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Premio Film Impresa 2026 – 3a giornata, di scena la storia della comunicazione e l’identità di un brand

Protagonisti anche Bedeschi Film e Think Cattleya per raccontare, rispettivamente, le produzioni per Confindustria Intellect e Autostrade per l’Italia
Film Impresa terzo giorno

Si chiama Sergio Leone. È un omonimo del grande regista, e porta un nome ingombrante. Ed è un ottimo attore, una delle migliori voci quando si parla di comunicazione pubblicitaria. È il protagonista de ‍La Proiezione di Giovanni Bedeschi e Massimo Tafi, prodotto da BEDESCHI FILM per Confindustria Intellect, presentato oggi a Roma nella terza giornata del Premio Film Impresa, nell’Area Doc.

Film Impresa si chiude stasera con la serata di premiazione. La proiezione è un film che si svolge in una sala cinematografica, come quelle in cui venivano proiettati i cari, vecchi cinegiornali, e che profuma di cinema dall’inizio alla fine. Cinema, ma anche pubblicità. Perché il suo scopo è raccontare Confindustria Intellect, la branchia di Confindustria che si occupa di tutto quello che è comunicazione, p.r., pubblicità, produzione, consulenza.

La proiezione è questo: su uno schermo scorrono settant’anni di storia d’Italia, e della comunicazione italiana, dal dopoguerra ad oggi, mentre Leone ce li racconta con la sua voce calda e convincente. E così veniamo a sapere che le p.r. sono nate già alla fine della guerra: a ogni aiuto americano che arrivava in Italia c’era un cinegiornale a riprendere. “Abbiamo cercato di raccontare ad altri imprenditori cosa c’è stato dietro i cambiamenti sociali” ha raccontato Tafi. “Una Storia d’Italia dal ‘46 a oggi, cercando di far vedere che lavoro c’è stato dietro questa componente di Confindustria”. Il set è un cinema. “Raccontando la storia della comunicazione e delle imprese che fanno parte di Confindustria Intellect, lo abbiamo ambientato nel teatro dove sono stati proiettati tanti cinegiornali che comunicavano il percorso fatto da queste persone. E avviene attraverso la storia della nostra nazione dal dopoguerra a oggi”.

E così, sullo schermo di quel cinema, scorrono immagini di decenni, dal Carosello al Branded Entertainment di oggi, che sono cose molto vicine, dal cinegiornale alle piattaforme di streaming, con il palinsesto che costruiamo noi e non più i broadcaster, dalle battaglie politiche di un tempo, come quelle sul divorzio, a quelle di oggi, come quelle sull’inclusione. Sullo schermo passano le pubblicità storiche, da “Chiamami Peroni sarò la tua bionda a “La Milano da bere” per l’Amao Ramazzotti, fino a Coccolino.  La comunicazione si evolve e la società italiana cambia. E così arriviamo fino a oggi, ai social media e al pericolo della fake news, fino all’e-commerce.

Classici della pubblicità: Pennelli Cinghiale

E della storia della comunicazione, in particolare storia della pubblicità, fa parte lo spot dei Pennelli Cinghiale. Che è il cuore del documentario Non ci vuole un pennello grande… di Graziano Menegazzo, prodotto dallo stesso Menegazzo per Pennelli Cinghiale. È un film che viaggia indietro nel tempo fino alla nascita di un’azienda che è sempre stata per tutti soprattutto rispetto e famiglia. Ma il clou arriva quando si parla dello storico spot degli anni Ottanta. È divertente, e anche commovente, vedere e sentire parlare oggi Francesco Papi, attore e modello negli anni Settanta e Ottanta, che interpretava il famoso vigile. Ma per la famosa battuta “non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello” fu doppiato. Papi ci porta proprio lì, nella strada dove fu girato lo spot – senza fermare il traffico, cosa che oggi sarebbe impensabile – davanti al Castello Sforzesco. E ci svela anche che Enzo De Toma, caratterista del cinema italiano di quegli anni, che arrivava in bici con un enorme pennello sulle spalle, in realtà non sapeva andare in bicicletta. Così, nei campi lunghi, fu usata una controfigura. E alla bici furono applicate delle rotelle per i campi stretti. Il duo fece anche un altro spot, in cui il vigile veniva inondato di vernice. Ma fu sospeso perché i vigili si sentivano offesi.

La leggenda di Pininfarina

È invece storia del design Pininfarina. Nell’Area Doc abbiamo anche visto l’interessante documentario ‍Storia di una leggenda. Pininfarina, di Flavia Triggiani e Marina Loi prodotto da Flair Media Production per Pininfarina. Sapete come è nato il nome dello storico brand? Battista Farina, il fondatore, veniva chiamato “pinin” perché in torinese questo termine significa il più piccolo della covata. Quel soprannome diventa il nome della sua carrozzeria e poi brand, sinonimo di design, eleganza, estetica, a livello internazionale. Le sue linee semplici e sinuose sono inconfondibili.

Pinin Farina era anche un genio del marketing: esclusa l’Italia, in quanto paese sconfitto, nel salone di Parigi nel dopoguerra, andò davanti al palazzo e parcheggiò lì le auto disegnate da lui, in modo che tutti le vedessero. Arriverà a disegnare le Ferrari. E l’incontro tra Battista Farina ed Enzo Ferrari è come quello tra Pelè e Maradona. Il figlio inventa la famosa galleria del vento per provare l’aerodinamica. Il settore vive anche una crisi. E poi Pininfarina si reinventa: oggi è leggenda, è sinonimo di design in tutti i campi. Mario Sesti ci fa notare che i Farina avevano delle facce da cinema; sarebbero potuti essere degli attori che interpretavano se stessi in un film di finzione.

Pinin poteva essere l’attore di un certo cinema francese degli anni Cinquanta e Sessanta. Tra gli altri documentari, Food Farm 4.0 di Alessandro Lucente (Storymakers per Food Farm SCPA) e ‍Mattia fa le scatole – Storie di giovani in fabbrica di Piero De Vecchi e Matteo Fiorini (Deneb Media/VM6 per ENIP GCT) si occupano di avvicinare i ragazzi al mondo del lavoro. E‍ Shaping The City di Giorgio Ferrero (Mybosswas per ACPV ARCHITECTS – Antonio Citterio Patricia Viel) e #INCANTIEREPERROMA di Alessandro Giovanni Ciuffardi (6ix studio per ANCE ROMA – ACER) di architettura e costruzioni.

Think Cattleya: Autostrade per l’Italia con la musica di Giorgio Gaber

Tutte le manifestazioni hanno una selezione ufficiale e degli oggetti che, pur non essendo selezionati per la premiazione, hanno delle caratteristiche particolari per cui meritano di essere visti. È l’Area PFI Explore, i fuori concorso. È in questa categoria che è stato presentato ‍La libertà è movimento di Igor Borghi, prodotto da THINK CATTLEYA per Autostrade per l’Italia. È uno spot, quello andato on air nei mesi scorsi. Ma è così intenso, completo, capace di legare messaggio, musica e immagini che si può considerare un piccolo grande film di un minuto.  “È un film che mette in rilievo la capacità di connettere i territori e quindi la libertà di movimento” ha spiegato Carlo Farolfi, Responsabile Pubblicità di Autostrade per l’Italia.

È accompagnato della nota canzone di Giorgio Gaber, La libertà. “Speriamo che le giovani generazioni lo abbiano scoperto” spiega Farolfi. “Noi lo abbiamo riscoperto. Nel film le immagini di bambini che giocano con le macchinine su una strada immaginaria si fondono con quelle delle strade vere, il film corporate si fonde con lo spot consumer, le scene d’impresa con quelle della famiglia. Igor Borghi si conferma perfetto nello sposare musica e immagini. Ed è sempre lui il regista di Enel. L’energia delle emozioni, prodotto da Buddy Film per Enel Italia: anche qui c’è uno spot che è anche un film di un minuto e vive di immagini e musica. “C’è una canzone che parla da sola, Eroi di Fiorella Mannoia, composta per l’occasione” ha spiegato Alessandra Falconi, Global Advertising Specialist di Enel Group. “Non c’è bisogno di parole. Ci sono le storie della gente comune, dell’ordinario che diventa straordinario”. Igor Borghi è stato bravo a valorizzare la recitazione degli attori

Ferrovie dello Stato: 120 anni in 120 secondi

‍Fuori concorso ritorna anche Ferrovie dello Stato, uno dei protagonisti di questa edizione. I nostri primi 120 anni di Emanuele Del Greco, prodotto da Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, Direzione Corporate Affairs, Communication & Sustainability, è un breve film in cui si è cercato di condensare il vasto repertorio di FS, 120 anni, in 120 secondi. È un film di montaggio che si chiude con una scena di finzione, che rappresenta il passaggio di testimone tra padre e figlia.

Nel film vediamo Alberto Sordi e Monica Vitti, Totò e Peppino, le gioie del calcio e i dolori delle tragedie. Tra i film fuori concorso vogliamo ancora segnalare Tanti auguri di Samuel di Marzo (Pathos per Olidata) che vede un grande attore come Alessandro Haber che tiene la scena da solo. Haber è bravissimo, struggente, nel ruolo di un padre anziano e solo che aspetta il figlio. E il twist ending del film è doloroso e inquietante: la tecnologia ha le sue potenzialità, ma va usata entro certi limiti.  ‍Tutto il tempo del mondo di Daniele Barbiero (MP Film & PRO Format Comunicazione per Takeda Italia) nasce per non abbassare la guardia sulle patologie rare. In scena c’è Enzo Miccio, che fa se stesso, ma costruisce un personaggio classico del cinema americano, il cinico e insensibile che cambia idea.

di Maurizio Ermisino