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Women in brand direction: Francesca Sansò, Marketing Director GB Food. Dobbiamo fare più network, promuoverci e imparare a negoziare per sé. Voglio entusiasmo, passione, sfrontatezza, determinazione, coraggio e apertura al cambiamento. La diversità è valore, anche quando non facile da perseguire

Perché i direttori marketing, di comunicazione fino ad arrivare agli amministratori delegati donna sono in minoranza, in Italia e nel mondo?

“Credo che ci siano diverse e tra loro spesso interconnesse ragioni, alcune dettate dai nostri modelli sociali e organizzativi, e altre di matrice prettamente individuale.

La mancanza di strutture a supporto delle famiglie, per esempio, carichi familiari e domestici non equamente distribuiti, rendono le donne prive di energie e con sensi di colpa, se pensiamo poi che alcuni media propongono ancora stereotipi di uomini in carriera e donne a casa, il gioco è presto fatto. E così, modelli di leadership e stile di comunicazioni dominanti maschili, problemi di conciliazione carriera-famiglia reali o anche solo presunti, retribuzioni inferiori a quelle degli uomini che unite ad una minore percepita possibilità di carriera fa sì che sia la donna a fare un passo indietro quando uno dei due della coppia deve dedicarsi alla famiglia.

A tutto ciò si aggiungono anche delle innate differenze che è inutile negare ci sono tra uomini e donne: network più ristretto o comunque non usato per scopi professionali, minore attitudine ad auto-promuoversi o auto-candidarsi, scarsa predisposizione a negoziare per sé. Spesso noi donne ci facciamo troppi problemi pur essendo più preparate… diciamo più scrupoli nel dire di essere pronte a ricoprire un ruolo, cadiamo nella trappola del non essere brave abbastanza e se lo facciamo è solo quando siamo davvero preparate; l’uomo è più abile nel far credere di sapere (del resto conoscete qualche uomo che ammetterà mai di non saper fare una cosa?)”.

Però comunicazione e marketing sono settori ricchi di donne, cosa manca per permettere loro di fare carriera, cosa vorresti cambiasse? 

“Oggi purtroppo la maternità è ancora un tabù e di conseguenza molto spesso un confine per la fine della crescita professionale: sono ancora davvero tante le donne che smettono di fare carriera dopo un figlio. Portando la mia esperienza anche di mamma dico che dobbiamo innanzitutto noi stesse capire che è necessario fare un compromesso e rinunciare alla perfezione (cosa a cui siamo ahimè poco inclini). Per un corretto bilanciamento tra famiglia e lavoro la chiave è coinvolgere altri attori come papà, nonni, tate: non è possibile fare tutto da sole, dobbiamo avere più fiducia rispetto al fatto che qualcun altro possa fare bene, dal team familiare al team di lavoro. Quindi viva le tate, il tempo pieno all’asilo, la collaborazione, la delega e la fiducia tra colleghi… i figli crescono bene e il mondo va avanti lo stesso. Voglio dire, un po’ più di spensieratezza e meno stress è forse il segreto per fare meglio a casa e al lavoro. C’è una frase di Italo Calvino che racchiude molto bene quello che noi donne da sole possiamo fare: ‘Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore…’ Riesco ad applicarlo nella vita di tutti giorni? Assolutamente no, ma è il mantra che mi ripeto ogni sera prima di andare a letto. Mi prendo da sola per sfinimento.

Nel frattempo, le aziende però devono capire che parità dei sessi e quota rosa non sono semplicemente una spunta sulla loro to-do-list, ma un’arma in più per il business stesso.

Perché la ricchezza di sfumature di una vita delle donne (dalla maternità, all’organizzazione della casa, delle feste, dei viaggi etc) è una fonte di arricchimento di competenze (come responsabilità, problem solving, gestione del tempo, ma anche empatia, capacità di ascolto e di delega) con cui può valorizzare il suo contributo lavorativo. Del resto tutte le aziende mirano ad attirare e trattenere i talenti, perché allora limitarsi ad attingere solo al 50% della popolazione?

Di conseguenza devono porre sempre più attenzione su nuove modalità lavorative che possono aiutare: smart working verticale e orizzontale, servizi all’interno della società come asilo e palestra, wellbeing programs ma anche strumenti per aiutare le donne a non mollare emotivamente”.

Nella tua storia personale, chi è stato mentore e chi invece ti ha messo i bastoni tra le ruote?

“Il mio primo manager in Danone è stato sicuramente colui che mi ha insegnato ad osare e a provocare il futuro, che mi ha trasmesso la passione per questo lavoro dalle mille sfumature, dalla psicologia di capire il consumatore, al fascino di definire visione e strategia dei brand, alla forza creativa di tradurre in modo semplice e memorabile tutto questo attraverso la comunicazione.

Ho avuto la fortuna di lavorare per aziende multinazionali in cui la meritocrazia e le competenze sono valorizzate, l’attenzione alla diversity se non radicata nei comportamenti quantomeno conclamata, e quindi di incontrare persone preparate, competenti e corrette. Ciò detto non è che non ci siano state piccole insidie nel mio percorso: dal maschilista nascosto dietro un’apparente gentilezza, ad alcune donne stesse che hanno fatto della solidarietà femminile in azienda un’utopia, a chi semplicemente non piacevo, probabilmente anzi sicuramente a prescindere dal sesso, e che quindi ha canalizzato un bel po’ delle mie energie al fine di non farmi trascinare indietro emotivamente.

In questi momenti down mi ha aiutato molto il mio carattere e la mia educazione: sono una folle ottimista, a tratti anche un po’ naïf, e naturalmente equipaggiata di una sana dose di competitività, fermamente convinta che con il merito si possa arrivare ovunque, che non si è mai sentita inferiore a un uomo in quanto uomo ma solo eventualmente perché, dura ammetterlo, più bravo di me in quel momento (e comunque solo fino a prova contraria).

Merito anche di mia mamma, una donna coraggiosa, che mi ha trasmesso grande fiducia in me stessa e una grande libertà di scegliere cosa volevo fare della mia vita: quel famoso foglio bianco su cui scrivere liberamente che è quello che tutto oggi non mi spaventa ma al contrario mi stimola di più al lavoro”.

La tua opinione sul gender Pay gap?

“Avendo sempre lavorato per aziende multinazionali non ho avvertito questa issue in modo sostanziale ma posso ben capire che realtà meno strutturate e soprattutto più piccole tendono ad acuire questa differenza… dubito che un imprenditore assuma facilmente una donna se poi sa che questa può ‘lasciarlo’ per maternità (solito retaggio maschilista).

Se però da un lato è frustrante leggere ancora storie di donne il cui stipendio non è commisurato a quello del genere maschile, dall’altro sono sempre più le aziende che provvedono a colmare questo gap con azioni concrete. Credo che le aziende debbano puntare continuamente al riconoscimento del lavoro femminile, oltre che attuare i dovuti adeguamenti salariali, ma invito noi donne tutte ad auto-promuoverci ed uscire dalla nostra comfort zone proponendoci in modo assertivo per nuove posizioni o riconoscimenti salariali”.

Che tipo di capo sei? Insomma, quando si arriva c’è il rischio di perpetuare quanto si è vissuto, nel bene e nel male?

“Io metto nel mio lavoro lo stesso entusiasmo, passione, sfrontatezza, determinazione, coraggio e apertura al cambiamento che ho sempre avuto fin dal primo giorno. Nel bene e nel male sono estremamente coerente e invito le mie risorse a credere sempre in loro stesse, a distinguere un fallimento del business da un loro fallimento personale e a valorizzare le loro diversità e unicità.

Sono ben consapevole che non sia facile, soprattutto nella frenesia del lavoro di tutti i giorni, riuscire davvero a valorizzare questa diversità, del resto come gli animali per istinto come prima cosa cerchiamo i nostri simili. Ma la diversità è ricchezza e ci fa uscire dalla routine, ci fa fare le cose in modo diverso e sicuramente migliore, integrando punti di vista differenti, con evidenti benefici per il business ma anche e soprattutto per la nostra crescita personale”.

Nel definire i team con cui collabori, siano essi interni alla tua azienda, o esterni, vedi agenzie di comunicazione, cosa metti in primo piano per scegliere le persone?

“Lucidità, coraggio, voglia di cambiare lo status quo, passione e, ultima ma non meno importante, la positività: oltre alle competenze tecniche sapere di avere nel team persone positive aiuta nell’ottenere e migliorare i risultati. E poi mi piace davvero tanto scommettere sui giovani, su quegli occhi scintillanti che hanno voglia di cambiare il mondo, accompagnarli nella loro crescita e rischiare accanto a loro ogni giorno per provare a fare insieme la differenza.

Oggi ho un team tutto al femminile (casualmente, non per un’estrema pratica di diversity) ma non nascondo che l’idea di coltivare ogni giorno il talento di queste giovani donne mi rende orgogliosa, soprattutto perché è la migliore dimostrazione di come tante donne diverse tra loro riescano a fare rete, aiutarsi reciprocamente e lavorare bene”.

Il tuo successo maggiore?

“Nel mio percorso in aziende food ho avuto la fortuna di applicare le mie conoscenze all’ideazione, sviluppo e promozione di alimenti funzionali che possano contribuire realmente al benessere delle persone. Dal lancio in Italia di Danacol e la arricchente e indimenticabile collaborazione con un grande artista come Little Tony, al rilancio più recente di Sognidoro e l’ambizioso tentativo di rinnovare un mercato tradizionale e statico come quello della camomilla attraverso la sua funzionalizzazione in chiave moderna con il lancio della prima camomilla funzionale con aggiunta di Melatonina”.

La sfida?

“Ho la fortuna di guidare il dipartimento marketing di un’azienda che ha fatto la storia dell’Italia e che ancora oggi dopo 70 anni si evolve e si rinnova, con enorme rispetto per il passato ma con la consapevolezza di stare al passo di un consumatore in continua evoluzione. La mia sfida è quella di ridare a Star una seconda giovinezza, diciamo che mi piacerebbe poter dare un look più contemporaneo alla famosa Signora Stella, inconfondibile icona di Star; il viaggio è ancora lungo, ma l’eccezionale turnaround che questa azienda ha fatto negli ultimi anni non solo in termini di ‘what’, registrando ben due anni di crescita consecutiva, ma anche e soprattutto in termini di ‘how’, con un focus particolare sullo sviluppo e la formazione delle persone, mi da tanta fiducia che la direzione sia quella giusta. Allo stesso tempo cerco di dare il mio contributo affinché in azienda ci sia sempre maggiore trasparenza e chiarezza sui piani di carriera, ci siano degli strumenti che possano aiutare il work life balance di tutti i dipendenti, ci siano dei piani aziendali concreti  per contribuire ad un futuro sempre più sostenibile”.

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