7 maggio 1945. È l’ultimo giorno della guerra in Europa, la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un commando americano ferma una macchina su cui viaggia Hermann Göring, il gerarca nazista, il famigerato ex braccio destro di Adolf Hitler. Lo catturano vivo. E, a quel punto, sorge il problema di cosa fare di lui. È così che inizia Norimberga, il film di James Vanderbilt con Russell Crowe e Rami Malek, tratto dal libro The Nazi And The Psychiatrist di Jack El-Hai. Il film è stato presentato fuori concorso al Torino Film Festival ed è in uscita al cinema il 19 dicembre con Eagle Pictures.
Perché non succeda di nuovo
Norimberga inizia dalla cattura di Göring e dalla scelta di come procedere. Negli Stati Uniti viene coinvolto un giudice della Corte Suprema. Lui non crede nella condanna senza un giusto processo. E crede che un processo pubblico sia importante proprio perché la gente di tutto il mondo deve sapere. Che sia importante far parlare gli imputati di quello che hanno fatto perché non succeda di nuovo. Così si allestisce un grande processo a Norimberga, nella Germania ormai occupata dalle forze alleate. Ma prima di andare a processo va fatto un altro lavoro. È necessario che i gerarchi nazisti non si suicidino, come ha fatto Adolf Hitler. E per capire le loro eventuali tendenze suicide, la loro psiche, viene assoldato uno psichiatra. Il suo lavoro non sarà facile. Entrare in empatia con i nazisti non è una cosa da niente. E non sarà facile neanche quando gli verrà chiesto di provare a carpire alcuni segreti dagli imputati. E il segreto professionale?
Il diritto internazionale e i crimini di guerra
Un film come Norimberga (Nuremberg, in originale) è sempre un evento necessario. Proprio come dicono i personaggi, il mondo deve vedere, rivedere. Non deve dimenticare mai cosa è successo, non deve sminuirlo. Deve fare tutto il possibile perché non ritorni. L’idea di chi affida i nazisti agli psichiatri è capire che cosa rendesse i tedeschi – quei tedeschi, ovviamente – diversi da tutti gli altri. Se si potesse capire il male si potrebbe far sì che non accada più. E allora la riflessione è importante. Oggi un film come questo ha un senso ancora diverso. Sentir parlare in questo momento di diritto internazionale e di crimini di guerra – dopo quello che sta succedendo nel mondo – ha un sapore amaro e fortissimo. Il mondo, allora, era riuscito a fare giustizia. Perché oggi non ci riesce?
Fare del processo di Norimberga una commedia: si può?
Norimberga ha quel respiro di certi grandi film americani. Ma ha anche i difetti di quel tipo di film. Uno di questi è cercare di fare dei protagonisti dei personaggi che piacciano per forza al pubblico, personaggi accomodanti e accattivanti. E così Norimberga fa dello psichiatra di Rami Malek un eroe affascinante, un po’ Bond, un po’ Cary Grant, senza che riesca ad essere nessuno di questi. È forse l’errore principale del film. Perché è vero che il suo dottore è qualcuno che deve presentarsi come una persona aperta all’altro, che deve entrare in sintonia con dei nazisti. Ma Rami Malek probabilmente ha esagerato nell’assecondare queste richieste. E attraversa tutto il film – o almeno tutta la prima parte – con il sorriso sulle labbra. E ci si chiede cosa ci sia così da ridere davanti a una tragedia di dimensioni storiche. Man mano che vediamo il film ci sembra che l’idea sia quella di fare del processo di Norimberga una commedia. Ma si può? A tratti, per come racconta il rapporto tra due persone, Norimberga sembra quasi diventare Il Discorso del Re, ma con i nazisti. Poi, a un certo punto nel film arriva anche Geoffrey Rush, e l’impressione si fa più forte.
Russell Crowe funziona
Quello che funziona, nel film, è il Göring di Russell Crowe. Perché anche il suo personaggio ha il sorriso sulle labbra, ma è quel sorriso mellifluo e suadente di una mente malefica che sa come manipolare il suo interlocutore. È il sorriso cinico del Potere, di chi ha avuto in mano in mondo e, anche se caduto e in catene, continua a sentire che il mondo è suo. È il sorriso della superiorità. Anche davanti a un tono evidentemente sbagliato del film, quel grande attore che è Russell Crowe riesce a tenere in mano il suo personaggio, a misurare i toni e a trovare la chiave giusta per raccontare la banalità del Male. E la sua presunzione.
Non si sente il peso del Male
Il grande problema di Norimberga è che, per tutta la prima parte del film, non si sente mai il peso della Storia, del Male, della morte. Non sembra nemmeno di assistere alla Storia ma a un gruppo teatrale che recita una commedia ispirata a quei fatti. Si tratta ovviamente di un adattamento, di una “chiave” che è stata scelta per raccontare una storia che è stata raccontata già da tanti. Ma qui si tratta di rispondere seriamente a una domanda. Non si può ridere del nazismo? Si può, e lo hanno fatto in tanti. C’è stato il grande Charlie Chaplin, ma Il Grande Dittatore era dichiaratamente una parodia, uno sberleffo al nazismo e a tutte le dittature. Così come era una parodia, una farsa, Il Dottor Stranamore di Kubrick. E Jojo Rabbit, di Taika Waititi, era in fondo una favola, il nazismo visto con gli occhi di un bambino. Ma in un film sul processo di Norimberga, dove Hitler e il nazismo viene preso di petto, dritto al cuore, questo tono è sbagliato. Perché qui, davvero, si rischia di banalizzare, alleggerire, di normalizzare una cosa come il nazismo. Ed è forse la cosa più pericolosa che si possa fare.
Arrivano le immagini della realtà
È anche vero che poi, a metà, Norimberga svolta. Va in scena il processo vero e proprio. E in quel processo vengono mostrate le immagini reali dei lager. I corpi, ancora vivi, ridotti a scheletri. I corpi, stavolta morti, raccolti in mucchi senza alcuna dignità per le persone. Immagini di repertorio che entrano e stridono con la commedia vista fino a questo momento. Che sono un pugno nello stomaco. Che sono la realtà dei fatti e vanno mostrati a chi ancora oggi nega. E allora arriva ancora di più il rimpianto per quella prima parte del film, per quella commediola messa in piedi per raccontare uno dei momenti più bui della Storia.
Non deve essere sempre Spielberg, ma…
Il film poi vira ancora verso il legal thriller, e diventa una sorta di Codice d’onore. Avete presente il finale del film, quando Tom Cruise pungola Jack Nicholson nell’orgoglio, al fine di farlo, finalmente, confessare quello che ha fatto? Il finale di Norimberga, di fatto, è questo, e alla fine funziona anche, perché, quando il cinema riprende codici di opere che hanno già funzionato, che gli vuoi dire? Ma non è questo il punto. Il punto è perché il cinema, quello hollywoodiano come quello italiano, deve sempre ricorrere a formule già sperimentate e accettate per sperare di funzionare verso il pubblico, perché debba pensare sempre di compiacerlo, di rassicurarlo. Non diciamo che ogni film sul nazismo debba essere Schindler’s List. Ma, ad esempio, proprio per non essere Spielberg, La zona d’interesse era riuscito a trovare una chiave completamente nuova sul tema. Ma senza perdere di vista quella che era la chiave di tutto. La rappresentazione di un enorme, ineluttabile Male.
di Maurizio Ermisino