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The Social: il prezzo della verità. Altro che connessione, da Facebook polarizzazione e disinformazione

Arriva al cinema il film sul lato oscuro della piattaforma. È la storia dell’inchiesta che ha portato ai Facebook Papers. Fatti noti, ma che in molti ancora non conoscono, o hanno sottovalutato. Ve li raccontiamo qui: leggete ma soprattutto andate a vederlo

E dire che tutto era nato da una ragazza bianca ubriaca rimasta in panne con l’auto, che, avvicinata da due agenti della polizia di colore, non aveva avuto di meglio da fare che insultarli in maniera razzista, riprendendo e mandando tutto in diretta sui social. Dall’analisi di quel video, e da una serie di dati raccolti da una brillante data analyst di Facebook, è nata l’indagine del Wall Street Journal che aveva smascherato una serie di amare verità sul social network per eccellenza in una serie di articoli in un’inchiesta denominata The Facebook Papers. E da cui è stato tratto questo film, The Social: Il prezzo della verità (The Social Reckoning in originale), scritto e diretto da quell’Aaron Sorkin che aveva scritto The Social Network, la storia di Mark Zuckerberg e della nascita di Facebook diretto da David Fincher. Era il 2010: sono passati 16 anni. The Social: Il prezzo della verità è l’ideale sequel di quel film, è il suo ideale complemento. Ed è la versione 2026 di The Insider, il famoso film di Michael Mann del 1999 sui segreti delle compagnie del tabacco. In attesa di vedere Artificial di Luca Guadagnino, un altro film che viaggia nei lati oscuri delle big tech.

Quella di The Social è una classica storia di Davide contro Golia

A vedere il video di quella ragazza ubriaca, infatti, è Frances Haugen (Mikey Madison), una giovane ingegnera di Facebook. Non si tratta solo di quel video: ha dei dati che la spaventano. E così prova a parlarne all’interno dell’azienda. Ma nessun vuole ascoltarla, come accade alla Cassandra della mitologia greca. Quando Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), giornalista del Wall Street Journal, che sta indagando su Facebook, prova a contattare una serie di dipendenti dell’azienda, Frances gli risponde. Crede ancora di fare il bene dell’azienda. Ma finirà per scoperchiare un vaso di Pandora.

Ma quali sono i dati che spaventano così tanto?

La ragazza che appariva nel video era una conoscente di Frances, una ragazza dedita a cause progressiste. La data analyst aveva notato che nel giro di pochi anni si era radicalizzata. Incrociando una serie di dati interni a Facebook aveva scoperto che i 64% delle persone che si unisce a gruppi estremisti lo fa guidata dall’algoritmo: è la piattaforma stessa che fa apparire tutta una serie di contenuti politici e contenuti d’odio e in questo modo influenza le persone. La piattaforma che ci aveva permesso di connetterci, dunque, è diventata un posto che alimenta la polarizzazione e la disinformazione. Come è stato possibile? Tutto nasce da una scelta ben precisa.

2018: arriva l’MSI

A un certo punto della parabola del suo social network, Mark Zuckerberg si è accorto che i suoi utenti stavano invecchiando, che stavano meno tempo sulla piattaforma, che c’era meno engagement. E così ha deciso di cambiare l’algoritmo. Ed è nato il sistema MSI, che sta per Meaningful Social Interactions, cioè Interazioni Sociali Significative: è la metrica principale introdotta nell’algoritmo di Facebook nel 2018 per stabilire quali post mostrare prioritariamente nel News Feed degli utenti. L’obiettivo di Mark Zuckerberg era favorire i contenuti che stimolano connessioni reali e conversazioni di valore tra amici, familiari e gruppi, a discapito del consumo passivo di video o articoli pubblicati da media e brand. Secondo questa metrica, anche le reaction iniziavano ad avere un valore diverso. Le reazioni con gli emoji e le condivisioni hanno iniziato ad avere un valore molto maggiore del semplice like. Sulla carta, stimolare le reali connessioni poteva avere un senso. In teoria, il CEO aveva diminuito i profitti per migliorare il prodotto. Ma la scelta ha cominciato ad avere una deriva pericolosa.

Cosa ha cambiato il nuovo algoritmo?

In questo modo la polarizzazione e i discorsi d’odio sono stati amplificati. I contenuti che venivano condivisi con più frequenza e probabilità erano quelli che facevano arrabbiare di più. La nuova strategia, infatti, era nata per privilegiare le emozioni. E anche queste sono emozioni. Il sistema MSI portava così a creare post più negativi. Ma non si è trattato solo di contenuti di questo tipo. Sono spuntati anche problemi di natura psicologica: il 35% delle ragazze ha avuto un peggioramento delle sue condizioni psichiche legate all’aspetto fisico dopo essere state su Instagram.

E Mark Zuckerberg?

Il fondatore di Facebook sapeva. Ma a lui non interessava. A lui interessavano i numeri: l’engagement e le condivisioni sono aumentate del 50% solo un anno dopo l’introduzione del MSI. Anche davanti all’evidenza, Zuckerberg ha continuato a non intervenire, trincerandosi dietro quello che, secondo lui, dovrebbe essere il ruolo del suo social network. “Facebook non è l’arbitro. È la piazza pubblica”. “Noi siamo una bacheca, non controlliamo i contenuti”. Tutti questi messaggi negativi così si sono diffusi in nome di una presunta ‘democratizzazione’ di cui la piattaforma fa un vanto. Ma “la democrazia è la miglior forma di governo, non la miglior forma di qualsiasi cosa”, come fa notare Horwitz. Tutto questo mentre una scritta, prima dei titoli di coda, ci ricorda che il 43% degli adulti oggi si affida a Facebook per informarsi sull’attualità.

Il tocco di Sorkin

Questa storia non è qualcosa di immediatamente cinematografico, come si può capire. Ma Aaron Sorkin, com’è nel suo stile, trasforma un’inchiesta giornalistica in un film dai dialoghi serrati, dal ritmo tambureggiante e in un continuo crescendo narrativo. È un film dalla natura teatrale che si svolge in interni: le camere d’albergo dove avvengono gli incontri in segreto, la sale riunioni e i centri di controllo di Facebook, la redazione del Wall Street Journal. A parte qualche parco e qualche spiaggia di Portorico, c’è un esterno significativo, appena evocato. È la famosa rivolta con l’assalto a Capitol Hill, in cui Facebook, come vediamo, ha avuto un ruolo notevole.

Gli attori

Mark Zuckerberg non è più il ragazzo scapigliato, insicuro e asociale che abbiamo visto interpretato da Jesse Eisenberg in The Social Network. Qui è un Ceo freddo e calcolatore, insensibile e impassibile. A dargli il volto è Jeremy Strong. Jeff Horwitz è Jeremy Allen White, il protagonista della serie The Bear, e anche il volto di Bruce Springsteen in Springsteen – Liberami dal nulla. È curioso che i due attori fossero insieme in quel film, nei ruoli della rockstar e del suo manager Jon Landau, due anime affini, e che qui siano l’uno contro l’altro. Frances Haugen è Mickey Madison, premio Oscar per Anora, qui spogliata dell’aura da femme fatale di quel film. The Social ci ricorda quanto potenti siano oggi le big tech. In questo senso è illuminante un discorso tra il giornalista e il suo caporedattore. “Dobbiamo scegliere dei nemici facili”. “La mafia sarebbe un nemico più facile. Ma noi pubblichiamo”.

di Maurizio Ermisino