Interviste

EDI e l’AI: più difficile insegnare la cura, l’esperienza, il dettaglio, che non a fare i prompt

L’AI, infatti, è qualcosa che completa il lavoro dei professionisti, lo sveltisce e costituisce, quando necessario, l’opzione migliore per risolvere un problema. Ma quasi mai è protagonista assoluta nel creare un’immagine
Francesco Grisi

Immaginate di passare facilmente da uno scenario innevato ad uno desertico, di poter aggiornare rapidamente modelli di auto, colori, loghi o scenografie in cui si muove la vettura, intervenire su attori o scene per correggere errori senza dover rigirare. Di rigenerare le immagini di un prodotto. Al cinema, o in pubblicità, tutto questo è utilissimo e permette di risparmiare tempo e denaro. HAI Human & Artificial Imagination è una realtà nata dall’esperienza di Francesco Grisi, Francesco Pepe e Stefano Leoni, team di EDI Effetti Digitali Italiani, realtà del settore dei VFX.

Con la nostra intervista a Francesco Grisi, Fondatore di EDI Effetti Digitali Italiani, continuiamo il nostro viaggio alla ricerca di capire come l’AI stia impattando e cabiando l’industry dei contenuti video. Dopo i doppiatori, con Luca Ward, gli sceneggiatori, con Fabio Bonifacci, dopo aver sentito il parere di CPA, l’associazione delle cdp pubblicitarie, con Federico Salvi, e AIR3, l’associazione dei registi, con Luca Lucini e Giovanni Esposito, ecco il punto di vista degli effetti speciali e della postproduzione.

In che momento, per la prima volta, avete cominciato a ragionare in termini di AI in EDI?

Per la natura del lavoro che facciamo abbiamo sempre utilizzato gli strumenti più moderni che si potessero avere a disposizione. Già nel 2021-2022 avevamo fatto una cosa per la Festa della Donna con Stefania Rocca, in cui da sedicenne diventava novantenne nell’arco di un paio di minuti d’inquadratura. Abbiamo utilizzato uno dei primi modelli di AI per realizzare ringiovanimenti e invecchiamenti. Anche prima utilizzavamo alcuni tool per analizzare dati e per velocizzare la creazione di informazioni, come i cicli di animazione.

Quando è avvenuta la svolta, con un impiego più massiccio e usuale di queste tecnologie?

Nel 2024 abbiamo stanziato il primo budget per un reparto dedicato ai tool di AI e un reparto di AI generativa. Nel 2025, a giugno, abbiamo fatto il nostro primo corto.

Possiamo dire quante delle vostre produzioni sul totale usano l’AI?

La domanda non dovrebbe essere tanto su quante, ma su qual è il livello di AI utilizzata. Ti direi che il 100% delle produzioni hanno un uso delle AI. In alcune è marginale, come la realizzazione del preventivo o del breakdown degli effetti speciali. È più raro che ci siano delle produzioni che facciano uso di immagini completamente basate sull’AI: sono percentuali molto basse, diciamo del 10%. Il 40% sono lavori con una parte generata in AI, il restante 50% è realizzata in modo tradizionale.

 L’AI consente di fare più spendendo meno o spendere meno mantenendo la qualità. È così?

L’AI permette di velocizzare tantissimi processi e di fare alcune cose che sarebbero impossibili in un altro modo. Ad esempio, se devo mettere la folla in una serie di inquadrature e lo faccio con le riprese dovrei spostare un sacco di comparse. Se lo faccio in computer grafica 3D vado più veloce, se lo faccio con l’AI vado molto più veloce: invece di fare un’inquadratura dove moltiplico la folla e rimango stretto sugli attori così non devo moltiplicarla per ogni inquadratura, con l’AI posso fare varie inquadrature più larghe con la folla perché ci metto un decimo del tempo per farla e, all’atto pratico, con lo stesso costo di prima invece di un’inquadratura ne faccio dieci.

L’AI è uno strumento innovativo che si integra nel processo produttivo tradizionale, mantenendo pieno controllo sul risultato finale. Come funziona questo processo?

Noi non facciamo immagini generate completamente dall’AI, che è difficile da gestire perché è anarchica. Noi facciamo effetti visivi potenziati dall’AI: questo ci permette di gestire le cose come le abbiamo sempre gestite. Abbiamo sempre assistito le riprese di un regista e una cdp che poi ci dicono “questo ci piace, questo non ci piace, va cancellato, qui serve un elemento in 3D”. Abbiamo sempre appiccicato pezzi per ottenere l’immagine finale. L’AI la utilizziamo con la stessa logica: genera dei pezzi. E noi li mettiamo insieme per ottenere il risultato finale. Questo ci permette di ottenere lo stesso controllo che abbiamo sempre avuto nel gestire il girato che ricevevamo, perché grazie al compositing, agli effetti visivi, alla postproduzione noi possiamo ottenere l’immagine esattamente come la cercavamo. Prendiamo quello che di buono può realizzare l’AI, lo mescoliamo al girato e agli elementi creati in 3D per ottenere esattamente il risultato che il regista vuole.

Si vede ancora la differenza tra un lavoro fatto da un’AI generativa rispetto al classico lavoro di CGI, fatto a mano da un artista?

Dipende. Ci sono cose che, con pochi click, grazie all’AI danno risultati pazzeschi. Stiamo lavorando a degli ambienti che si riempiono d’acqua, cosa che in girato sarebbe un incubo, perché bisognerebbe creare una scenografia che si possa affondare in una piscina, e anche in 3D sarebbe complicato, perché bisognerebbe fare tutte le simulazioni dei fluidi, rendering pesantissimi e ci vorrebbero settimane. Con l’AI in poco tempo vengono bene, le dinamiche sono realistiche e il risultato è utile. Altre cose conviene girarle: due persone che parlano in una stanza è una scena da girare.

Tra i vantaggi dell’AI c’è la possibilità di modificare modello o colore di un prodotto. Questo per la pubblicità è un vantaggio?

Sì. Le compagnie automobilistiche devono pubblicizzare le loro auto prima ancora che siano costruite e disponibili. Già da anni realizziamo in 3D questo tipo di spot, perché l’automobile ancora non c’è, oppure deve rimanere segreta. Con l’AI si riesce a fare lo stesso molto più rapidamente: possiamo girare con una macchina e poi mettere la macchina nuova con l’AI, invece che farla in 3D.

È vero che l’AI consente un risparmio di tempi e costi, che in alcuni casi può arrivare fino al 50%?

Il 50% è una media. Ci sono cose, come la simulazione dell’acqua, in cui il risparmio è del 90%, e altre in cui è minore. Per cui è realistico pensare che, su tutto il budget, ragionando con tecniche di AI, riesci a ottenere, se lavori bene, anche un risparmio del 50%.

L’AI non serve solo il prodotto finale, ma anche per i lavori preparatori, come gli storyboard e filmati per presentare concept a clienti e produttori. Giusto?

Noi tendiamo a lasciare agli umani il controllo più creativo. Lo storyboard, un lavoro psicologico che tenta di capire cosa ha in testa il regista, lo lasciamo a persone capaci, che disegnano, anche con strumenti digitali. Una volta fatto lo storyboard, passare a un video che lo rappresenta è diventato prassi comune in pochi tocchi farlo diventare una sequenza animata, che è imperfetta, ma rende l’idea di quella che sarebbe l’inquadratura del film. Con l’AI si fa in poche ore e arrivi sul set con l’idea esatta di quello che devi girare, come deve essere inquadrato e illuminato. Nella concept art per i pitch c’è sempre una persona dietro: ma se prima faceva 3 bozzetti tra cui scegliere oggi ne fa 15.

Lavorare con altre cdp: com’è il rapporto con loro quando parlate di AI?

Abbiamo sempre lavorato a braccetto con queste persone, condividendo la loro visione e aiutandoli a metterla a terra. Quanto all’approccio all’AI, ci sono persone che sono pro e altre che sono contro. Uno può essere anche contrario, ma alla fine quando si tratta di fare meglio e risparmiare c’è poco da discutere. C’è chi è molto attirato da queste tecnologie e dice “voglio fare un film in AI”. In realtà non è detto che sia una produzione in AI, ma usare l’AI per fare alcune cose può diventare la soluzione. Si tratta di utilizzare la tecnica migliore per avere il risultato migliore. E non sempre è l’AI. La cosa più difficile in questo momento è far capire alle persone che chi faceva cinema e spot pubblicitari continua a fare lo stesso lavoro: poi ci sarà un tecnico che li aiuta a razionalizzare quale sia la tecnica migliore.

Ci sono studi che puntano su prodotti creati completamente con l’AI. Che cosa ne pensate?

Ci siamo trovati varie volte di fronte a svolte epocali. Una di quelle classiche è quella del telefonino che fa i filmati. Si diceva “tutti ora possono fare un film”. Va benissimo, sono stati anche fatti degli esercizi di stile. Però non interessa a nessuno un film fatto da una persona, che ha la tecnologia che lo permette. Il film e la pubblicità sono modi, al massimo livello, per raccontare una storia. E la storia la racconti grazie a un team di persone: c’è chi orchestra tutta la storia, come il regista, chi la scrive, chi fa i costumi, la fotografia. Fare immagini è un lavoro corale. Certo, se parliamo di gestire i social, l’AI basta e avanza per riempire di contenuti, infatti ci sono tool nati per fare queste cose. Per i piccoli studi che dicono di poter fare un intero film con l’AI è naturale: non avendo mezzi e budget la cosa migliore è utilizzare quello che ti permette di farlo con poco. Sono cose lontane dall’essere professionali: un corto o uno spot da 30” può anche riuscire e costa poco. Quando bisogna iniziare a scalare, essere professionali, ad avere non 20 inquadrature ma 1500, raccontare una storia ad alto livello, non si può prescindere dall’avere un gruppo di lavoro, un metodo che sia applicabile su larga scala.

Stanno nascendo nuove figure professionali per realizzare prodotti audiovisivi in AI o sono le categorie professionali che stanno evolvendo?

In prima battuta erano nate figure come il prompt engineer. In realtà quello che abbiamo visto è che l’AI è un potenziamento delle capacità delle persone. Non si tratta quindi di creare nuovi ruoli ma di potenziare i ruoli esistenti con questa nuova tecnologia.  Noi siamo partiti con queste nuove figure, ma alla fine abbiamo creato cultura, fatto formazione a tutte le figure in modo che potessero evolvere e continuare a fare il loro lavoro, di cui c’è ancora bisogno, ma che possono essere potenziate dall’ AI. Sto solo insegnando loro un nuovo strumento per poter fare lo stesso lavoro di prima. Tutti i professionisti sono un valore. E’ più difficile insegnare la cura, l’esperienza, il dettaglio, che non a fare i prompt.

di Maurizio Ermisino