Il Trust Barometer Edelman 2026 fotografa una società sempre più ripiegata su sé stessa. Il senso di frustrazione diffuso negli ultimi anni si è trasformato in una vera e propria chiusura verso l’altro: sette persone su dieci dichiarano di faticare a fidarsi di chi ha valori, idee o fonti informative diverse. Un fenomeno che riguarda tutte le fasce sociali e generazionali, ma che risulta particolarmente marcato nei Paesi più sviluppati, come Giappone e Germania, e supera la media globale anche in Regno Unito e Canada.
Le ragioni di un isolamento crescente
Alla base di questa chiusura ci sono quattro fattori principali. Il primo è l’ansia economica, oggi ai massimi storici: molti lavoratori temono che dazi e politiche commerciali possano avere un impatto negativo sulle aziende per cui lavorano, mentre una parte significativa delle fasce di reddito più basse e medie guarda all’intelligenza artificiale generativa con timore, più che come a un’opportunità.
Il secondo fattore è il crollo dell’ottimismo. Solo una minoranza crede che la prossima generazione vivrà meglio di quella attuale, con livelli di fiducia particolarmente bassi in Europa e Nord America. A questo si aggiunge la progressiva erosione della fiducia nelle istituzioni, percepite come meno competenti ed etiche soprattutto da chi vive condizioni economiche più fragili. In questo scenario, il mondo delle imprese resta l’unica istituzione che, a livello globale, continua a essere vista come credibile.
Infine, pesa la crisi dell’informazione: la diffusione della disinformazione e il sospetto di interferenze straniere nei media alimentano sfiducia e polarizzazione, mentre il confronto con fonti di opinione diverse rimane limitato.
La fiducia entra in una nuova fase di crisi
Secondo Richard Edelman, Ceo Edelman, l’isolamento rappresenta oggi la nuova grande crisi della fiducia. Negli ultimi anni, la società è passata dalla paura alla polarizzazione, dal risentimento alla chiusura. Sempre più persone evitano il dialogo e il compromesso, preferendo ciò che è familiare e rassicurante al cambiamento. Questo spostamento si riflette anche nel modo in cui viene percepita la fiducia, sempre più concentrata nelle relazioni più vicine – come il proprio Ceo, i concittadini o i vicini di casa – mentre cresce il sospetto nei confronti dei leader istituzionali.
Nazionalismo e nuove sfide per le imprese
La crescente chiusura ha conseguenze dirette anche sul mondo economico. Il rafforzarsi del nazionalismo rende più difficile per le aziende multinazionali competere con le realtà locali, percepite come più affidabili. In molti Paesi, la fiducia nelle imprese di casa supera nettamente quella nelle aziende straniere e una parte consistente dei cittadini sarebbe disposta ad accettare prezzi più alti e meno scelta pur di ridurre la presenza di brand esteri. Anche all’interno delle aziende emergono tensioni valoriali, con molti dipendenti che dichiarano di non voler lavorare per manager o investire in imprese che non rispecchiano i propri principi.
Il ruolo chiave del datore di lavoro
In questo contesto, il datore di lavoro emerge come l’attore più credibile per ricostruire la fiducia e ridurre le divisioni. È l’unica istituzione che gode di un ampio consenso sulla capacità di favorire il dialogo tra gruppi diversi, superando persino governi e altre organizzazioni. Ai Ceo viene attribuita una responsabilità centrale: guidare il processo con scelte trasparenti, coinvolgendo persone con background e valori differenti e affrontando in modo costruttivo anche le critiche interne. Accanto ai vertici aziendali, un ruolo importante è riconosciuto anche a manager, colleghi e figure locali di riferimento, capaci di fungere da mediatori di fiducia.
Un divario sociale che continua ad ampliarsi
Il report evidenzia anche un ampliamento significativo del divario di fiducia tra le diverse classi sociali. Negli ultimi anni la distanza tra chi ha redditi alti e chi ne ha di più bassi è più che raddoppiata, con squilibri particolarmente accentuati in Paesi come Stati Uniti, Francia e alcune economie emergenti. Un segnale di come le tensioni economiche continuino a incidere profondamente sulla percezione delle istituzioni e del futuro.
Eventi globali che cambiano il modo di fidarsi
Inflazione, disinformazione, pandemia, guerre commerciali e diffusione dell’intelligenza artificiale sono tra i principali fattori che hanno ridisegnato il rapporto di fiducia tra cittadini, istituzioni e imprese. Questi eventi hanno indebolito il ruolo dei leader istituzionali, mentre hanno rafforzato la fiducia nelle relazioni più prossime, come famiglia, amici, colleghi e capi azienda diretti.
Mercati sviluppati in difficoltà, emergenti più fiduciosi
Per il secondo anno consecutivo, i Paesi economicamente più avanzati occupano le ultime posizioni dell’indice di fiducia, mentre i mercati emergenti mostrano livelli di fiducia decisamente più alti. Un ribaltamento che segnala un cambiamento profondo nelle aspettative e nella percezione delle opportunità future.
Il business supera le ONG sul terreno dell’etica
Un dato inedito riguarda la percezione etica delle istituzioni: per la prima volta, il business supera le organizzazioni non governative. Le imprese vengono oggi considerate non solo più competenti, ma anche più etiche rispetto ad altri attori istituzionali, consolidando una tendenza che ha preso forma durante la pandemia.