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Zoom addestra la sua AI con i dati dei clienti? La società si affretta a fare marcia indietro, ma la polemica ormai è scoppiata in tutto il mondo

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Zoom, la società di video comunicazione il cui nome è diventato sinonimo di lavoro a distanza, ha chiesto al suo personale di tornare in ufficio in presenza. L’azienda – riporta la BBC – ritiene che un ‘approccio ibrido strutturato’ sia più efficace e che le persone che vivono entro 80 chilometri, da una qualsiasi sede dell’ufficio, dovrebbero lavorare in presenza almeno due volte a settimana.

Ma non è questa la notizia che ha scosso il mondo di internet: in un articolo di domenica di Stack Diary, una pubblicazione tecnologica, sono stati evidenziati (con un notevole ritardo, peraltro) i termini di servizio di Zoom aggiornati, suscitando reazioni immediate e quasi totalmente negative.
Nella sezione 10.4 dei termini di servizio di Zoom, aggiornati a marzo, infatti, gli utenti accettano di “concedere a Zoom una licenza perpetua, mondiale, non esclusiva, esente da royalty, sublicenziabile e trasferibile” per vari scopi, tra cui “l’apprendimento automatico, l’intelligenza artificiale, l’addestramento, i test, il miglioramento dei servizi, del software o di altri prodotti, servizi e software di Zoom, o qualsiasi loro combinazione”.

Con una tempistica quanto meno sospetta, lunedì Zoom ha dichiarato che non utilizzerà i dati dei clienti senza il loro consenso per addestrare l’intelligenza artificiale, rispondendo alle preoccupazioni sulla privacy di un numero crescente di utenti in relazione ai nuovi termini di servizio dell’applicazione, e modificandoli di conseguenza. Il blogpost pubblicato ‘di corsa’ per informare gli utenti di questo nuovo stato di cose, specifica che gli amministratori delle riunioni possono scegliere di non condividere i dati dei riepiloghi delle riunioni con Zoom. I membri delle riunioni non amministratori vengono informati delle nuove politiche di condivisione dei dati di Zoom e hanno la possibilità di accettare o abbandonare le riunioni.

“I clienti di Zoom decidono se abilitare le funzioni di intelligenza artificiale generativa e, separatamente, se condividere i contenuti dei clienti con Zoom per migliorare il prodotto”, ha dichiarato un portavoce di Zoom in un comunicato dell’azienda. “Abbiamo aggiornato i nostri termini di servizio per confermare ulteriormente che non utilizzeremo contenuti audio, video o chat dei clienti per addestrare i nostri modelli di intelligenza artificiale senza il loro consenso”.

Ora, a parte che sono solo gli amministratori di Zoom che possono scegliere, mentre gli utenti hanno l’alternativa tra accettare passivamente o abbandonare la riunione – e in una riunione di lavoro di alcune decine di persone sarebbe da vedere quello che rinuncia da solo – la ‘pezza’ messa in fretta e furia rischia di essere peggiore del ‘buco’.

Tanto da spingere Gabriella Coleman, docente di antropologia all’Università di Harvard e associata al Berkman Center for Internet and Society, a pubblicare un post con 1,3 milioni di visualizzazioni su X, la piattaforma precedentemente nota come Twitter, che sottolinea: “È ora di mandare in pensione @Zoom, che in pratica vuole usare/abusare di voi per addestrare la sua IA”.

Un concetto simile ha espresso in Italia Matteo G.P. Flora, fondatore di The Fool, che ha interrotto le sue vacanze sulla Dolomiti per suggerire a tutti, con uno dei suoi video ‘Ciao Internet’ quanto meno a sospendere per il momento l’utilizzo di Zoom, in attesa degli sviluppi della questione.

Ancora più drastica l’opinione di Aric Toler, direttore di Bellingcat, una pubblicazione di ricerca open-source, secondo cui Bellingcat non utilizzerà più Zoom Pro, anche dopo che Zoom ha rassicurato gli utenti che non utilizzerà i dati dei clienti senza consenso.

“Anche se gli attuali vincoli dei termini di servizio fanno sì che l’addestramento dell’intelligenza artificiale ai dati avvenga solo con il consenso“, è la sua posizione, “la cosa è comunque abbastanza preoccupante: sono convinto che sia meglio divorziare ora piuttosto che più tardi, quando ci saranno ulteriori e preoccupanti sviluppi”.

Toler ha concluso affermando che Bellingcat si è sempre affidata a Zoom per ospitare workshop di formazione e webinar per centinaia di giornalisti, ricercatori e studenti, ma ora guarderà ad altre piattaforme di videocomunicazione, come Jitsi Meet, Google Meet e Microsoft Teams, previo un necessario controllo delle loro data policy.

Bogdana Rakova, Senior Trustworthy AI fellow presso la Mozilla Foundation, un gruppo no-profit che pubblica progetti di ricerca sull’IA, ha detto che ci dovrebbe essere più trasparenza (e un dibattito pubblico) su come l’IA viene integrata nei prodotti e nei servizi delle aziende, spiegando che le persone non prestano attenzione ai termini di servizio e non sempre vengono avvisate quando questi vengono modificati.

“Si tratta di documenti scritti intenzionalmente in modo che nessun essere umano sano di mente dedichi il proprio tempo a guardarli”, ha concluso Rakova. “Non è chiaro quando e quanto le persone vengano informate delle modifiche, e questo fa sì che i consumatori debbano affrontare da soli la questione. È un compito estremamente impegnativo”.