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“Poco tempo fa ho fatto una proiezione al Cinema Babylon di Berlino Est del film Le mie ragazze di carta. Nella sala a fianco c’era una proiezione del Nosferatu degli anni Venti. E prima del film hanno fatto vedere le locandine dell’epoca in cui ammonivano la gente a non andare a vedere il cinema sonoro, perché sarebbe stata la rovina del cinema e il vero era quello muto. È successo lo stesso con il colore, il 3D. Ora c’è l’AI: è qualcosa che è inutile contrastare, qualcosa con cui bisogna avere a che fare e bisogna soprattutto capire come sfruttare creativamente”. Questo aneddoto di Luca Lucini, noto regista cinematografico e pubblicitario e Presidente di AIR3, l’Associazione Italiana Registi, ci spiega qual è la sua idea in tema Intelligenza Artificiale.
L’AI non si combatte, si capisce
Nel nostro viaggio alla scoperta di come impatta l’AI a livello di sistema produttivo, abbiamo incontrato chi è nettamente contrario, come i doppiatori, rappresentati da Luca Ward, chi la trova utile, ma solo per alcuni aspetti, come lo sceneggiatore Fabio Bonifacci. E chi prende l’AI come un moltiplicatore di possibilità, come CPA. Anche quella di AIR3 è una posizione molto pragmatica: l’AI va presa per quello che può dare, ma la creatività resta dell’uomo. Oltre al Presidente Lucini, è intervenuto anche Giovanni Esposito, direttivo AIR3, studioso di AI e ferrato sui suoi ambiti di azione.
Luca, in un’intervista hai sostenuto che l’AI generativa può snellire processi, ampliare la creatività e democratizzare la produzione visiva. In questo senso può essere vista come positiva?
L’AI da una parte mi spaventa, dall’altra ci dobbiamo inevitabilmente fare i conti. Ormai coinvolge tutta la nostra vita: tutte le occupazioni, la medicina e anche l’espressione artistica. Ho parlato con chi ci lavora seriamente, ci sono cose straordinarie e altre che mi lasciano perplesso.
Creatività umana verso automazione
Hai anche detto che l’AI rischia di banalizzare l’originalità se usata senza criterio. Come va usata allora?
Al momento non c’è ancora una ricetta. È un processo di cambiamento e quindi bisogna capire come adattare la nostra creatività e sensibilità a questo nuovo mezzo di interazione. Qualsiasi cosa avessi detto, adesso sarebbe facilmente confutabile.
Giovanni sei della stessa idea?
Ne abbiamo parlato molto in associazione. La sostituzione della creatività è una cosa che non appoggiamo né individualmente né come corporativamente. Per nostra natura non accettiamo il cambiamento, ma fa parte dell’evoluzione: anche il cinema è stata una rivoluzione. Se dovessimo contrastare il progresso saremmo fermi lì. L’AI è un’opportunità. Noi siamo dei visionari. E l’AI generativa ci aiuta nel generare la prima visione, il primo impatto: è una cosa che nel vecchio modello aveva dei processi, dei tempi e dei costi più lunghi. Ora possiamo generare una buona shortlist dal computer di casa. E non è una cosa che toglie lavoro alle persone.
Un alleato nella produzione
Sempre dell’idea che l’AI può proporre, ma siamo noi a decidere cosa raccontare e come, insomma, l’umano ha comunque il controllo?
Per come la utilizzerei io, l’AI dovrebbe essere un supporto alle decisioni. Per girare un film serve una quantità di informazioni che spesso non riesci a gestire nella loro totalità. Devi prendere delle decisioni velocemente, senza considerare tutti i parametri, le possibilità, le incognite. La possibilità di avere tutte le informazioni a disposizione in maniera immediata può essere un grande supporto. Sta a te poi decidere se questo va in una direzione che ti corrisponde o no.
Giovanni vuoi aggiungere qualche cosa?
Sì, in realtà l’AI è uno strumento utile che abbiamo sempre utilizzato. Solo che è migliorato. Anche la revisione, la correzione automatica erano AI e nessuno le contrastava.
Ma la produzione di un film non dovrebbe essere lavoro corale?
Infatti, ed è proprio il dover rispettare la sensibilità artistica di tutti, dallo scenografo al direttore della fotografia, regista, montatore a tutelare la produzione. Ci sono invece lavori dove l’AI è analisi dei dati e presa di una decisione che può essere inequivocabile.
In che momento, per la prima volta, si è cominciato a ragionare in termini di AI tra gli associati AIR3?
Rispondo io, Giovanni, che mi occupo anche dele relazioni esterne. Ci sono stati tre snodi cruciali. Abbiamo iniziato a interrogarci internamente facendo call con esperti per dibatterne. I risultati sono stati presentati durante gli Stati Generali del cinema indipendente. Con essi anche quelli di un concorso che abbiamo realizzato insieme a SophIA e Rai Cinema, CortIA. aperto a sceneggiature create con l’ausilio dell’AI. Abbiamo generato una tempesta sui social. I nostri colleghi dell’Associazione 100Autori sono stati i primi a non essere d’accordo su questa iniziativa. È stato un peccato. In giuria, con noi, c’erano Rai Cinema, ANICA, la Writers Guild Italia. Contrastare l’AI è inutile. Molto meglio essere parte del cambiamento, guidarlo e cavalcarlo. I risultati sono stati illuminanti: più eravamo dentro il processo creativo di scrittura, più verificavamo come il processo fosse scadente: si perdeva l’empatia, l’emotività della creazione. L’AI è uno strumento utile come una testa che si aggiunge nella writers room, ma non può sostituire uno scrittore.
Pubblico e piattaforme: un ecosistema cambiato
Comunque, Giovanni, non si tratta solo di un cambio di produzione ma anche di utenza. Si parla sempre dei creativi ma mai di come sia cambiato il pubblico. Ecco, come è cambiato e in base a cosa?
Il pubblico è cambiato, si è ampliato perché si sono ampliate le piattaforme. Prima c’era il cinematografo, poi è arrivata la televisione, poi sono arrivati i social. Il pubblico è cresciuto perché sono cresciuti i canali di fruizione. Ce ne sono alcuni, i social, dove l’AI sta predominando. Quello è un problema: lasciarla fare tutto in maniera automatica crea dei processi inversi rispetto al nostro livello di cognizione. Per questo dobbiamo essere dentro i processi di sviluppo: per limitare quel meccanismo e tutelare le professioni. Se l’AI va a sostituire un intrattenimento veloce e inutile come quello dello scrolling, per generare clickbait e fare disinformazione, è un problema catastrofico. Noi possiamo agire facendo formazione e istruzione. Nella pubblicità non va a sostituire il creativo o il regista. Se Luca fa una nuova campagna per un brand internazionale, la sua diventa la pubblicità manifesto. Ma come viene declinata in tutto il mondo, nelle varie lingue, come viene vista in Corea del Sud da un ragazzo di 14 anni, tutto questo lo può fare l’AI. Insomma, declinare, ma partendo da un contenuto generato dal Maestro
Luca concordi, cosa ne pensi del nuovo modo del pubblico di giudicare i contenuti video?
Il discorso sul cambiamento del pubblico è molto complesso. È come se non ci fosse la possibilità di adattare il marketing e il pubblico ai cambiamenti. E c’è sempre una specie di inseguimento strano in cui si tentano delle strade. Mi arrivano proposte del tipo ‘adesso facciamo solo progetti girati in verticale, adesso facciamo solo commedie romantiche’. Mi sembra che ci sia molta confusione e che si stia perdendo di vista la natura stessa del nostro lavoro. Che è, e spero non cambi mai, raccontare una sua sensibilità e una sua urgenza. Questa cosa ha una possibilità di arrivare al pubblico. Ci emozioniamo ancora per le storie di Shakespeare, come Hamnet, film clamoroso, o per la sincerità di Godard in Fino all’ultimo respiro. Le emozioni sono immortali, non subiscono il flusso, mese dopo mese, delle esigenze di marketing.
Diritti e Copyright, terra di nessuno. E i budget?
Giovanni, entriamo nel merio dell’aspetto economico, l’utilizzo dell’AI ha un prezzo che oltre il suo costo di utilizzo?
L’accessibilità è stata determinante per la penetrazione di mercato. L’AI è nata come fruibile per tutti in maniera gratuita. Salvo poi mettere dei paletti, come è stato per tutte le innovazioni, le prime app gratuite, i social e così via. L’AI è stata efficace e diretta. Poi si sono resi conto che stavamo bruciando tera su tera al giorno, e i server per rimanere attivi tantissimo petrolio. Le conseguenze iniziamo già a sentirle: il petrolio non servirà tanto per le auto, ma per mantenere i server AI. Si pensa, poi, che l’AI possa rimanere gratuita e continuare a migliorare. Ma non è così. I prezzi di una buona AI sono alti. E anche l’utilizzo degli AI artist ha un costo.
In passato abbiamo visto tante innovazioni arrivare, fare clamore e poi sparire.Giovanni, forse la discussione mediatica alimentata sui social non è direttamente proporzionata alla rivoluzione che si prospetta?
Una delle funzioni fondamentali per cui è nata l’AI, la raccolta e l’analisi dei dati, non viene ancora sfruttata fino in fondo. Per determinare la ripartizione dei diritti di distribuzione di un’opera, continuiamo infatti ad affidarci a strumenti come lo share Auditel. Agli autori si potrebbe dire con estrema chiarezza: se iniziassimo a sostenere l’integrazione dell’AI nelle piattaforme, tutti ricevereste compensi più equi e più consistenti. Questo cambierebbe radicalmente la prospettiva: quella macchina che oggi percepiamo come una minaccia, capace di sottrarci valore creativo, potrebbe invece diventare uno strumento per tutelare meglio il nostro lavoro, garantendo una distribuzione dei diritti più trasparente e giusta.
Quanti registi sul totale AIR3 usano l’AI?
L’utilizzo tra i registi dell’associazione è altissimo. Chi più chi meno, c’è anche chi fa formazione, chi la usa per la scrittura, chi per pre-produzione, chi per la post. Ma grosso modo la usiamo se non tutti, un 90%.
In questo senso stanno nascendo nuove figure professionali per realizzare prodotti audiovisivi in AI?
In Labyrinth Studios si definiscono Creative AI DIrector o AI Artist, che racchiude tutte le funzioni. Fanno il nostro mestiere, ma sanno generare prompt, hanno conoscenza dell’information technology superiore alla meda.
Luca, si ipotizza che il futuro delle produzioni sarà a due velocità: una parte ad alto costo e con più qualità, una parte più economica e fatta con le AI. Sarà davvero così? In pubblicità può avere senso?
Ci sono già molti prodotti di questo tipo. Sto facendo un documentario su L’ultima cena di Leonardo Da Vinci, con la fotografia di Bigazzi e le musiche di Piovani, quanto di più classico si possa immaginare. A un certo punto si parla della Milano del 1480. Cosa che non sarebbe stato possibile realizzare se non con costi altissimi. Abbiamo fatto un inserto sulla Milano del Quattrocento. Qualcosa che dai al pubblico, un valore aggiunto.
L’AI pone anche dei problemi di copyright. Per essere addestrata usa dei prodotti coperti da diritto d’autore, con il rischio di fatto di replicarli quando crea le sue immagini. Che cosa ne pensate?
Giovanni: che è una terra di nessuno. Dovremmo contrastare anche la pirateria. Ma è solo una questione di soldi. E chi ha in mano il tutto sono le big tech. Facciamo fatica a far pagar loro le tasse, figuriamoci come dire: più soldi a tutti.
Luca: è complessissimo anche risalire a tutte le dinamiche. Essendo l’AI onnisciente, come possiamo capire cosa ha imparato da Truman Capote, cosa da Shakespeare o da Leopardi quando le chiedi qualcosa? È come immaginare che Tarantino debba qualcosa a Sollima, a Martino o a Sergio Leone. È troppo complesso per noi poveri autori.
di Maurizio Ermisino