Lo scontro tra intelligenza artificiale e industria editoriale entra in una fase sempre più concreta. Non si tratta più solo di un dibattito tecnologico o etico, ma di una vera questione economica e industriale.
La proposta di legge presentata dall’Interactive Advertising Bureau durante il suo Annual Leadership Meeting è stata illustrata da David Cohen, Presidente e Ceo dell’associazione, e punta a creare un quadro normativo per limitare lo scraping massivo dei contenuti editoriali da parte dei sistemi di AI generativa.
Al centro della proposta c’è un principio chiave: se i sistemi di intelligenza artificiale utilizzano contenuti editoriali per generare valore economico, dovrebbero contribuire alla loro remunerazione. Il concetto si fonda sulla dottrina dell’unjust enrichment, ossia l’idea che non sia equo trarre beneficio economico dal lavoro altrui senza una compensazione.
Il nodo economico: il modello ad-supported
Secondo la posizione dell’IAB, il vero obiettivo è proteggere il modello economico che ha sostenuto la crescita dell’informazione digitale negli ultimi vent’anni. L’editoria online ha potuto svilupparsi grazie alla pubblicità digitale e alla lunga coda dei contenuti specialistici, consentendo a blog, testate verticali e media locali di raggiungere audience globali.
Il timore dell’industria è che l’AI possa diventare un nuovo intermediario tra contenuti e utenti, trattenendo parte del valore economico oggi generato dalla pubblicità digitale e dai formati sponsorizzati.
Il precedente storico: la crisi dei media locali
Il dibattito richiama spesso la trasformazione del mercato dei media avvenuta tra anni 2000 e 2010, quando la migrazione della pubblicità verso le grandi piattaforme tecnologiche portò alla chiusura di numerose testate locali e alla nascita delle cosiddette ‘news deserts’.
Oggi lo scenario è simile, ma con una differenza fondamentale: il nuovo concorrente non è solo una piattaforma digitale, ma un’infrastruttura tecnologica capace di sintetizzare e riutilizzare i contenuti su larga scala.
Il problema del tempo nella regolazione dell’AI
Uno dei punti più forti della proposta riguarda la velocità del cambiamento tecnologico rispetto ai tempi della regolamentazione. I sostenitori del draft normativo sostengono che le controversie legali tra publisher e aziende AI potrebbero durare anni, mentre la trasformazione economica del settore è già in atto.
Il rischio evidenziato è quello di un mercato polarizzato: pochi grandi editori con risorse per negoziare accordi di licenza e una vasta base di piccoli publisher ad-supported sempre più fragili economicamente.
Il paradosso dei dati: meno contenuti, meno AI
Un aspetto interessante della discussione riguarda la dipendenza dell’AI dai contenuti editoriali di qualità. Se la sostenibilità economica dei publisher dovesse ridursi, potrebbe diminuire anche la disponibilità di fonti affidabili per l’addestramento dei modelli linguistici.
Il risultato sarebbe un possibile effetto di retroazione negativa: meno contenuti editoriali, meno dati affidabili, e quindi modelli di AI meno precisi e meno utili per gli utenti finali.
Il futuro dell’ecosistema dei contenuti
La vera domanda che emerge dalla proposta dell’IAB è strategica più che tecnologica: chi controlla il valore dell’informazione nell’era dell’intelligenza artificiale? Le possibili soluzioni potrebbero passare da un mix di regolazione pubblica e accordi commerciali diretti tra aziende AI e gruppi editoriali, un modello già sperimentato in altri settori dei media digitali.