Interviste

Il lusso torna alla pellicola. Ecco perché qui il marketing tradizionale non funziona

Cos’è il lusso oggi? Con Paolo Santosuosso, Creative Director e Founder di Socialrise, ne esploriamo i principi fondamentali. Dalla centralità della brand vision alla lentezza come strategia, dal rifiuto dei trend alla riscoperta dell’analogico

Un viaggio nelle ‘anti-regole’ che distinguono il lusso dal mass market, dominato da AI ed efficienza. Se, infatti, il mass market oggi è guidato dall’efficienza, dalla scalabilità e dall’ottimizzazione algoritmica, spesso potenziata dall’intelligenza artificiale, il lusso segue una logica diametralmente opposta. Non accelera, rallenta. Non democratizza, seleziona. Non semplifica, approfondisce.

Senza visione, il contenuto è rumore

Uno degli errori più diffusi nel marketing contemporaneo è confondere la produzione di contenuti con la strategia. “La maggior parte delle aziende pensa che basti creare contenuti per comunicare. Non è così”, spiega Santosuosso. Alla base di tutto c’è la brand vision: non uno slogan, ma una comprensione profonda e condivisa di identità, pubblico e rilevanza. È ciò che definisce cosa un brand è e soprattutto cosa non sarà mai. Quando questa visione manca, la comunicazione diventa instabile: cambia tono, rincorre i trend, perde coerenza. E il pubblico se ne accorge. La fiducia, nel lusso, non si compra. Si costruisce nel tempo. E solo attraverso la coerenza.

Il lusso non rincorre. Aspetta

Il cuore del lusso è una tensione: innovarsi continuamente senza perdere permanenza. “Ogni volta che un brand di lusso rincorre una tendenza, perde un pezzo della sua identità”. Il lusso è desiderabile proprio perché promette qualcosa che dura oltre il ciclo stagionale. Non è il prezzo a definirlo, ma la durevolezza — materiale, simbolica, culturale. Non a caso, l’aumento dei prezzi nel settore non è solo economico: è strategico. Serve a rafforzare distanza, esclusività, desiderio. In un mercato polarizzato tra grandi maison e fast fashion, la fascia media scompare. E chi sopravvive lo fa costruendo valore nel tempo, non nel momento.

L’estetica come linguaggio, non come decorazione

Nel lusso, l’estetica non è l’ultimo passaggio. È il primo. Non serve a rendere bello un messaggio, è il messaggio. Il linguaggio visivo comunica appartenenza culturale prima ancora delle parole. In un contesto di attenzione frammentata, la prima impressione è spesso definitiva. “Non cerco la bellezza fine a sé stessa, ma l’allineamento. Ogni scelta, tipografia, colore, fotografia, deve raccontare la stessa storia. Il risultato è una forma di leggibilità emotiva: il pubblico riconosce il brand prima ancora di comprenderlo razionalmente. Ed è su questa base che nascono le vere comunità, non audience costruite con dati, ma persone che si riconoscono in un mondo.

I social non sono una strategia

I social media hanno promesso accesso diretto, velocità, engagement. Ma nel lusso rappresentano una contraddizione strutturale. Le piattaforme premiano volume e immediatezza. Il lusso richiede lentezza e profondità. “Un brand che misura il proprio valore in like ha già perso. Affidarsi all’algoritmo significa delegare la propria identità a logiche esterne. E questo, per un brand di lusso, è insostenibile. Lo stesso vale per l’influencer marketing: quando l’affinità non è autentica, il pubblico lo percepisce. E si allontana”. Al posto dell’audience, il lusso costruisce comunità. Più lente, più piccole, ma infinitamente più solide.

Tempo, attesa e desiderio

Nel lusso, il tempo non è un limite. È una leva. L’attesa, per un prodotto, un’esperienza, un accesso, aumenta il desiderio. Lo amplifica. È per questo che modelli basati sulla velocità, come l’e-commerce immediato o piattaforme generaliste, faticano a funzionare nel luxury. L’idea stessa di un ‘luxury veloce’ è quasi un ossimoro. Il lusso ha bisogno di distanza, ritualità, esperienza. E questo si riflette anche nei touchpoint: negozi, servizio personalizzato, relazione diretta, più che nei feed digitali.

Il ritorno all’analogico nell’era dell’AI

Se il mass market corre verso l’automazione e la produzione infinita di contenuti grazie all’intelligenza artificiale, il lusso fa l’opposto. Torna indietro. Pellicola, VHS, illustrazione, artigianalità. Non per nostalgia, ma per differenziazione. “Quando tutto diventa accessibile, io devo uscire da quell’arena. L’AI abbassa i costi e democratizza la produzione, ma proprio per questo rende tutto simile. Il lusso, invece, ha bisogno di unicità. E l’analogico, con i suoi limiti, tempi e imperfezioni, diventa un linguaggio distintivo”.

Lusso, imperfezione e mito

Un altro paradosso: il lusso non è perfezione assoluta. È imperfezione controllata. Un prodotto può essere scomodo, difficile, persino irrazionale, ma proprio per questo memorabile. L’esperienza supera la funzionalità. Il valore non è solo intrinseco, ma narrativo. Per questo il lusso si lega da sempre all’arte e alla cultura: per costruire un immaginario, non solo un prodotto. Nel mass market dominano i valori tangibili. Nel lusso, quelli intangibili rappresentano la quasi totalità del racconto.

Nuovi modelli: tra premium e storytelling

Oggi emergono nuovi modelli ibridi, spesso definiti ‘premium luxury’. Brand capaci di unire qualità, durata e accessibilità relativa. Un esempio citato da Santosuosso è il progetto Guest in Residence, fondato da Gigi Hadid, al quale lui stesso collabora da due anni. Il successo nasce da un’intuizione semplice: unire valore materiale e valore emotivo. Un capo durevole, ma anche carico di significato personale. Quando questi due livelli coincidono, il prodotto smette di essere solo prodotto. Diventa esperienza, memoria, identità.