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Rapporto Mediobanca, in crescita le aziende del fashion italiano. Quotate e a controllo familiare le più redditizie. Diversity, le aziende dinamiche hanno più donne ai vertici. Prometeia: ottime prospettive per il triennio 2019-2021. Bene la popolarità online dei brand italiani

L’Area Studi Mediobanca presenta la nuova edizione sul Sistema Moda in cui vengono analizzate le dinamiche delle 173 Aziende Moda Italia con un fatturato superiore a €100 mln nel 2018 e dei principali gruppi europei del settore. Completano lo studio le previsioni per il triennio 2019-2021 e un approfondimento sulla web reputation dei brand italiani della moda realizzato da Prometeia.

Il settore moda italiano continua a crescere anche nel 2018, registrando un giro d’affari totale di €71,7 mld (+22,5% sul 2014 e +3,4% sul 2017). Si tratta di una crescita importante che ha avuto nel 2015 una notevole impennata (+9,4%) e che, riferisce una nota, nonostante abbia rallentato negli anni successivi, non è mai stata inferiore al +3,4% annuo. Insieme al fatturato aggregato cresce anche il peso del comparto sul Pil nazionale (1,2%, contro l’1,1% del 2014) rispetto al quale la moda nell’ultimo quinquennio ha viaggiato a una velocità quasi doppia. Bene anche gli utili che nel 2018 ammontano a €3,7 mld (+25,2% sul 2014).

Tra i comparti spicca l’abbigliamento, che da solo determina il 42,6% dei ricavi aggregati, seguito dalla pelletteria (23,1%) e dall’occhialeria (15,6%). In quanto a crescita media annua delle vendite nel 2014-2018 si distingue, invece, la gioielleria (+10,9%) seguita dal comparto pelli, cuoio e calzature (+6,2%), dal tessile (+5,7%), dalla distribuzione (+4,9%), dall’abbigliamento (+4,5%) e dall’occhialeria (+3,7%).

Si conferma importante la presenza di gruppi stranieri nella moda italiana: 70 delle 173 aziende hanno infatti una proprietà straniera e in tutto controllano il 34,7% del fatturato aggregato (il 14,2% è francese, fra cui LVMH e Kering, entrambe con il 5,4%). Notevole l’incremento rispetto al 2014 (quando i gruppi stranieri controllavano il 23,9% del fatturato), dovuto in gran parte alla velocità quasi 4 volte superiore a cui queste società sono cresciute rispetto a quelle a controllo italiano.

Nonostante ciò, le società a controllo italiano performano meglio in quanto a redditività (ebit margin al 9,3%) rispetto a quelle controllate da gruppi stranieri (6,2%). In particolar modo, sono le aziende quotate con la quota di maggioranza in capo a una famiglia che registrano l’ebit margin migliore (13,4%) e che al contempo si mostrano più propense all’export (l’86,1% del loro fatturato proviene dall’estero). Complessivamente, le Aziende Moda Italia hanno ottenuto nel 2018 un ebit margin dell’8,2%, con l’occhialeria e la pelletteria sugli scudi (rispettivamente 12% e 10,2%).

Delle 173 aziende analizzate, sono solo 15 le quotate in borsa. Queste società determinano però ben il 29% del fatturato aggregato e hanno un ebit margin nettamente superiore (11,7% contro il 6,8% delle altre), a dimostrazione di come l’apertura ai mercati borsistici possa dare grande impulso sia in termini di redditività sia di proiezione internazionale. Proprio quest’ultimaè una delle caratteristiche più rappresentative della moda italiana: il 72,2% del fatturato complessivo proviene, infatti, dall’estero, molto più del totale del settore manifatturiero (58,3%) e con ancora una volta in testa l’occhialeria (89,6%).

Cresce anche l’occupazione, con 45.300 nuovi addetti (+14,1% sul 2014 e +1,7% sul 2017), per una forza lavoro totale di 366mila unità. Bene soprattutto la gioielleria (+32,7% sul 2014), la pelletteria (+24,6%) e la distribuzione (+22,6%).

Il settore moda italiano si conferma, infine, molto solido, come dimostrato dalla bassa incidenza del debito finanziario sul capitale netto (34% nel 2018), e dotato di una forte liquidità, con il rapporto tra disponibilità e debiti finanziari pari al 79,4%.

Dall’analisi della varietà di genere nei board delle 173 Aziende Moda Italia emerge una correlazione con la performance delle stesse. Nelle aziende dinamiche, quelle cioè che fanno registrare un ebit margin e un tasso di crescita del fatturato superiore alla media del panel analizzato, il 22% dei consiglieri è donna. A livello generale invece la quota di donne presenti nei Cda scende a 17,9%.

Nel 2018 i 46 grandi gruppi europei hanno fatturato €251,5 mld (+33,6% sul 2014 e +6,3% sul 2017). L’Italia con le sue big 14 è il paese più rappresentato a livello numerico, ma è la Francia, con una quota del 34,6% del fatturato aggregato, ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari, seguita da Germania (12,2%), Spagna e Regno Unito (entrambi 11,3%). In calo il peso dell’Italia (8,3%) a causa principalmente della fusione tra Luxottica e Essilor che ha dato vita alla holding EssilorLuxottica con base a Parigi.

Al primo posto per dimensioni tra i colossi europei c’è sempre LVMH (€46,8 mld). Molto distanti Inditex che controlla Zara, (€26,1 mld), la tedesca Adidas (€21,9 mld), la svedese H&M (€20,5 mld) e proprio EssilorLuxottica (€16,2 mld). Prima tra gli italiani Prada (€3,1 mld), al quattordicesimo posto in classifica. In generale, i big 14 italiani crescono a un ritmo annuo medio inferiore (+0,9% rispetto al +8,2% dei competitor stranieri) e sono meno redditizi (ebit margin: 9,0%, vs 16,1%). Ciononostante hanno una capitalizzazione maggiore (leverage ratio: 20,6% vs 26,9%) e sono più “liquide” (rapporto tra disponibilità e debiti finanziari: 168,0%, vs 95,2%).

La graduatoria per crescita media annua delle vendite nel 2014-2018 vede in testa la britannica ASOS (+25,5%), seguita dall’italiana Moncler (+19,6%), dalla francese SMCP (+18,9%) e dalla danese Pandora (+17,6%). A livello continentale, nello stesso periodo i ricavi sono cresciuti mediamente del +7,5%, una performance migliore rispetto al +3,1% dei colossi del manifatturiero.

Il 2018 è stato un anno positivo anche sotto il profilo dell’occupazione, con 190.000 nuove assunzioni (+20%). A distinguersi sono soprattutto i gruppi spagnoli (47.000 nuovi addetti, +37,8%, dovuti per la maggior parte a Inditex), seguiti da quelli francesi (+43.000, +13,1%). I colossi italiani hanno creato, invece, 11.200 nuovi posti di lavoro (+11%).

Anche a livello europeo le società quotate (27 su 46) hanno un impatto decisivo sul settore: determinano l’83,3% del fatturato aggregato, sono più redditizie (ebit margin 16,7% vs l’11%) e crescono più velocemente (+39,7% vs +6,4% nel 2014-2018).

Secondo i dati di Prometeia al 2021, il giro d’affari della moda italiana continuerà a crescere fino a raggiungere quota €80 mld (+8% in due anni: due volte il ritmo di sviluppo atteso dei comparti di riferimento). Più crescita ma anche più margini: nel 2021 l’ebit margin sarà superiore di quasi 6 punti alla media dei settori benchmark.

A determinarla concorrono indubbiamente la visibilità e la reputazione online. I 559 brand delle 173 aziende considerate vengono cercati su internet circa 300 milioni di volte al mese, con 57 brand che superano il milione di ricerche ciascuno. Numeri che si riflettono nella crescita della domanda, che si stima aumenterà di €1,7 mld in due anni. Attualmente, i paesi in cui il fashion italiano è più cercato online sono Germania e Stati Uniti, seguiti da Cina e Russia. Enorme, ma ancora parzialmente inespresso, il potenziale dei marchi italiani in paesi come Australia, Brasile, India, Polonia, Canada e Messico, dove il volume di export è inferiore rispetto alla popolarità dei brand. In generale, nonostante i più giovani, specialmente negli Stati Uniti, mostrino meno interesse per la moda italiana rispetto ai genitori e ai nonni, i più famosi marchi italiani guidano le classifiche delle ricerche online del settore.

Per quanto riguarda le keyword associate ai brand italiani nella ricerca online, non sorprende che tra le più utilizzate ci siano qualità, autenticità e affidabilità. Meno scontata ma molto gettonata l’associazione con sostenibilità, online shopping, cruelty e conflict-free: sintomo dei nuovi trend di consumo globali, intercettati opportunamente dai marchi italiani.

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