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Elezioni ADCI: c’è tanto da imparare. Ha vinto Vicky Gitto. Ma soprattutto una visione. Contemporaneità non significa perdita di identità. L’Adci evolve, apre, allarga, ma restare fedele alla propria essenza, al proprio dna differenziante, è condizione per esistere. Senza, si diventa altro

E da qua potrebbero aprirsi le mille discussioni. Sui toni di questa campagna elettorale. Che non premiano mai quando volano bassi. Quando dichiarano per poi smentire. Ma anche quando si interviene per offendere, screditare, spostare l’asse della discussione a quanto influente non è.

Non è più il caso di entrare nel merito. Chiunque abbia seguito la vicenda sa, ha letto, ha commentato. Il valore oggi è andare oltre. Partire dalla stretta di mano che in questo video, che immortala gli ultimi momenti dell’elezione, si può identificare come dichiarazione di intenti che vanno oltre gli interessi di parte.

L’associazionismo è utile. Compatta, crea spirito di corpo, massa critica, valorizza l’industry. Qui parliamo di Art Directors Club. La creatività conta. I premi, tantissimo. Sarebbe come eliminare gli Oscar e non decretare più l’eccellenza nei film. Ed è vero che oggi entra e vince, non senza polemiche, per regia, fotografia e film straniero Roma di Cuaròn, una produzione Netflix, ma lo è altrettanto che è un gran film. E che si sono impiegati 20 milioni di investimento ad hoc per arrivare alla statuetta. Perché vincere i premi che decretano l’eccellenza fa bene al business, non solo all’ego del creativo che li firma.

Il business è linfa. Condizione sine qua non. L’eccellenza e la cultura lo alimentano strategicamente. Azioni tattiche lo nutrono nel quotidiano. Facce della medesima medaglia. Si ampliano le professionalità che competono alla comunicazione, si complica lo scenario, ma l’eccellenza creativa resta must.

Buon lavoro all’Adci!