Entertainment

Festa del Cinema di Roma, apre Il Rumore delle cose nuove di Paolo Genovese. Ma emoziona solo in parte

Nei bagni di un ospedale un uomo scambia un foglio con un altro in un costume da Topolino, Un altro si muove, in uno studio di registrazione, indossando delle scarpe rosse con dei tacchi a spillo. Due donne delle pulizie parlano di fare una rapina. Un attimo dopo dei ladri irrompono in una banca per un furto che finisce nel sangue. Il sangue scorre, sullo schermo della tivù: è quello di Squid Game, e quell’uomo con i tacchi sta guardando la serie mentre il figlio dorme

L’ambulanza sta correndo verso l’ospedale, ma non ci sono le vittime della rapina. Anche quello era un film. Ma dall’ospedale esce una donna, che fa l’infermiera, mentre il marito, fotografo, l’attende. Inizia così, con immagini stranianti e potenti e un montaggio creativo e intrigante, Il Rumore delle Cose Nuove di Paolo Genovese, il film che ieri 13 ottobre ha aperto la Festa del Cinema di Roma.  Il nuovo film del regista di Perfetti sconosciuti e FolleMente, arriverà nella sale il 13 novembre.

L’evento inatteso che spariglia le carte

Tre coppie diverse e sconosciute tra di loro hanno in comune la gabbia che si sono costruite nella vita – per paura di trovare chissà cosa là fuori – e un reticolato fitto che ha relegato i loro sentimenti in un perimetro tranquillo e rassicurante.  Fino a quando un evento inatteso non le coinvolgerà tutte, costringendole a riordinare cuore e anima, a rivedere la loro esistenza e a gettare tutto ciò che forse è di troppo. Il ‘rumore delle cose nuove’ è quel fatto che si spera possa cambiare la nostra vita, farla svoltare. Paolo Genovese orchestra questa storia con un grande cast: Emanuela Fanelli, Edoardo Pesce, Claudia Pandolfi, Lino Musella, Stefano Accorsi, Vittoria Puccini e Claudio Santamaria. “La mia scelta è stata quella di stare addosso agli attori con la macchina da presa per lasciare fuori il mondo” spiega il regista. “Sono persone che hanno una certa solitudine”.

E’ un film molto particolare

Un tipo di racconto che raramente si fa in Italia. Quello dei destini che si uniscono, delle storie che si intrecciano, dei sei gradi di separazione che ci legano a persone che crediamo sconosciuti. Paolo Genovese prova a muoversi dalle parti di 21 Grammi di Iñárritu o di Crash di Paul Haggis. Oltre che da una sorta di ‘big bang’ che unisce tutte le storie e che capiremo, anche se forse un po’ troppo presto, le storie sono legate da alcuni fili conduttori. I figli, il rosso del trucco di scena, del rossetto e delle scarpe con il tacco, i lavori artistici e creativi, i colori e i rumori. Il gioco desta curiosità e quel voler proseguire la visione per capire dove va a parare il racconto. Il cui senso si può trovare nelle parole del regista. “Mi interessano le conseguenze della verità e della bugia” spiega. “I segreti e le bugie ti costringono a fare cose che non vorresti fare, comportamenti che non vorresti avere. Voglio capire come il falso condiziona le fasi della nostra esistenza”.

Un Genovese diverso

Non è quello delle grandi commedie di successo, come Perfetti sconosciuti e FolleMente. È un Paolo Genovese che prova a sperimentare a trovare altre vie, anche insolite per il cinema italiano. Non è un vero e proprio film drammatico, non ci piace definirlo dramedy. È più un film esistenziale, vicino a quell’altro esperimento che era stato The Place, altro film sospeso e misterioso. Paolo Genovese, però, riesce a spiegarci che cos’ha in comune questo film con i suoi due grandi successi. “Mi interessa tutto ciò che non si vede immediatamente nelle persone, tutto ciò che sta dietro e che sta dentro” dice il regista. “Tutto questo può essere raccontato in vari modi. Il tema dei segreti, del non detto, del nascosto ricorre in Perfetti sconosciuti come in FolleMente e in questo film. Nel primo, il non detto sono le piccole cose quotidiane, nel secondo le cose che abbiamo nella nostra testa. In questo film sono i segreti dell’anima”.

Ottima idea, ma non tutto riesce

Il rumore delle cose nuove è un film coraggioso, un tipo di prodotto che il cinema italiano spesso non richiede, e che inoltre spesso non capisce, come non lo capisce il pubblico. L’idea è ottima e il film è girato bene. Però una storia così intensa, con questioni così importanti, dovrebbe ‘arrivare’ di più. Questi personaggi dovrebbero commuoverci, tirarci dentro. Invece non proviamo mai empatia, li troviamo distanti, quasi astratti. Sono a tratti respingenti, non ci fanno affezionare. Vale anche per i più positivi. Il punto è che fanno sempre la cosa sbagliata. Il regista ci ha spiegato perché. Ma il fatto è che quando un personaggio fa solo cose sbagliate ti allontani da lui. È probabilmente il tono, sospeso, e lo sviluppo degli snodi narrativi, che richiede un’enorme sospensione dell’incredulità, a rendere tutto così freddo. Come fredda è la Milano dei grattacieli che osserva la storia.

Edoardo Pesce è Umberto, personaggio simbolo dei nostri tempi

A colpire è soprattutto Umberto, il personaggio vestito da Topolino che apre, interpretato da Edoardo Pesce. È un simbolo dell’ipocrisia dei nostri tempi: fa clownterapia ma poi compie violenza sulla compagna Alba, interpretata da Emanuela Fanelli. “Il carnefice ha sempre bisogno di un alibi per quello che fa” commenta il regista. “Un’apparenza socialmente accettabile ed elogiabile in maniera inconscia ti assolve. Infatti ripete sempre ‘sono una brava persona, uno che aiuta i bambini’. Spiega Pesce: “Mi piaceva il fatto che potessi lavorare sull’ambiguità di questo personaggio, che è una maschera della società attuale. Mi piaceva il doppio”. Quanto ad Alba, la compagna, ci dice Emanuela Fanelli: “non volevo guardarla come una donna fragile. È piena di delicatezze, che non sono debolezze. Si fida molto delle persone, della vita, del futuro. Chi ha questa fiducia negli altri e del mondo penso sia fortissimo”.

di Maurizio Ermisino