Marty Supreme, nel film, è il nome di un prodotto pensato da lui, che porta il suo nome: una pallina da ping pong ma colorata di arancione, in modo che si possa vedere anche se di fronte hai un giocatore vestito di bianco. Un po’ come le Nike Air Jordan. Marty Reisman (questo il vero nome del personaggio che ha ispirato il film) era in anticipo su tutto. La visione moderna dello sportivo come uomo di spettacolo e brand, lo sport come veicolo di promozione e pubblicità. Solo che lo faceva in uno sport di nicchia, che in quegli anni, in America, aveva poco seguito: il tennistavolo, o ping pong. Uno sport che al cinema finora abbiamo associato a Forrest Gump e che torna in questo film. Marty Supreme, dopo un passaggio al Torino Film Festival, è stato presentato ieri in anteprima a Roma e sarà al cinema dal 22 gennaio. Da vedere per capire chi è davvero Timothée Chalamet, il nuovo divo di Hollywood, e se potrà arrivare a vincere l’Oscar. Tra gli attori protagonisti se la dovrà vedere con un certo Leonardo DiCaprio, probabile candidato per Una battaglia dopo l’altra.
Timothée Chalamet: un nuovo modo di essere una star del cinema
Le palline Marty Supreme come le Nike Air Jordan. Sì, ma senza un dollaro. Perché siamo negli anni Cinquanta, in America, a New York, e il ping pong non è uno sport professionistico e ha poco seguito. Marty così viaggia a Londra e a Tokyo per i campionati mondiali, ma di tennistavolo non ci vive. Fa il commesso per un negozio di scarpe, ma per il resto vive di espedienti: furti, raggiri, prestiti, piccole e grandi truffe. Ambizioso, sbruffone, autoironico, sicuro di sé, Marty è uno sportivo, un venditore nato, un truffatore. E, per fare tutto questo, deve essere un grande attore. Il lavoro di Timothée Chalamet, allora, è di quelli difficili: recitare nel ruolo di qualcuno che, a sua volta, recita. E in questo il nuovo divo di Hollywood è bravissimo. Chalamet incarna un nuovo modo di essere una star del cinema: è gracile, pallido, emaciato, spigoloso. È lontanissimo da divi come Brad Pitt o Tom Cruise, non ne ha il carisma né l’aura. Ma questo è un punto a suo favore: è in grado di “scomparire” meglio nei suoi personaggi. E così tu ci credi che Timothée sia Marty Mauser.
Gli anni Cinquanta visti come negli anni Ottanta
Da tutto questo nasce un film che è un ottovolante, un saliscendi tra situazioni dolorose, imbarazzanti e divertenti. Marty Reisman è diventato un campione conclamato nel suo sport, vincendo il suo ultimo titolo all’età di 67 anni. Ma il film si concentra sui suoi inizi, quelli in cui la sua vita era rocambolesca, nei lontani anni Cinquanta, una di quelle epoche in cui è ancora difficile verificare i fatti e la verità si stempera nella leggenda. E infatti la sua storia è completamente riscritta. Marty Supreme è girato come un film di fine anni Settanta o anni Ottanta, e ci mostra i Fifties come li vedevano in quell’epoca: una terra dell’innocenza, un mondo mitico e incantato dove tutto era possibile. La fotografia dai toni caldi e pastosi, il ralenti, l’uso delle luci, le musiche: tutto sembra riportare al cinema di quegli anni. A tratti sembra di essere ne Il colore dei soldi (il sequel de Lo spaccone che Scorsese girò con Paul Newman e Tom Cruise) con il ping pong al posto del biliardo. Complice una colonna sonora “anacronistica” (che raccoglie canzoni dei Tears For Fears, degli Alphaville e dei New Order) il salto all’indietro e doppio. Ed è molto anni Ottanta anche la morale del film, una storia motivazionale: le idee di farcela da soli, di inseguire un sogno, di riscattare se stessi sono molto vicine all’epica di Rocky. E si segue lo scontro finale contro il campione giapponese come si assisterebbe a Rocky IV.
La campagna di meta-marketing
Campione di incassi negli Stati Uniti, dove è uscito il giorno di Natale, Marty Supreme ha avuto successo grazie a una campagna di marketing di cui vi abbiamo già parlato. Una strategia che ha puntato tutto sull’identificazione tra Chalamet e Marty Supreme. Tutto è nato da una finta call su Zoom, che sembra un leak uscito per sbaglio ma che è stata creata ad arte, in cui l’attore fa se stesso, ma andando continuamente sopra le righe, lanciando improbabili idee di marketing, come dipingere di arancione la Statua della Libertà a New York o la Tour Eiffel a Parigi. O a lanciare nel cielo un dirigibile arancione. In quel video stai vedendo parlare Timothée Chalamet, ma non sai se è lui o il suo personaggio, Marty Supreme. È un interessante caso di meta-marketing.
Una vita arancione: non raccontare il film, ma evocare un mondo
Nessun monumento è stato colorato, ma l’arancione è diventato il filo conduttore di una campagna fuori dagli schemi. Il dirigibile arancione ha solcato i cieli, con il titolo del film. Una giacca dello stesso colore è diventata un capo d’abbigliamento cult prima ancora dell’uscita del film. La confezione dei cereali Wheaties rigorosamente del colore scelto e con l’immagine dell’attore nel ruolo di Marty Supreme. E le palline da ping pong arancioni, con la scritta “Marty Supreme. Dream Big” cioè “sogna in grande”, come quelle che abbiamo ricevuto, in una borsa dello stesso colore, all’anteprima di Roma. Anche le apparizioni dell’attore in pubblico sembravano apparentemente casuali, ma erano studiate a dovere. Attorno alle palline arancioni che compaiono nel film, insomma, è stata orchestrata una campagna che ha puntato sull’effetto sorpresa, sull’apparizione fuori contesto. E su un concetto piuttosto originale: non raccontare il film, ma evocarlo. Non introdurre la storia, ma costruire un mondo. In questo modo è Chalamet-Marty ad essere contemporaneamente l’attore, il personaggio e il brand, tre ruoli che si fondono e si confondono in un’unica figura.
La fiducia nel pubblico e una campagna rivoluzionaria
Ma la forza della campagna sta nella fiducia che ha verso il pubblico, nella sua intelligenza e nella sua curiosità. Non si è scelto di dare all’audience un messaggio chiaro e definito, da recepire e basta. Si è deciso di dare una serie di segnali da decifrare, le tessere di un puzzle da ricomporre. Il pubblico così ha avuto un messaggio da interpretare e da trasmettere agli altri. Da quella finta call lanciata su YouTube sono nati dei brevi video diffusi sui social media e andati in tendenza. Per questo quella della casa di produzione A24 e di Marty Supreme può essere considerata una campagna rivoluzionaria. Da domani gli attori potrebbero non essere solo i volti, l’oggetto della campagna, ma i protagonisti, i soggetti. Potrebbero essere attori una seconda volta: recitare, dopo il film, anche nella promozione. Vedremo chi coglierà la lezione, soprattutto in Italia, dove, da anni, ci chiediamo se ci sia un modo migliore di quello attuale di lanciare i film.
di Maurizio Ermisino