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Women in adv direction: non sono tante. Ma ce ne sono. Significa che è un mestiere che sta alle donne a meraviglia. Forse conoscerle servirà a viralizzare il mercato, perché diventino tantissime, in nome di visioni molteplici, che poi è valore. Vi presentiamo Daniela Agoletti, Executive Creative Director di TwentyTwenty

L’idea è venuta a Valentina Amenta, direttore creativo FCB Milan, o meglio, è stato grazie a lei che questo giro di microfoni è nato, alla ricerca di direttori creativi donna. Perché, diciamolo, era da tempo che youmark ci pensava, ma non sempre siete così palesi. E’ vero siete poche, ma in più, e qui magari un mea culpa va fatto, ve ne state un po’ in disparte. Non che le luci della ribalta siano sinonimo di valore, ma se non comunicate, il rischio è il calzolaio dalle scarpe rotte. Invece c’è bisogno di conoscervi. Dovete fare squadra, in nome di una professione e di un mercato che senza il vostro sguardo avrebbero molto da perdere. Tornado a Valentina, quindi, grazie per averci supportato nel segnalarci i vostri nomi e ne definire con noi delle domande che vogliamo porre a ognuna, intervista dopo intervista, sino a conoscervi tutte. Vi presentiamo Daniela Agoletti, Executive Creative Director di TwentyTwenty

Perché i direttori creativi donna sono in minoranza, in Italia e nel mondo?

“E’ il cosiddetto ‘soffitto di cristallo’ a impedire alle donne di raggiungere le posizioni di responsabilità che storicamente venivano assegnate agli uomini. L’industria creativa è parte integrante di un sistema socio-economico dove la parità tra uomini e donne è ancora una chimera. La presenza femminile all’interno delle aziende va rapidamente rarefacendosi man mano che si sale verso i vertici; il settore della comunicazione non è esente da questo tipo di meccanismo, non fa universo a sé. A mio avviso non si tratta affatto di maschilismo, vederla in questo modo sarebbe riduttivo: quella per la parità è una delle battaglie che non dovremmo smettere di combattere, e coinvolge tutti, a prescindere dal sesso”.

Però questa è una industry ricca di donne, cosa manca per permettere loro di fare carriera, cosa vorresti cambiasse?  

“Se mi guardo intorno sono circondata da donne (e uomini) di grande talento e valore. Per permettere alle donne di crescere professionalmente servirebbe un cambio di paradigma: ‘fare carriera’ è un’espressione implicitamente legata alla gestione del potere, a una visione piramidale che finisce per considerare gli uomini più adatti a posizioni di comando rispetto alle donne. Se c’è una cosa che ho imparato, al contrario, è che crescere dal punto di vista lavorativo significa assumersi maggiori responsabilità, per sé e per i team con i quali si lavora, e imparare a coinvolgere, ascoltare, condividere. Di imparare, tra l’altro, non si smette mai, se si lavora in gruppo. Se vista in quest’ottica, perché mai una donna dovrebbe essere meno adatta di un uomo per questo ruolo”?

Nella tua storia personale, qual è la difficoltà maggiore che hai trovato e a chi o a cosa dai invece il merito per avercela fatta?

“Personalmente sono stata fortunatissima, lungo la strada ho incontrato persone che mi hanno incoraggiata, sostenuta, che hanno creduto in me fin dal primo momento. Le difficoltà che ho incontrato non sono legate al mio essere donna, semmai alla precarietà diffusa in questo settore, alla pressione sempre crescente che il mercato esercita sulle agenzie”.

La campagna di cui sei più orgogliosa e quella che ti piacerebbe aver firmato?

“Più che orgoglio, parlerei di soddisfazioni. Ci sono moltissimi progetti grazie ai quali sono cresciuta (divertendomi anche moltissimo!), ma a rimanermi nel cuore sono i piccoli successi che mi hanno fatto capire di aver trovato la mia strada: ad esempio una multisoggetto pensata per i social che è finita per essere utilizzata come outdoor, dove, per promuovere una destinazione caraibica nel periodo natalizio, si invitava il target a passare ‘il Natale sotto l’albero’ e si mostrava una palma su una spiaggia bianchissima, o a ‘indossare qualcosa di rosso’ per le feste – naturalmente un bel bikini.

Per la stessa ragione, la campagna che vorrei aver firmato è quella che, nel 1998, promuoveva la Fiat Multipla. Ve la ricordate? Il prototipo dell’auto mostrato l’anno prima aveva suscitato reazioni contrastanti per via del design fuori degli schemi. C’era chi la amava, e chi la definiva ‘l’auto più brutta mai costruita’. La campagna di lancio la mostrava in primo piano, in tutta la sua fierezza, accompagnata dal claim ‘Sarete belli voi’. A distanza di anni, posso dire che quello fu un utilizzo esemplare di insight del consumatore, all’epoca ricordo solo di aver pensato che fosse geniale. Mi piace pensare che quello sia stato il momento in cui il tarlo del copywriter ha cominciato a punzecchiarmi, anche se inconsapevolmente”.

Prossime sfide? 

“Continuare a crescere insieme a TwentyTwenty. Abbiamo grandi progetti per il 2020 (d’altronde, è proprio il nostro anno!) e non vedo l’ora di affrontare il prossimo periodo con il resto del team”.

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