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Love Me Love Me: ha senso normalizzare la violenza, senza un contesto che ne giustifichi il perchè?

C’erano una volta i casi letterari young adult che esplodevano prima in libreria e poi al cinema, come Twilight e After. Ora arrivano in streaming: Love Me Love Me, tratto dal romanzo di Stefania S., dal 13 febbraio su Prime Video, proprio in occasione di San Valentino

Erano relazioni pericolose quelle che Roger Kumble, regista americano, raccontava in Cruel Intentions, il suo film del 1999 con Sarah Michelle Gellar e Reese Witherspoon diventato un piccolo cult. Nel senso che era tratto proprio dal famoso romanzo Les Liaisons Dangereuses di Pierre Choderlos de Laclos del 1782. E proprio per la sua capacità di raccontare certe situazioni il regista americano è stato scelto per Love Me Love Me, adattamento del primo romanzo fenomeno di Stefania S.

Milano, la scuola d’élite e il fight club

In una Milano inedita, che sembra una città Europea, solare e notturna allo stesso tempo (ma in gran parte il film è girato a Roma), si immagina che esista una scuola privata, la St. Mary, una di quelle scuole d’élite dove gli studenti indossano l’uniforme. È qui che, dopo essersi trasferita a Milano per seguire la madre artista, arriva June (Mia Jenkins), ragazza ingenua e inesperta. Ed è qui che fa subito la conoscenza di due ragazzi. Il timido e posato Will (Luca Melucci) e il tenebroso e problematico James Hunter (Pepe Barroso Silva), nomen omen (hunter, in inglese, vuol dire cacciatore). Sempre in quella inedita Milano, si immagina che, di notte l’unico divertimento dei ragazzi sia andare in luoghi, a metà tra ring e discoteche, in cui si scommette sui combattimenti clandestini di MMA (Mixed Martial Arts, una disciplina di arti marziali). È qui che, sotto steroidi, mal consigliato, combatte James. Ed è qui che, oltre che a scuola, comincia l’attrazione tra lui e June, che però è attratta anche da Will.

Un caso letterario come After e Twilight

Il modello narrativo di Love Me Love Me — caso letterario prima ancora che cinematografico (tratto dal romanzo di Stefania S., parte di una tetralogia da oltre 21 milioni di letture su Wattpad e oggi pubblicata da Sperling & Kupfer) — è quello dei grandi successi young adult al femminile, da After a Twilight. Ritornano tutti gli stereotipi del genere: la letteratura come ornamento più che come sostanza (il romanzo si apre e si chiude con Shakespeare), la scuola elitaria in stile Élite o Baby, il bad guy affascinante e problematico. Al centro c’è la funzione più profonda di questo tipo di storie: sublimare la paura del primo amore e della prima volta, soprattutto dal punto di vista femminile, trasformando un’esperienza desiderata ma anche temuta in qualcosa di oscuro o pericoloso. In Twilight — piaccia o no — la metafora del vampiro rendeva perfettamente l’equazione amore uguale pericolo. Anche in Love Me Love Me il sentimento si incarna in una relazione che vive di rischio e attrazione.

Il ruolo di una giovane donna è salvare il bad boy dalle cattive abitudini?

Qui però qualcosa cambia. Perché il nostro James, cacciatore per definizione, è destinato a rivelarsi diverso da ciò che sembra. Ma in un contesto culturale che prova — non senza fatica — a emanciparsi dai modelli del maschilismo tossico e patriarcale, assistere a comportamenti maschili così apertamente violenti nei confronti delle donne risulta difficile da digerire. Il protagonista esordisce strattonando più volte la protagonista, arrivando a spingerla sotto una doccia: un gesto di violenza gratuita, a freddo, privo persino di una motivazione narrativa che lo renda comprensibile.Il tema è emerso anche durante la conferenza stampa di presentazione oggi a Roma. La domanda è inevitabile: come possiamo, nel 2026, continuare a suggerire che il destino di una giovane donna sia innamorarsi di un bad boy e salvarlo dalle sue cattive abitudini — un archetipo già logoro ai tempi di Grease? “È un’ottima domanda», ha risposto il regista Roger Kumble. «Ho 59 anni e ciò che ricordo della vita alle scuole superiori è il numero di ragazze che ho perso a favore dei bad boy di turno. I film della mia generazione riflettono questo immaginario ed è anche per questo che mi piace lavorare con storie di questo tipo. Gioventù bruciata fa parte della nostra iconografia cinematografica. La forza del libro di Stefania S. sta nella fluidità dei personaggi, nel portarli nel XXI secolo. L’idea alla base dei protagonisti è: ‘ci deve essere qualcosa di rotto in me che voglio aggiustare in qualcun altro’. È un meccanismo che attraverserà le generazioni, indipendentemente dal genere di chi lo incarna».

Non è questione di generazioni, è un film universale

Sia chiaro: i ribelli senza una causa — A Rebel Without a Cause, questo il titolo originale di Gioventù bruciata — popolano il cinema da sempre. Da James Dean al John Travolta di Grease, dal Johnny Depp di Cry Baby al Patrick Swayze di Dirty Dancing. Ragazzi problematici, certo, ma non così esplicitamente violenti nei confronti delle donne, non così apertamente costruiti come maschi dominanti. Qui, soprattutto, non si prende mai davvero distanza dalla violenza: la scrittura e la regia — ancora prima dello sguardo della protagonista — sembrano subirne una forte fascinazione. Come se non bastasse, in un mondo che già trasuda violenza da ogni lato, il film sceglie come unico orizzonte narrativo uno spazio in cui i ragazzi non trovano di meglio che picchiarsi a sangue. Ancora testosterone in eccesso, ancora un universo in cui l’identità passa solo attraverso lo scontro, la battaglia, la sopraffazione. Il film vuole davvero rappresentare le nuove generazioni? “Credo che i temi trattati siano universali», risponde Luca Melucci. «Non è una questione generazionale, ma di presente: ogni essere umano può relazionarsi ai personaggi del libro. Ci sono l’amore, l’amicizia, la salute mentale”. “Molti di questi temi sono senza tempo”, gli fa eco Mia Jenkins, “Come il rapporto con il primo amore e con i propri genitori”.

Lotus Production e Amazon MGM Studios: le relazioni virtuose

Se Love Me Love Me, sul piano narrativo, non inventa nulla — o quasi — lo stesso non si può dire del suo modello produttivo. Il film prosegue infatti il filone inaugurato da Hotel Costiera: produzioni italiane girate nel nostro Paese, con cast internazionali e pensate fin dall’origine per un mercato globale. Dopo queste prime due tappe, la terza sarà Postcards From Italy. Nonostante quello che abbiamo detto su Love Me Love Me, niente da eccepire sul virtuosismo dei rapporti produttivi. Il film è co-prodotto da Lotus Production — società del Leone Film Group — e Amazon MGM Studios, con il supporto di Webtoon Productions. Un’alleanza che dimostra come l’idea di attrarre talenti internazionali e farli lavorare a stretto contatto con quelli italiani sia non solo possibile, ma vincente. “Da giovane lavoravo in un videonoleggio e avevamo una sezione dedicata ai film italiani”, ricorda il regista. “Lavorare in Italia è qualcosa di eccezionale. Quando mi hanno chiesto chi avrei voluto portare con me, ho risposto: Nessuno. Volevo una troupe interamente italiana. C’è stato uno straordinario spirito di collaborazione da parte di tutti”.

Dove si può collocare questo film

A proposito di relazioni pericolose, Roger Kumble tenta di ricreare quel senso di pruriginosa crudeltà che aveva decretato il successo di Cruel Intentions, senza però riuscirci fino in fondo, anche se una scena di autoerotismo non è affatto scontata in un film di questo tipo. A fare la differenza è soprattutto il materiale di partenza: il romanzo di Choderlos de Laclos è, ovviamente, di tutt’altra natura rispetto al testo di Stefania S. Ciò che accomuna Love Me Love Me e Cruel Intentions lo chiarisce però lo stesso regista: «Se oggi avessimo un videonoleggio, un film come Cruel Intentions non sapremmo dove metterlo. Non è un dramma, non è una commedia. Ed è proprio questa ambiguità che ho trovato speciale anche in questo film”.

di Maurizio Ermisino