Dove eravamo rimasti? Con queste parole, il 20 febbraio 1987, Enzo Tortora tornava in televisione dopo anni di assenza forzata, segnati da una lunga e dolorosa odissea giudiziaria. Riprendeva ‘Portobello’, come se il tempo si fosse fermato. Esattamente 39 anni dopo, il 20 febbraio 2026, arriva su HBO Max la serie diretta da Marco Bellocchio che racconta quel caso emblematico, ma fa molto di più: restituisce il ritratto di un’epoca, di un Paese, di un’Italia che non esiste più.
Quasi un capolavoro
È una delle migliori serie mai realizzate in Italia. Siamo dalle parti del capolavoro. Ancora una volta Bellocchio, oggi 86enne, dimostra una lucidità e una potenza visiva rarissime, costruendo un’opera che è insieme racconto storico, viaggio psicologico e affresco collettivo.
La serie prende avvio nel luglio del 1977, quando Portobello, il programma del venerdì sera di Rai 1, era seguito da 12 milioni di spettatori, destinati a diventare presto 28 milioni. Bellocchio ricostruisce quel mondo partendo dai dettagli: i primi piani sul pappagallo, le carrellate nello studio televisivo che visto oggi appare sorprendentemente piccolo, eppure allora sembrava enorme. Uno spazio accogliente, familiare, che entrava ogni settimana nelle case degli italiani.
Il mondo di Portobello è pieno di colori, ma dominato dai toni marroni tipici dell’epoca. Oggi ci appare ingenuo, quasi innocente. Ma era l’innocenza dell’Italia di allora, un’innocenza che sarebbe andata perduta di lì a poco. Anche, e soprattutto, a causa del caso Tortora.
Un caso che, come racconta Bellocchio, nasce da un capriccio, dal puntiglio di un criminale, Giovanni Pandico, e da un nome e un numero di telefono annotati su un’agendina e mai verificati. Un errore che nessuno volle correggere.
“Il mio cinema nasce sempre da un’immagine”, ha spiegato durante la conferenza stampa romana. “La prima è quella di un uomo stupito che esce in manette dalla caserma di via in Selci. Perché ci sono i fotografi? Perché c’è la Rai? Evidentemente c’era già una regia. Il suo stupore non finisce mai: è un incubo senza risveglio”.
Bellocchio non mostra solo l’Italia com’era, ma prova a psicanalizzarla
‘Portobello’ non è soltanto una serie su un caso giudiziario, né una semplice ricostruzione storica. Bellocchio realizza un’opera immaginifica, a tratti surreale, persino felliniana. È un viaggio onirico, perché quello che vive Tortora è un incubo vero e proprio, e lo spettatore lo attraversa con lui.
Il regista non si limita a mostrare l’Italia per come appariva, ma prova a guardarla dentro, a psicanalizzarla, a portarne in superficie il rimosso, l’inconscio, l’ombra. Racconta i fatti, ma soprattutto si interroga sul perché magistratura, opinione pubblica e stampa abbiano agito in quel modo.
La psicanalisi è da sempre centrale nel cinema di Bellocchio. Qui serve anche a interrogare Tortora stesso. “All’epoca non lo capivo”, ammette il regista. “Io venivo da una cultura socialista, non capivo quel liberale così preciso, quasi aristocratico, eppure amatissimo. Mi era indifferente. Oggi cerco di capire anche perché molti giornalisti si dissero: se lo hanno arrestato, qualcosa avrà fatto”.
Quello che era evidente per Tortora non lo era per i giudici
La domanda centrale, che la serie rilancia a distanza di quarant’anni, è semplice e terribile: come è stato possibile credere a criminali dichiarati e ignorare l’evidenza dell’innocenza di un uomo rispettabile?
La risposta è complessa. C’è la pressione dell’opinione pubblica nella lotta alla criminalità organizzata. C’è l’incapacità della magistratura di ammettere un errore. C’è anche quella forma di compiacimento perverso che i tedeschi chiamano schadenfreude: il piacere per la caduta altrui.
“Portobello è un horror, un horror realistico”, dice Bellocchio. “Quello che indignava Tortora era che ciò che era evidente per lui e per noi non lo fosse per i giudici. Non potevano sbagliare, non potevano tornare indietro”.
Bellocchio, insieme a Fabrizio Gifuni e Alessandro Preziosi, evita accuratamente di collegare la serie al dibattito sulla giustizia di oggi. Questa è una storia autonoma, che chiede di essere guardata per quello che è.
Nella serie ci sono due teatri: Portobello e i processi
La messa in scena alterna una ricostruzione storica rigorosa a una lente grottesca e teatrale. Perché ciò che accadde a Tortora fu, di fatto, un teatro dell’assurdo.
“Nella serie ci sono due teatri”, spiega Bellocchio, “uno è Portobello, dove Tortora è il primo attore. L’altro è quello dei processi, dove è impotente. Di fronte ha attori che non conosce. Il teatro mi ha sempre affascinato: quando posso portarlo nel cinema, mi coinvolge profondamente”.
Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora in un lavoro di sottrazione
Dopo Aldo Moro, Fabrizio Gifuni firma un’altra interpretazione straordinaria. Il suo Tortora non è frutto di imitazione, ma di sottrazione: pochi segni, nessun trucco, un lavoro minuzioso su voce, sguardo, gesti.
“La sottrazione è ascolto”, dice Gifuni. “Non puoi preparare tutto. Lo stupore di Tortora vive in piccoli gesti, impercettibili. È qualcosa che solo la macchina da presa può cogliere”.
Un grande Lino Musella
“Senza educazione. Senza cultura. L’Italia è spacciata”. A pronunciare queste parole è Giovanni Pandico, il camorrista mitomane da cui partì l’accusa. A interpretarlo è un gigantesco Lino Musella, che costruisce un personaggio tragicomico, sproporzionato, inquietante.
“Uno dei semi del male è l’invidia”, racconta l’attore. “Pandico trasforma il male altrui nel proprio bene. Oggi sembra che per essere visibili sia necessario infangare qualcuno”.
Fausto Russo Alesi è il giudice Marmo
Nel teatro del processo emerge anche Diego Marmo, il giudice dell’accusa, interpretato da Fausto Russo Alesi. Un personaggio opposto al Falcone che lo stesso attore aveva incarnato ne Il Traditore.
“C’è un accanimento evidente”, spiega Alesi. “Ci siamo chiesti quando il dubbio avrebbe dovuto bussare alla porta di quest’uomo”.
“È andata così, non riesco più a giocare”, dice Tortora tornando in tv nel 1987. È vero. Aveva perso la sua parte infantile. E con lui, in quegli anni, l’Italia aveva perso la sua innocenza.
di Maurizio Ermisino
