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Festa del Cinema di Roma, ‘Non importa dove’, ossia la vita di Morgan. Artista vero, con un pubblico vero

Che è lì per lui, non per fomo o foto Instagram. E non è poco di questi tempi, dove l’effimero sembra superare il conquistato nel tempo, anche a colpi di cadute, ma dimostrando di valere oltre i sorrisi patinati cui purtroppo vorrebbero piegarci tutti. Dopo il documentario dedicato a Jovanotti, alla festa romana è stata la volta del leader dei Bluvertigo, in un film diretto da Franceso Fei e Consuelo Costella

“Il mondo si sta dimenticando che sono un musicista. Sto cercando di non dimenticarmelo anch’io”. Quella che abbiamo visto mercoledì sera al MAXXI, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, è una storia d’amore. Non importa dove, di Francesco Fei e Consuelo Costella, è la storia d’amore tra Morgan, alias Marco Castoldi, e la musica. Un legame fortissimo, che continua ad esistere, che lui continua a ribadire sopra ogni altra cosa. Al di là delle polemiche, degli scandali, delle accuse, che vediamo scorrere velocemente sullo schermo sotto forma di titoli di giornali. È la musica che conta. “C’è chi quando è in difficoltà chiede aiuto a Dio. Io ho chiesto alla musica di non abbandonarmi” racconta nel documentario, dove lo vediamo sempre suonare qualcosa, un piano, una chitarra, un basso elettrico. Non importa dove, prodotto dall’Apnea Film, a oggi non ha una distribuzione nelle sale, ma contiamo che la trovi presto. Sarebbe un peccato non vedere questo spaccato di vita e arte. “Volevamo raccontare una persona in difficoltà” ci ha spiegato la co-regista Consuelo Costella. “È la difficoltà di un artista. Ma è come quelle che passiamo tutti noi. Volevamo raccontare come si può attraversare un dolore e uscirne rafforzati. Morgan si è dato con una generosità incredibile alle telecamere”.

C’ è la morte, ma c’è tantissima vita

Un musicista lo è stato da subito, Morgan, fin da bambino. Racconta di aver inciso il suo primo disco a 16 anni, e che con la sua amata musica ha contribuito a mantenere la famiglia – la madre e la sorella – visto che il padre li aveva lasciati, suicidandosi, quando lui era ancora giovanissimo. In quella che è la storia di una crisi, c’è anche una storia di padri e figli. C’è quel padre che ha abbandonato una famiglia, un gesto di cui Morgan non ha mai parlato molto, ma che lo ha segnato profondamente. E che qui entra in scena in modo plateale e probabilmente catartico per l’artista. Alla fine del film si veste come il padre – con i suoi vestiti, che ancora conserva – e va in quel parco dove si è tolto la vita. È un momento fortissimo. Tanto che, alla prima romana del film, per un attimo ha preso in braccio la figlia, la piccola Maria, per portarla fuori dalla sala e non farle vivere quel momento. Sì perché nel film c’è anche la vita, c’è il futuro. Ed è proprio Maria, che vediamo allegra giocare con il padre e con Bianca, la figlia di Francesco Fei che nei giorni delle riprese è stata compagna di giochi in questa famiglia allargata. In questo film c’è la morte, ma c’è soprattutto tantissima vita.

Un film sull’anti-narcisismo

Non importa dove è un film piccolo, forse imperfetto, ma è così che deve essere. È viscerale, sincero, intimo. “È un film sull’anti-narcisismo” ci ha detto Morgan alla prima. “Io sono orrendo qui. Ma chi se ne frega”. È stato un incontro breve, un saluto al pubblico più che un vero Q&A. Ma non c’era la necessità di parlare tanto, di fare tante domande. Si trattava più di incontrare un vecchio amico che a volte ti fa stare in pensiero, e vedere che sta bene. E vedere che Morgan sta bene è stato bellissimo. “Il film è la storia di un artista che ha perso tutto. Che ha perso il pubblico. Ma forse lo ha ritrovato”. C’era un pubblico a salutare Morgan quella sera: non era enorme, ma chi c’era era lì proprio per lui, e non per una FOMO da social. Chi era lì è perché gli vuole bene. Ed è questa, forse, la chiave: oggi che tutti gli artisti cercano il sold out, Morgan il tutto esaurito non lo fa. Ma chi viene a vederlo, ad ascoltarlo, c’è per davvero. E non per farsi un selfie o una reel.

Dov’è Bugo? Ecco com’è andata

Morgan lascia la macchina da presa, il montaggio, ogni scelta ai due registi e si guarda dall’esterno. Non è il film musicale dove l’artista ha il controllo di ogni cosa, il ‘santino’, anche perché con Morgan un santino non ci potrebbe essere. Non c’è la tentazione di mettere in scena tutte le canzoni. Ne ascoltiamo alcune: Altrove, da cui è tratto il titolo del film, la più bella canzone italiana degli ultimi 25 anni, L’assenzio, che fu portata a Sanremo. A proposito, Morgan torna sul caso di Bugo. Ricordate “le brutte intenzioni, la maleducazione…”, il testo riscritto poco prima di andare in scena perché il cantante aveva rovinato il duetto sulla canzone di Endrigo la sera prima. È una storia di cui sappiamo tutto, ma sentirla dalla sua voce, con la giusta distanza data dagli anni, e con la giusta ironia, è un momento bellissimo. E, soprattutto, è immaginare quei 10 secondi prima di salire sul palco in cui si chiedeva tra sé e sé “lo faccio o non lo faccio?”. L’ha fatto. “Ho portato in scena la verità. La vita vera” racconta. Il caso Bugo è stato uno di quei tasselli che hanno contribuito a creare attorno a Morgan una cattiva reputazione, quella dell’artista inaffidabile. “Sono grato alla Festa del Cinema di Roma per aver preso questo film” ci dice infatti l’artista. “Lo hanno scelto in una realtà dove tutto quello che riguarda me è proibito, per un motivo ignoto. Perché Morgan è bandito. Perché ho mandato a f… le persone potenti. Ma che pure il popolo sia convinto che io sia bandito non si capisce”. “Morgan è controverso. Ma per quale motivo è controverso? In questo film non ci sono le cose controverse di Morgan. Forse perché hanno filmato e non le hanno trovate. Come non si trova Hamas” aggiunge con una evidente ironia.

24 ore per tornare Morgan…

Non importa dove non è il classico documentario glorioso come tutti quelli che vediamo. Ma finisce in crescendo, in gloria. Con la reunion dei Bluvertigo, partita lo scorso aprile dall’Alcatraz di Milano. Morgan non è più solo. Con lui ci sono Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale. Le immagini del concerto le avevamo viste. Ma è bello vedere Morgan che, il giorno prima, si carica. “Ho 24 ore per tornare Morgan” dice a se stesso e a tutti noi che stiamo guardando. E così eccolo al negozio di John Richmond per gli abiti di scena e dal parrucchiere per un taglio di capelli e una tinta arancione. Lì, sul palco, è finalmente vivo. Fa finalmente il musicista.

La cultura di un Paese

Ma Morgan non è quel musicista che lo fa per la fama. Lo fa davvero per la musica. Lo sentiamo più volte dire che la bella musica è l’antidoto alla brutta musica. E che è soprattutto cultura. E uno dei segnali di quello che è un Paese è la cultura, che è la sua mentalità. È tutto ciò che è stato vissuto e che, elaborato, si trasforma in attualità. In quegli usi e costumi che, nel nostro Paese, oggi sembra stiano andando in un’altra direzione rispetto all’umanità. A queste parole si sposano i fatti. Lo vediamo infatti, con tutta la famiglia, a una manifestazione in nome della Palestina. Ancora una volta, coerente con le sue idee.

di Maurizio Ermisino