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Rapporto Oasi della Bocconi: un SSN in crisi di identità in una sanità in espansione. Poche le donne al comando

Con 119,1 miliardi di spesa nel 2018 e 149 milioni di disavanzo, il Sistema sanitario nazionale conferma di avere messo in sicurezza i propri conti, ma tradisce forti difficoltà a tenere il passo con l’espansione del più ampio settore sanitario e la necessità di ridefinire la propria missione. Secondo gli studiosi del Cergas SDA Bocconi coordinati da Francesco Longo e Alberto Ricci, che hanno presentato il Rapporto Oasi 2019 (Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano), l’espansione e diversificazione della sanità si scontra con la contrazione delle fonti di finanziamento, che produce un tasso di copertura del Ssn sulla spesa sanitaria che è già oggi del 74% e probabilmente è destinato a diminuire.

La spesa sanitaria pubblica pro-capite è pari a 1.900 euro, ovvero l’80% di quella inglese, il 66% di quella francese e il 55% di quella tedesca. Con una delle più alte aspettative di vita al mondo (83 anni), accompagnata da uno dei più bassi indici di natalità (1,32 figli) e dalla previsione Istat di un rapporto di 1 a 2 tra pensionati e popolazione in età di lavoro entro il 2040, il SSN non pare in grado di tenere il passo con la crescita dei bisogni.

Tra il 2000 e il 2018 gli occupati nella sanità sono aumentati del 18% a 1,4 milioni (nello stesso periodo, i residenti sono aumentati del 6% e l’occupazione in generale del 10%), ma a questa crescita ha contribuito prevalentemente il settore privato. Una buona notizia dell’ultimo anno è che, per la prima volta dal 2009, è tornato a crescere (di 384 unità) il numero di medici del SSN.

Anche in termini di spesa, tra il 2012 e il 2018, il privato surclassa il pubblico, con una crescita del 16% rispetto a un Ssn che riesce appena a coprire la crescita dell’inflazione. La componente principale della spesa privata, con 35,7 miliardi, rimane quella out of pocket delle famiglie, ma quella in maggiore crescita (+31% dal 2012, fino ai 4,2 miliardi del 2018) è quella intermediata (per esempio, da assicurazioni private).

In un tale contesto, afferma nella nota Longo, “è cruciale chiarire la missione del SSN. La scelta è tra una focalizzazione sui soli servizi finanziati dal settore pubblico; una regia della filiera produttiva che preveda anche la regolazione del mercato a pagamento e il governo dell’integrazione tra i due ambiti; o un’interpretazione olistica, orientata alla tutela della salute, con l’ambizione di influenzare l’intero settore e gli stili di vita”.

Uno degli approfondimenti del Rapporto riguarda, infine, i percorsi di carriera femminili e denuncia l’esistenza di un soffitto di vetro anche in sanità. Le donne rappresentano complessivamente il 44% dei medici, ma solo il 16% dei direttori di unità operativa, con variazioni importanti su base regionale (in testa l’Emilia Romagna con il 24%, in coda il Veneto con il 10%) e tra le diverse discipline (69% dei direttori di farmacia ospedaliera, 10-20% di direttori di discipline ospedaliere, meno del 10% in quelle chirurgiche e addirittura zero in ortopedia e cardiochirurgia). Anche nei ruoli manageriali, le donne costituiscono il 26% degli idonei a ricoprire quello di direttore generale (Dg), ma solo il 17% dei Dg in carica. Dall’analisi delle interviste a un campione di donne Dg, emerge una certa diffidenza verso gli strumenti di discriminazione positiva, come le quote rosa, ma anche la necessità di rendere le aziende sanitarie più women-friendly nelle politiche di conciliazione e nella cultura organizzativa.