Stallone, “è stato gentile a incontrarmi un mese prima delle riprese” ci svela Ippolito. “È stato generoso, mi ha detto come è stato parlare con i produttori, i suoi periodi più difficili e come è stato uscirne. A parte la moglie Sasha non ha avuto altri a supportarlo, aveva tutti contro, si sentiva un lupo solitario. Ha resistito a tutti ed è diventato il vero Rocky. Questa è la storia della persona che si fa da solo, che supera le difficoltà: c’è un senso di magia e un po’ di ottimismo nella storia di Rocky”.

In un grande film funziona tutto

Funziona tutta la ricostruzione storica, funziona il gioco sui retroscena. E anche il tono scelto per il film: Peter Farrelly, la metà del duo artistico Peter & Bobby Farrelly, quelli che giravano Tutti pazzi per Mary, aveva già fatto un salto con Green Book, 3 premi Oscar, nel 2019. Qu trova il giusto tono, ironico e divertente, ma senza mai perdere di vista il drammatico che c’è in questa storia. Il suo è un film sulla tenacia nell’inseguire i sogni. “Non faccio mai un film pensando al messaggio” ci ha spiegato. “Ma ora che l’ho fatto ho capito che è un messaggio contro i soldi. Non prendetevi i soldi. Tutti vogliono essere miliardari, come Elon Musk. Io non ho mai cercato il denaro, la felicità viene dall’amore dagli amici. Viviamo tempi cupi: se uno continua a sperare, ad avere fiducia le cose andranno meglio. E la fede non vacillerà”. Rocky vinse 3 Oscar, tra cui miglior film. E Sylvester Stallone fu il primo ad ottenere la nomination sia da attore che da sceneggiatore dai tempi di Orson Welles.

di Maurizio Ermisino