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Elsinore, il coraggio di essere Amleto mentre si muore di AIDS

Il film di Simon Stone racconta la storia vera di Ian Charleson, attore che mise in scena il classico del Bardo mentre era in fin di vita. Con una grande interpretazione di Andrew Scott, che lancia lui e il film verso gli Oscar

“Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’oltraggiosa fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne”. Sono gli immortali versi dell’Amleto di William Shakespere. Li abbiamo riascoltati ieri, ed è incredibile come siano parole così universali da adattarsi ogni volta a una nuova situazione, di acquisire un significato diverso a seconda del momento che vogliono raccontare. Queste parole le abbiamo riascoltate in Elsinore, bellissimo film che, dopo aver conquistato l’International People’s Choice Award al Toronto International Film Festival ed essere stato il film d’apertura del BFI London Film Festival, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma alla presenza del regista Simon Stone. Avevamo sentito quei versi dell’Amleto pochi mesi fa, in Hamnet, ed erano state così significative per cogliere il dolore della morte di un figlio. E qui miracolosamente aderiscono perfettamente a quello che è il dolore, nel corpo e nell’anima, di un attore che sta portando in scena l’Amleto mentre lotta contro l’AIDS e aspetta la morte.  “È un film sull’impossibile che diventa possibile” ha raccontato il regista. “È una storia piena di speranza, la storia di un trionfo. Potrebbe suonare triste, la storia di un uomo che si muove verso la sua morte. Ma alla fine c’è una liberazione, perché riesce a fare quello che ha sempre voluto fare”. C’è anche un po’ di Italia in questo film: è prodotto da Andrea Occhipinti per Lucky Red che lo porterà al cinema in Italia dal 28 gennaio.

Se Daniel Day-Lewis lascia il palco

Ian Charleson, chi era costui? Confessiamo che non conoscevamo il suo nome. Eppure lo avevamo visto in un film famosissimo, Momenti di gloria (nel suo appartamento si vede appeso il manifesto italiano del film), ma, come dice lui “è un film che tutti ricordano per la colonna sonora”. Ian Charleson è stato uno degli attori più talentuosi della sua generazione. Qui lo vediamo nel 1989. L’Amleto è in scena al National Theatre di Londra, e Daniel Day-Lewis, l’attore in grande ascesa che interpreta il Principe di Danimarca, abbandona uno spettacolo a metà di una replica. Così il regista sceglie Ian. E lui, pur nella sua condizione, inizia una coraggiosa battaglia personale. Sostenuto dalla famiglia e dagli amici più cari, trasforma la sua più grande sfida nel suo più grande trionfo, diventando fonte di ispirazione per chi gli sta accanto. Ian è interpretato da Andrew Scott, sensibilissimo attore che avevamo ammirato in Estranei. E che ha ufficialmente iniziato la sua corsa verso gli Oscar, a cui il film si candida non solo nella categoria per il miglior attore protagonista.

Ian Charleson e il suo grande regalo al pubblico

“Sapevo di Ian Charleson, e sapevo della storia di Daniel Day-Lewis che aveva lasciato il palco dell’Amleto” ha raccontato Simon Stone. “Ma non sapevo che Ian stava morendo a quel tempo. Quando ho letto la sceneggiatura sono rimasto stupito dalla sua scelta: è morto sette settimane dopo la sua ultima performance, meno di due mesi. Il fatto che sia riuscito a recitare tre ore e mezza dell’Amleto, che fosse in grado di stare in piedi così vicino alla morte è straordinario. E il grande regalo che ha fatto a ogni singolo spettatore che era lì mentre recitava l’Amleto è qualcosa che nessuno dimenticherà mai. Con questo film vogliamo condividere con tutto il mondo il regalo di quest’uomo”.

Il fantasma dell’AIDS

L’Amleto è la storia di un fantasma. Elsinore è quella di un altro fantasma, di quella malattia, l’AIDS, comparso misteriosamente e improvvisamente negli anni Ottanta, quando iniziò a mietere migliaia di vittime, causando non solo morte, ma anche stigma e discriminazione. Un incubo, dal primo momento in cui sul corpo cominciano ad apparire e diffondersi quelle macchie violacee, che chi ha visto film come Philadelphia e affini ricorda bene. Da quel momento si capisce che si hanno aspettative di vita molto brevi. Qualche mese, forse qualche anno. Ian vuole vivere. Ma non vuole farlo invano. Vuole vivere una vita che abbia un senso. Tutto è nello scambio di battute con la dottoressa che lo cura. “Per me è importante preservare la vita”. “Per me la vita è la sua glorificazione. La gioia”. Elsinore è la celebrazione dell’arte e del suo potere trasformativo.

Scegliere l’arte piuttosto che la vita

“Better to die as Hamlet rather than AIDS”. “È meglio morire da Amleto che di AIDS”. È una delle frasi più belle che sentiamo nel film.  È qui che sentiamo l’importanza dell’arte. Ma c’è anche il senso di come l’Amleto parli di morte in maniera superba. “Viviamo in un’epoca in cui le persone si chiedono il valore finanziario di ogni cosa. L’industria dell’intrattenimento è fatta solo per i soldi, in nome della vendita dei biglietti, e ogni cosa deve generare profitto” riflette il regista. “La cosa interessante nella storia delle grandi istituzioni delle arti europee è stata quella di dare soldi alle persone anche se non facevano rientrare i costi. I governi stanno togliendo i fondi a queste istituzioni e credo che sia una cosa sbagliata. Siamo qui nella città eterna, dove la storia della civiltà può essere toccata, vista, letta, annusata. Ed è assurdo che si possa presumere di leggere la storia della civiltà se non si supporta l’arte che quella civiltà la crea. Nessuno ricorda quanti soldi hai guadagnato da un’opera d’arte, ma ricorda cosa hai scritto, cosa hai dipinto, cosa hai recitato su un palco. Ero affascinato dall’idea di fare un film su qualcuno che ha scelto l’arte piuttosto che la vita”.

Andrew Scott e Olivia Colman, che incontro

Un attore, sul palcoscenico, interagisce con altri attori. Spesso il dialogo è con uno di loro, un coprotagonista, un antagonista. Qui il confronto più importante è soprattutto fuori, e la controparte è la dottoressa Margaret Johnson, interpretata da un altro mostro di bravura, Olivia Colman, l’indimenticabile regina Elisabetta II delle stagioni 3 e 4 di The Crown. Un confronto deciso e umano. Lei è una donna di scienza, è razionale, decisa, fredda ma empatica. Deve fare il suo lavoro, curare, salvare vite. Ian è deciso a portare avanti la sua arte, a vivere il momento più alto della sua carriera.

Andrew Scott, una tripla sfida attoriale

Andrew Scott è il protagonista assoluto di questa storia. Se ci pensiamo, la sua è un’interpretazione tripla, un livello di recitazione che ne contiene un alto e ancora un altro. Il primo stato è Ian nella sua vita a Londra, tra amici e colleghi. Dentro c’è l’interpretazione dell’attore teatrale che porta in scena l’Amleto, ed è incredibile. Più a fondo, ancora, c’è lo Ian malato, una persona che soffre fisicamente dolori inenarrabili. Sono tre registri diversi in uno. E la prova attoriale di Scott, attore dal sorriso gentile e discreto, dagli occhi cerulei che trasudano umanità, è di quelle destinate a restare.

Ian Charleson e Derek Jarman: dichiarare o meno la propria sessualità?

C’è poi l’intero viaggio che è di quelli che vale la pena. È un viaggio nelle strade di Soho, tra le mura del National Theatre, nella scena artistica della Londra degli anni Ottanta, del citato Danie Day-Lewis e del regista estremo Derek Jarman. È proprio con lui che Ian ha un dibattito acceso e intenso. Jarman, artista orgogliosamente gay e militante, lo accusa di essere entrato nel sistema del cinema e, soprattutto, di non aver dichiarato la sua omosessualità, rinnegando l’unico ruolo gay, regalatogli proprio da Jarman. Ancora una volta Ian mette l’arte davanti a tutto. Voleva fare cinema, voleva arrivare in vetta. E, se si fosse dichiarato, non glielo avrebbero fatto fare: sappiamo come è andata con altri attori. Ma, soprattutto, ogni volta il pubblico avrebbe dovuto vedere il suo personaggio e non lui, altrimenti sarebbe stata una sconfitta. Anche questo vuol dire essere un attore.

C’è il pericolo di tornare alla segregazione e alla discriminazione

Derek Jarman e Ian Charleson la vedono diversamente sul coming out. Oggi farlo è diventato più facile. E non si parla quasi più di AIDS. “Il mondo è cambiato” riflette il regista. “Non si muore più di AIDS, a meno che tu non viva in un Paese che sceglie di ignorare che ci siano medicinali che possano fermarlo. Dipende poi in che parte della società ci troviamo. Le comunità sono diventate più forti, c’è più solidarietà tra le persone che hanno diversi orientamenti sessuali e differenti background. Un’altra parte della società è diventata più cattiva, più aggressiva, più pericolosa. Sono meno cristiani, anche se fanno finta di essere cristiani. È pericoloso, perché è un tornare indietro rispetto a tutte le conquiste che abbiamo fatto negli ultimi 30 anni, dopo che la crisi dell’AIDS è accaduta e quando è esplosa l’omofobia. In questi anni abbiamo avuto delle vittorie ma c’è il pericolo che possiamo scivolare di nuovo nella segregazione, nella discriminazione, nell’isolamento. E spero che questo film possa essere un incoraggiamento a che questo non accada”.

di Maurizio Ermisino