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Women in marketing direction: Lavinia Fogolari, Asus: non abbiate paura di chiedere, pretendete. Leadership emotiva per strategia, imposizione per tattica. Scelgo chi lavora in squadra, competente e flessibile. Apertura mentale e umiltà sono fondamentali

In queste interviste il format è definito per indagare modi e sensi delle carriere di donne arrivate ai vertici. Ma visto che questa a Lavinia Fogolari, marketing manager Asus, si svolge in piena emergenza Coronavirus, ci sembra giusto partire proprio da qui:

Come vedi l’attuale situazione?

“Quello che stiamo vivendo è senza precedenti, drammatica per molti aspetti, ma che cerco di vivere e di interpretare con l’approccio positivo che mi ha sempre contraddistinta per affrontare le nuove sfide. Di certo siamo di fronte a una frattura, nelle nostre abitudini, nella gestione degli affetti, nel nostro approccio lavorativo, nel modo di rivalutare la nostra intera esistenza. Ma paradossalmente è anche una condizione che permetterà di farci crescere, di far venire fuori il meglio o il peggio di ognuno di noi. I cambiamenti ci sono sempre stati, questo è stato totalizzante e repentino, ma consentirà di ricostruire la nostra scala valoriale, di far emergere le doti di resilienza e riadattamento ai nuovi contesti. Di nuovo, la forza e la grinta del singolo individuo saranno messi in primo piano, nel modo in cui saprà ripartire e ricostruirsi, partendo da una situazione che ci rende tutti uguali, tutti soggetti a uno stesso trauma. Ora più che mai non dobbiamo farci soccombere dagli eventi, la responsabilità di ognuno, nel suo piccolo, è di andare avanti, di saper cogliere le opportunità che nascono da questa precisa situazione. Ognuno, è responsabile di come reagirà e di come saprà rialzarsi. Questa situazione ha palesato il fatto che siamo ospiti in questo pianeta, che riesce ad andare avanti a prescindere dalla presenza umana; ci sta insegnando il rispetto, il valore delle relazioni, la solidarietà, l’altruismo. Ne usciremo diversi e più consapevoli. Purtroppo in tanti stanno soffrendo, in tanti stanno stringendo i denti, ma chi davvero non si arrenderà passivamente, risorgerà.Rinasceremo, ne sono certa, contando su un sentimento primordiale di vicinanza e di autoconservazione”.

Veniamo adesso al nostro tema, che rimane comunque attuale e sviscerarlo potrà anche contribuire a ridisegnare nuovi equilibri nel post coronavirus. Quindi, perché i direttori marketing, di comunicazione fino ad arrivare agli amministratori delegati donna sono in minoranza, in Italia e nel mondo?

“Ho letto un libro che parla degli errori inconsci commessi dalle donne ‘boicottando’ la loro carriera professionale. Noi donne che ci sentiamo ‘in carriera’ ambiziose e agguerrite a volte lo dimostriamo nel modo sbagliato: diventiamo workaholic. Siamo convinte che sia giusto farlo, che con il sacrificio si raggiungono gli obiettivi, ci sentiamo in dovere e non sappiamo dire di no. Quando si finisce per esagerare diventiamo soltanto delle piccole api operaie, brave ed efficienti, che non verranno mai spostate dalla loro posizione, da quel ruolo ormai diventato insostituibile e radicato a un livello di massima operatività. Noi donne programmiamo e pianifichiamo ogni secondo, perdendo di vista quello che in realtà è un aspetto fondamentale della crescita: il networking, le relazioni. C’è un passo del libro che racconta di una donna lavoratrice modello che si lamenta di come il suo collega uomo ogni lunedì perda mezz’ora nel chiacchierare con il capo dei risultati della partita della domenica. Quella mezz’ora corrisponde a mettere il seme e col tempo annaffiarlo, entrare in una sfera personale, che nel lungo periodo darà modo di creare un rapporto umano che va oltre la professionalità. Nel momento in cui ci sarà da scegliere chi promuovere sicuramente sarà agevolato chi nel tempo ha costruito una relazione che non si basa soltanto sulla mera produttività. Raggiungere l’eccellenza significa portare risultati, ma senza finire per alienarsi e dimenticarsi di se stesse”.

Però comunicazione e marketing sono settori ricchi di donne, cosa manca per permettere loro di fare carriera, cosa vorresti cambiasse?  

“Uno studio ormai di un anno fa, ma in ogni caso abbastanza attuale, evidenzia come in Italia 1 donna su 4 ricopra posizioni manageriali. Il mondo del lavoro, è vero, è ancora dominato dal genere maschile. Sarò franca, purtroppo la maternità in alcuni casi è ancora vissuta come ‘un problema’, ma spesso non più (solo) dal punto di vista dell’uomo-capo, ma lo diventa per le stesse donne, che si trovano di fronte a delle scelte, imposte o autoimposte, che a volte le portano a fare un passo indietro. ‘Fare carriera’ non è una passeggiata, implica obblighi, incombenze, lucidità, presenza, molte donne non trovano la motivazione per sobbarcarsi delle responsabilità del duplice ruolo mamma e manager, attribuendo la priorità al primo. Inoltre ci sono ancora delle convenzioni sociali difficili da sradicare, che vedono la madre come principale responsabile della cura dei figli e della famiglia. Questo purtroppo rappresenta un freno.

Ma al contempo stanno nascendo una serie di nuovi modelli lavorativi che consentono una conciliazione tra le due sfere lavoro-famiglia, vedi la flessibilità e lo smartworking. E ci tengo a sottolineare che questi non sono modelli a favore delle donne, ma lo diventano in generale per la famiglia e la società stessa. Questa è una prima strada per il cambiamento.

In ogni caso voglio precisare che l’aspetto più importante è che ogni donna possa trovarsi nella condizione di fare la scelta migliore per sé e che sente propria: non c’è nulla di male nello scegliere di non voler far carriera per passare più tempo con i figli, anche questa è una decisione coraggiosa. Il vero male penso sia quello di essere obbligate a fare delle scelte perché in qualche modo la società ce lo impone. Questo è quanto di più sbagliato, ogni donna deve sentirsi libera di esprimere la propria natura e il proprio potenziale e deve vivere in un sistema che glielo permetta”.

Nella tua storia personale, chi è stato mentore e chi invece ti ha messo i bastoni tra le ruote?

“In realtà devo dire che nessuno mi ha mai realmente messo i bastoni tra le ruote. In maniera del tutto onesta, giorno dopo giorno mi sono resa conto delle mie capacità, della mia dedizione e senso del dovere, ed ero conscia del fatto che questi aspetti venissero apprezzati dai miei superiori. Il vero “problema” è stato il tempismo. Tornando al discorso precedente, quando una persona risulta molto operativa ed efficace, man mano si costruisce un ruolo difficilmente sostituibile. Dopo i primi anni di riconoscimenti quasi inaspettati, possono iniziare momenti in cui ci si sente piú bloccati, quasi in stallo professionalmente. Si sa che nella crescita l’imbuto si restringe.  A un certo punto volevo cambiare, volevo crescere, ma sapevo che il mio ruolo diventato in quel momento fondamentale sarebbe stato il mio maggiore vincolo. E dopo aver portato pazienza, ho capito che se non fossi stata io stessa a generare il cambiamento non sarebbe arrivato nei tempi che volevo io. Nella mia vita professionale ho capito questo: nessuno regala niente e se davvero vuoi qualcosa devi prendertela, ponendoti degli obiettivi ben precisi ed essendo flessibile per raggiungerli. E così ho fatto, ho cambiato lavoro. Penso che aspettare passivamente un cambiamento è l’errore più grosso che si possa fare. Ognuno è artefice del proprio destino e ognuno possiede la chiave per aprire la porta del proprio futuro. L’unica vera differenza sta nella volontà, di aprire quella porta, di percorrere quella strada.

Come mentore, ho avuto tante persone che mi hanno trasmesso pezzettini di lezioni di crescita e qualità diverse. È importante avere qualcuno di fidato con cui potersi confrontare, che ti supporta e ti guida. Io non ho avuto un unico modello di riferimento, ma molti tra amici, colleghi miei pari e capi, donne e uomini, che mi hanno trasmesso ognuno dei tasselli fondamentali per costruire quella che sono oggi, e così continuerà ad essere anche nel futuro”.

La tua opinione sul gender Pay gap?

“Certo le statistiche sono sotto gli occhi di tutti, ma provo ad approcciare il tema con una visione positiva e “propositiva”. Penso che la vera differenza risieda nell’approccio dei due sessi. Ribadisco, nessuno nella vita e nel lavoro regala mai nulla, ma spesso l’uomo si fa molti meno problemi rispetto a una donna a chiedere. Disse una volta un mio capo di alto livello ‘ogni volta che mi danno un aumento ringrazio con una mano e con l’altra ne chiedo un altro’.

Donne, non abbiate paura di chiedere, non sentitevi in imbarazzo a pretendere. Valorizzatevi e puntate in alto. Gli uomini a volte sono solo più sfacciati e diretti, ma questo è un pregio da prendere come riferimento”.

Che tipo di capo sei? Insomma, quando si arriva c’è il rischio di perpetuare quanto si è vissuto, nel bene e nel male?

“Penso che la mia generazione sia cresciuta a cavallo di due modelli di management, uno che definirei verticale, estremamente gerarchico, e uno orizzontale, inclusivo. Entrambi gli approcci hanno molto da insegnare, detto che il primo, se non si evolve, rischia di diventare un modello datato ed arretrato. Il modello che appartiene a me è più vicino al secondo, quello della ‘leadership emotiva’, dell’essere una guida che comprende e che come obiettivo principale ha quello del raggiungimento di un risultato in gruppo, a capo di una squadra in cui tutti si sentano partecipi del traguardo. A volte è necessario tenere un approccio marcatamente direttivo e impositivo, ma io lo vedo come qualcosa di tattico, contingente, volto a ‘raddrizzare’ una situazione specifica, che dà i suoi frutti nel breve termine. In generale un approccio comprensivo è più strategico, di lungo periodo, inizialmente può essere frainteso, visto come mancanza di polso o di capacità decisionale, ma nel lungo crea una squadra di persone libere e motivate a esprimere il proprio potenziale, che hanno ricevuto fiducia e questo consente di renderle responsabili. Che ricevono stimoli, feedback, a volte anche critiche, ma costruttive, con l’intento di massimizzare il loro potenziale”.

Nel definire i team con cui collabori, siano essi interni alla tua azienda, o esterni (vedi ad esempio agenzie di comunicazione) cosa metti in primo piano per scegliere le persone?

“Nelle persone che lavorano con me, oltre a chiaramente alle competenze tecniche del ruolo che devono ricoprire, cerco determinazione ed umiltà. Potrebbero sembrare due qualità in contrasto, ma quando si cambia lavoro, a qualsiasi livello, non si è mai arrivati. Bisogna sfoderare le carte migliori, i successi passati, la motivazione al cambiamento, ma al contempo mettersi in discussione, sentirsi pronti a cambiare paradigmi, uscire dalla propria comfort zone, essere pronti a ripartire da zero e ad accettare consigli e insegnamenti da tutti i nuovi colleghi a prescindere dal livello gerarchico. Lavoro di squadra, flessibilità e apertura mentale sono caratteristiche fondamentali”.

Il tuo successo maggiore?

“Ad oggi, il mio successo maggiore è aver trovato nel lavoro di tutti giorni una grande passione. È di essere riuscita a fare qualcosa che mi piace e mi coinvolge a 360°, che mi appartiene e mi fa sentire realizzata. La mia professione non è soltanto un ‘lavoro’ che bisogna fare per campare, è la realizzazione di me stessa, un’estensione delle mie capacità. Mi piace moltissimo il mio lavoro, mi piace sentirmi appagata, e ancor di più leggere la soddisfazione negli occhi delle persone che lavorano con me”.

La sfida?

“La mia sfida costante è sviluppare e far crescere il mio team, è far crescere il potenziale delle persone che lavorano con me. E allo stesso tempo far crescere me in sinergia con loro. Quando si gestisce una squadra si è tutti uniti, come il tronco di un albero con i suoi rami. L’intero sistema deve funzionare, altrimenti la pianta muore. Ognuno ha i suoi pregi e le sue debolezze. Il compito di un leader è quello di valorizzare i primi e allo stesso tempo agire sulle seconde, sviluppando la consapevolezza e la motivazione di ognuno. Come in ogni ruolo, non si è mai soli, si parla sempre di un gioco di squadra e la sfida fondamentale per me è alimentare questo senso di appartenenza, circondandomi di persone brave, competenti, ma allo stesso tempo umane, come me, con le proprie paure e insicurezze, e aiutarle ad affrontare le sfide di ogni giorno con grinta, positività e determinazione”.

Chi è Lavinia Fogolari:

Classe 1987, si laurea a Padova in Scienze della Comunicazione nel 2010 e prosegue la specializzazione con il Master in Marketing e Comunicazione presso l’Università Bocconi di Milano. Dopo qualche prima esperienza all’estero rientra in Italia, a Padova, con uno stage in Safilo, settore dell’occhialeria, ma l’ambizione è più grande e torna a Milano entrando in Sanpellegrino nel 2012, azienda parte del gruppo Nestlè, dove ha modo di accrescere e consolidare le sue competenze di marketing.

Nel gruppo cresce velocemente, gestendo i brand di diverse categorie: parte come junior sulle acque regionali, Pejo San Bernardo e Recoaro, per poi spostarsi sugli aperitivi, Sanbittèr e Gingerino, dove ha modo di focalizzarsi sul lancio di nuovi prodotti, unici all’epoca per la categoria. Per due anni poi diventa project leader della nuova funzione innovation, coordinando tutti i progetti d’innovazione per tutti i brand in Italia, partendo da una profonda analisi dei trend di mercato e dei bisogni dei consumatori (sia per le acque: Levissima, Panna, S.Pellegrino, Nestlè Vera, che per le Bibite Sanpellegrino e gli Aperitivi, che per il tè Beltè). Infine torna nel marketing, come Brand Manager di Levissima, uno dei marchi leader di mercato e importantissimo per l’azienda per il suo fatturato. A marzo 2019 Lavinia è pronta per cogliere nuove sfide in un settore totalmente diverso, quello della tecnologia: a 31 diventa Marketing Manager della divisione SYS Notebook di ASUS, accentrando il coordinamento delle funzioni marketing e trade marketing per il mercato italiano.

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