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Presentato all’inizio della Climate Week di New York (20-27 settembre), la borsa non è in vendita e non nasce come un nuovo prodotto da utilizzare in caso di alluvione. È piuttosto un oggetto di design pensato per mettere in discussione la normalità con cui eventi climatici estremi e allagamenti stanno diventando parte della vita urbana.
Una borsa che nasconde un’emergenza
All’interno della tote bag è nascosto un sistema di galleggiamento derivato dalla tecnologia dei giubbotti salvagente. Il progetto è stato sviluppato a partire da materiali recuperati. I primi prototipi sono stati realizzati utilizzando una giacca antipioggia e un giubbotto salvagente, poi smontati e ricomposti attraverso un processo manuale di saldatura a caldo. La versione finale utilizza nylon, cerniere in poliestere, cordini e chiusure metalliche.
La trasformazione avviene tirando alcune cinghie: la borsa si apre nella parte centrale per consentire il passaggio della testa e il sistema si gonfia come un normale giubbotto salvagente. Nei test effettuati dai progettisti, il passaggio da tote bag a dispositivo di galleggiamento richiede circa 15 secondi. All’interno è inoltre presente un cappuccio antipioggia removibile.

Un ‘essenziale che non dovrebbe esistere’
È proprio l’apparente assurdità dell’oggetto a costituire il cuore del progetto. Per Le Brun e Mestriner, Lifeline nasce dall’idea di un “essential that shouldn’t exist”, un essenziale che non dovrebbe essere necessario. La borsa mette così in relazione due condizioni apparentemente opposte: la quotidianità e l’emergenza, il consumo e la sopravvivenza.
La sua estetica volutamente simile a quella di un normale accessorio di moda rende ancora più evidente il contrasto quando il sistema di galleggiamento viene attivato. Anche la scelta del colore arancione e il meccanismo di gonfiaggio richiamano volutamente il linguaggio visivo delle emergenze. Le immagini del progetto mostrano inoltre la trasformazione della borsa all’interno della metropolitana, portando l’oggetto nel luogo che più direttamente richiama il rischio di allagamenti urbani.
Dal design alla provocazione culturale
Lifeline nasce infatti come “protest, performance and public warning” e utilizza i codici della moda e della comunicazione visiva per parlare di un problema che normalmente appartiene ad altri linguaggi. La campagna è stata sviluppata interamente a mano, dal prototipo alla produzione delle immagini, senza ricorrere all’intelligenza artificiale. E arriva in un momento preciso per New York, tra Fashion Week e Climate Week, mettendo in relazione proprio questi due mondi: da una parte il fashion e il consumo, dall’altra la crescente esposizione delle città a eventi meteorologici estremi.
Credit
Concept & Creative Direction: Philip Le Brun
Art Direction, Bag Design & Performance: Gabriela Mestriner
Film & Editing: Jack Inzer
Photography & Image Production: Emmett Orgass
Visual & Interactive Design: Julia Albuquerque
Stylist: Lucila Hernandes