Le parole di Matt Damon durante la promozione del film The Rip, hanno risuonato nel mondo, anche alla presentazione delle produzioni italiane Netflix. E inducono una riflessione. Fretta, bisogno di capire tutto e subito, distrazione. Ma dove porta dare al pubblico solo quello che vuole?
Che Netflix esercitasse una sorta di controllo sulla struttura dei film e delle serie che produce si intuiva già da un po’. Lo diceva benissimo Nanni Moretti in una scena esilarante del suo film Il Sol dell’Avvenire del 2023 dove, a colloquio per la produzione, il protagonista Giovanni (Moretti stesso) si trovava davanti a una produttrice di Netflix, interpretata da Elena Lietti, che gli diceva: “Purtroppo la sua sceneggiatura è uno slow burner che non esplode. Gli spettatori decidono se continuare a vedere un film nei primi due minuti. Bisogna arrivare prima all’incidente scatenante, che adesso è al minuto? Mentre il primo turning point arriva al minuto? 62? Troppo tardi. 2? È troppo presto. Comunque c’è un grosso problema: in questo film manca un momento what the fuck?”. Adesso lo ha detto Matt Damon, tanto che se ne è parlato anche mercoledì 21 gennaio a Roma, alla presentazione del Netflix – What’s Next.
Repetita iuvant?
Secondo l’attore salito alla ribalta con Will Hunting – Genio ribelle e prossimo protagonista del film dell’anno, The Odyssey di Christopher Nolan, Netflix chiederebbe che nelle opere che produce ci fossero sempre delle spiegazioni, dei riepiloghi di quello che è successo nei dialoghi successivi a certe scene. Il problema sarebbe la distrazione del pubblico: ecco perché sarebbe necessario ripetere la trama più volte nei dialoghi. Il pubblico, mentre guarda i film in streaming, fa altro. Ad esempio, ha lo smartphone in mano e segue le notifiche. Per cui rischia di perdersi dei pezzi di storia. E, magari, di interrompere la visione.
Il climax non solo nel terzo atto
Ma c’è dell’altro. Ed è proprio l’incidente scatenante, il turning point di cui parla Nanni Moretti. Una volta l’esplosione era tenuta sempre per il finale del film: ora si chiede a registi e sceneggiatori di partire col botto. Il perché è presto detto: si vuole evitare a chi guarda di premere il temibile tasto “indietro” e tornare al catalogo. Lo ha detto Matt Damon. “Il modo standard di fare un film d’azione era con tre scene clou. Una nel primo atto, una nel secondo, una nel terzo. Spendete la maggior parte dei vostri soldi su quella nel terzo atto. Quello è il vostro finale. Adesso, invece, ci dicono: “Possiamo averne una grande nei primi cinque minuti? Vogliamo che la gente resti. E non sarebbe terribile se reiteraste la trama tre o quattro volte nei dialoghi perché le persone sono al telefono mentre guardano”.
Succede così anche in Italia?
Detto che, durate la promozione del film The Rip, Ben Affleck ha detto la sua, ragionando sul fatto che ci sono anche prodotti di tipo diverso, come la serie Adolescence, il dibattito è arrivato anche in Italia. “Il lavoro del commissioning editor è quello di avere un rapporto dialettico con gli autori indipendenti” ha risposto Tinny Andreatta di Netflix Italia. “Il lavoro è la ricerca di progetti che pensiamo siano adatti per il nostro pubblico. Dall’altra facciamo tante riflessioni su cosa stiamo cercando. Penso che il lavoro del commissioning editor sia quello di un giardiniere che aspetta che gli alberi crescano: vogliamo ricercare i progetti, i semi che portino le storie migliori”. Ma il pubblico di Netflix è così distratto? “È anche per un pubblico spesso molto attento” ha spiegato Andreatta. “Cerchiamo di vedere qualcosa nei momenti diversi della giornata. Ci sono pubblici diversi. A volte vanno intrattenuti, a volte sfidati, a volte messi alla prova. Ma il pubblico è attento, e va rispettato”. L’idea è che in Italia, come in Inghilterra, terra da cui viene Adolescence, non ci sia un controllo così stretto.
Lo streaming ci ha cambiato per sempre
Ma il problema non è Netflix in sé, quanto il sistema dello streaming. Nessuno di noi può negare di comportarsi in un certo modo quando vede qualcosa sul pc, tablet, o sulla smart tv. Quando siamo sul divano di casa cambia tutto rispetto a quando andiamo al cinema. In un caso siamo usciti di casa, abbiamo preso l’auto o un mezzo, abbiamo acquistato un biglietto e siamo entrati in una sala. Abbiamo scelto attentamente, abbiamo speso, e non torniamo indietro. Quando siamo a casa stiamo scegliendo in quel momento: in maniera più impulsiva, emotiva che ponderata. Per cui abbiamo quel potere di fare “indietro” sul telecomando e, sempre d’impulso, dedicarci ad altro. Alzi la mano chi di noi, prima o dopo, ha “mollato” una serie o un film.
Abbiamo troppo?
Uno dei problemi dello streaming è che abbiamo troppa scelta. Inoltre, non diamo più tempo a un film o a una serie di trovare il suo respiro, il suo ritmo. La fretta la fa da padrona in una sorta di frenesia. Non sopportiamo di perdere tempo nella visione di qualcosa che ci negherà quella di un altro film o un’altra serie magari più bella. Non solo, non sopportiamo più le cose lunghe, benediciamo le serie con puntate da 25-30 minuti.
La semplificazione contemporanea nega il tempo come spazio per la complessità
Quante volte sentiamo dire su film d’autore, o su opere con una costruzione particolare, “è troppo lungo”, “non ha ritmo”, “è lento”, “non succede niente”? Anche alcuni giudizi poco lusinghieri (pochi, per fortuna) sull’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, sembrerebbero figli di questa sindrome dell’attenzione. Vogliamo capire tutto e subito. Ci anoiamo facilmente. Una corsa alla semplificazione che non dà respiro alla complessità che ha bisogno di tempo per esprimersi. Eppure, senza, tutto diventa simile, standardizzato, banale.
di Maurizio Ermisino