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Gorillas dimezza i dipendenti a Berlino e abbandona alcuni mercati (ma non è l’unica)

La startup di consegne rapide di generi alimentari Gorillas ha licenziato metà dei suoi dipendenti nella sede di Berlino, ha riferito la rivista Manager Magazin: circa 320 posti di lavoro sono stati tagliati per dare maggiore autonomia finanziaria all’azienda, che sta anche tentando – oltre a ridurre i costi – di raccogliere fondi aggiuntivi con un nuovo round di finanziamento. La società si ritirerà anche da diversi mercati – Spagna, Danimarca e Belgio – mentre in Italia ‘sta valutando tutte le possibili opzioni strategiche’, è stato scritto in un comunicato stampa dopo la diffusione della notizia relativa ai tagli di personale. L’azienda si concentrerà invece sul raggiungimento della redditività nei suoi cinque mercati chiave: Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Stati Uniti, da cui ricava oltre il 90% del fatturato.

I ‘gorillas’ erano diveantati il simbolo europeo del mercato delle consegne super veloci di generi alimentari l’anno scorso: è stata una delle prime startup europee a lanciarsi nel settore, è cresciuta fino a oltre 10.000 dipendenti (compresi i rider) e si è rapidamente espansa in tutto il continente (e non solo). Finora ha raccolto 1,3 miliardi di dollari in finanziamenti in venture capital, da grandi nomi come Tencent, DST Global, Coatue e Delivery Hero.

Ma ha anche incontrato alcuni ostacoli lungo il cammino finora: Sifted, una testata specializzata in startup del gruppo del Financial Times, aveva realizzato un’inchiesta sull’argomento, parlando con più di una dozzina di dipendenti la scorsa estate, che avevano affermato che l’ipercrescita era stata all’origine di ‘cultura tossica’ in azienda, qualunque cosa si intendesse con questo termine.

E non è l’unica: anche Zapp, un’altra ultrafst delivery company, ha annunciato che taglierà almeno del 10% i dipendenti: la società con sede a Londra ha comunicato al personale la notizia la scorsa settimana durante un incontro fisico, ribadita poi con un’email che è stata ovviamente passata alla stampa britannica.

Ma ora, otto mesi dopo l’ultimo round di finanziamento di Gorillas, in mezzo a una recessione globale, l’azienda sta lottando per tornare a crescere. Ma che cosa è accaduto, per accelerare in questi termini la flessione di quella che sembrava un startup ‘trofeo’? La risposta è articolata e complessa, e merita di essere spacchettata nei suoi elementi principali per arrivare a una conclusione.

Innanzitutto la concorrenza: altri operatori si sono gettati in quello che sembrava un nuovo mercato dalle crescite esagerate, e alcuni di questi hanno azzeccato un combinazione migliori di elementi, dal brand alla pubblicità, alle operation e sono stati così più efficaci di Gorillas. È questo il caso della turca Getir, che ha avuto 1,5 milioni di download di app a livello globale a maggio di quest’anno, rispetto a Gorillas che ne aveva registrate solo 320.000.

Poi c’è il discorso della scelta dei prodotti: queste app – sostanzialmente tutte – si appoggiano su numerosi darkstore, dove i clienti individuali non possono entrare, collocati strategicamente nei centri urbani, per velocizzare la fase di pick up e successivo delivery, che avviene nel giro di una manciata di minuti. In un darkstore, inoltre possono essere implementate strumenti software e hardware che riescono a velocizzare e rendere più efficienti tutte le operazioni, e quindi si riesce a dare un servizio migliore al cliente. Il software di gestione dei picker può essere configurato per garantire percorsi ottimali tra gli scaffali. Gli articoli vengono gestiti con la posizione assegnata a scaffale, e gli ordini riescono ad arrivare in tempo reale, mentre il darkstore deve essere in grado anche di gestire i prodotti a peso variabile e la preparazione della merce dai banchi freschi, con gestione della merce reperibile in apposite zone di stoccaggio.

L’assortimento disponibile in questi store è però limitato: si calcola circa 1.500 referenze (incluso anche il fresco) contro le oltre 15.000 di un ipermercato normale. Tranne nei casi di emergenza (o di estrema pigrizia) non c’è storia in paesi come quelli europei, che letteralmente pullulano di marchi della GDO. Senza contare che anche le insegne offrono servizi di delivery: con la differenza che loro sono sì più lente, però arrivano con un furgone refrigerato, e sono i grado di portare la spesa per tutta la settimana o più, inclusi anche i prodotti più ingombranti, quali i detersivi, l’acqua, il vino, la birra e le bibite: sostanzialmente tutti gli ipermercati e i grandi supermercati di zona si trasformano, a costo limitato, in altrettanti dark store. Con più flessibilità per la consegna, che può essere effettuata con i veicoli brandizzati, o preparata in un locker in situ per il ritiro istantaneo da parte del cliente munito di QR Code.

Quindi in un mercato dove la velocità delle consegne – calcolata in minuti – è l’unico discrimine per identificare un lavoro ben fatto, tutto il resto è dato per scontato, anche l’appetibilità commerciale del servizio comincia a ridursi: un conto è il food delivery per la cena all’ultimo momento, un altro sono queste attività rapide, anzi rapidissime. Quanto sono realmente richieste? Preferiamo non dire ‘necessarie’ perché questa definizione rischierebbe di portarci fuori strada…

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