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E se fosse la pubblicità a salvare la politica?

Ogni epoca finisce per parlare con il linguaggio che il suo sistema di comunicazione rende dominante. E’ una responsabilità che la pubblicità ha. Oggi più che mai. E se saprà ritrovare significato, profondità nella velocità, contagerà anche la politica. Non sarebbe poco
Daniele Cobianchi

di Daniele Cobianchi, Presidente McCANN Italy.

Dal cosmo al caos

Per molti anni la pubblicità digitale ha avuto una grammatica semplice. Da una parte i contenuti, accanto la pubblicità. Banner, preroll, risultati sponsorizzati. Il sistema era chiaro: i media producevano contenuti, i brand compravano visibilità, le piattaforme organizzavano la distribuzione. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato. La comunicazione commerciale ha progressivamente adattato il proprio linguaggio alla logica delle piattaforme. Ha imparato a inseguire la velocità, a comprimere i messaggi, a privilegiare la reazione immediata rispetto alla comprensione. Il valore di un contenuto ha iniziato a coincidere con il numero di visualizzazioni, di interazioni, di like. La pubblicità è diventata sempre più misurabile ma anche sempre meno rilevante. I like sono diventati una moneta: una prova di attenzione da reinserire nei piani media e da rivendere come evidenza di efficacia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Una quantità enorme di messaggi che producono pochissima memoria. La comunicazione è diventata un rumore di fondo continuo.

Dalla media buying alla recommendation economy

Ora però questo modello sta entrando in una nuova fase di trasformazione. L’intelligenza artificiale generativa sta cambiando la struttura stessa dell’ecosistema informativo. Le interfacce conversazionali non mostrano più liste di contenuti con spazi pubblicitari accanto. Producono una risposta. E quando esiste una sola risposta, la pubblicità non può più stare accanto. Può solo entrare dentro. Si passa così da una media buying economy a una recommendation economy. Non conterà più soltanto comprare inventory o presidiare placement. La vera competizione sarà essere presenti nei sistemi che generano raccomandazioni e costruiscono le risposte.

L’opportunità è tornare a costruire significato

Quando la pubblicità entra dentro il contenuto, la distanza tra informazione e promozione diventa inevitabilmente più sottile. Trasparenza e verità diventeranno quindi il vero terreno competitivo della comunicazione. Alcuni brand cercheranno inevitabilmente di sfruttare questa zona grigia. Altri capiranno che la vera opportunità è tornare a costruire significato. Perché quando la pubblicità funziona davvero non si limita a descrivere un prodotto. Attiva e distribuisce l’equity valoriale di una marca. Traduce ciò che un brand rappresenta in linguaggi capaci di entrare nella vita delle persone.

Mettere d’accordo profondità e velocità

La sfida del nostro tempo non è opporre profondità a velocità. È riuscire a tenerle insieme. Fare comunicazione capace di vivere dentro la velocità delle piattaforme senza diventare superficiale come le piattaforme. Profondità nella velocità. Quando questo accade il valore del brand diventa riconoscibile anche nei sistemi che organizzano la distribuzione delle informazioni. Non un contenuto ottimizzato per gli algoritmi, ma un significato abbastanza forte da poter essere interpretato e distribuito dalle piattaforme.

I destini intrecciati di politica e pubblicità

Il paradosso è che mentre la pubblicità perdeva profondità inseguendo l’attenzione, altri linguaggi hanno iniziato a imitarla. Anche la politica ha imparato rapidamente questa grammatica. Per ottenere visibilità, consenso, voti, bisognava restare sulla superficie del dibattito. Messaggi brevi, polarizzanti, progettati per generare hype, condivisioni e like (voti). La politica ha imparato dalla pubblicità più superficiale come funzionano le piattaforme. Ma proprio per questo il destino dei due mondi oggi è più intrecciato di quanto sembri. Se la pubblicità saprà ritrovare profondità senza rinunciare alla velocità, se tornerà a costruire significato invece di produrre solo rumore, non salverà soltanto sè stessa dall’irrilevanza crescente a cui la condanna l’egemonia delle piattaforme. Potrebbe fare qualcosa di ancora più straordinario. Potrebbe contribuire a restituire qualità allo spazio pubblico. Perché ogni epoca finisce per parlare con il linguaggio che il suo sistema di comunicazione rende dominante. E se la comunicazione torna a premiare profondità, credibilità e qualità del pensiero, anche il dibattito politico può ritrovare una parte della sua statura. In tempi cupi come quelli che attraversiamo, non sarebbe poco.