Indice dei contenuti
Il panorama dell’innovazione digitale in Italia e in Europa si trova oggi di fronte a un bivio strategico, dove la capacità di trasformare il primato accademico in valore industriale e la necessità di ridurre la dipendenza dai colossi extra-UE rappresentano le sfide più urgenti.
“Il tema di cui ci occupiamo oggi è tutt’altro che banale”, ha affermato questa mattina Alessandro Perego, introducendo LENS, l’evento organizzato da Osservatori Digital Innovation in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo e la Rappresentanza della Commissione europea a Milano. “Parliamo di trasformazione digitale e della rivoluzione legata all’intelligenza artificiale, consapevoli che lo spazio di opportunità e rischi, in questo contesto geopolitico, si è allargato e non ridotto. Le opportunità sono sempre più ricche, ma i rischi associati al non affrontare correttamente questo percorso sono enormemente cresciuti”.
Il paradosso dell’AI tra ricerca e mercato
L’Europa si distingue globalmente per la qualità della propria ricerca scientifica nel campo dell’Intelligenza Artificiale, producendo il 15% delle pubblicazioni mondiali e superando la quota del 9% registrata dagli Stati Uniti. Tuttavia, questo primato intellettuale non si traduce ancora in una corrispondente forza industriale. Il continente detiene infatti appena il 3% dei brevetti mondiali sull’AI, a fronte del 14% statunitense.
“Nel computing e nel cloud la forte concentrazione del mercato e la dipendenza da fornitori extra-europei pongono un tema di sovranità tecnologica”, ha sottolineato Perego. “Nella connettività la frammentazione del mercato e il ritardo nello sviluppo di infrastrutture satellitari limitano la capacità di competere su scala mondiale. Anche nell’intelligenza artificiale il divario tra l’eccellenza della ricerca e la capacità di generare valore industriale rischia di consolidare la dipendenza da modelli e piattaforme sviluppati in altri ecosistemi”.
Questa discrepanza è il risultato di un divario finanziario profondo: nel 2024, le startup europee del settore hanno raccolto 19 miliardi di dollari, una cifra sovrastata dai 109 miliardi investiti negli USA. In questo scenario, l’Italia appare ancora più ai margini, con finanziamenti che si fermano a 0,9 miliardi di dollari. Sul fronte aziendale, sebbene il 69% delle grandi imprese europee abbia avviato sperimentazioni, solo il 26% ha raggiunto un’integrazione avanzata nei propri processi. A frenare la scalabilità dei progetti è anche la carenza di competenze: il 76% delle organizzazioni dichiara infatti grandi difficoltà nel reperire e trattenere talenti specializzati.
“La sovranità digitale è diventata un tema strategico per l’Italia e per l’Europa”, ha riassunto Andrea Rangone, co-founder degli Osservatori Digital Innovation. “Non possiamo permetterci di non governare appieno questo sistema nervoso, di dipendere eccessivamente da scelte politiche ed economiche di altre aree geopolitiche. È necessario compiere ora scelte strategiche per poterne riprendere il controllo: rafforzare le infrastrutture digitali, sviluppare competenze e creare un ecosistema dell’innovazione integrato tra ricerca, industria e istituzioni”.
Connettività e infrastrutture spaziali: la sfida della frammentazione
Anche nel settore delle telecomunicazioni, l’Europa, in passato al vertice dell’innovazione, sconta una frammentazione industriale che ne mina la capacità di investimento. Con ben 34 operatori attivi nel continente, contro i 3 degli Stati Uniti e i 4 della Cina, la competizione esasperata ha eroso i margini. Se da un lato questo ha portato a prezzi per la rete fissa che sono la metà di quelli americani, dall’altro ha ridotto le risorse per lo sviluppo infrastrutturale. In Italia, la situazione è particolarmente complessa, con ricavi di settore diminuiti del 30% nell’ultimo quindicennio.
La competizione si è ormai spostata nello spazio, dove il dominio statunitense è netto: la costellazione Starlink conta oltre 6.000 satelliti, mentre il sistema europeo Eutelsat OneWeb ne gestisce circa 600. Per tentare di colmare il gap e garantire una connettività sovrana, l’Unione Europea ha varato il progetto IRIS², che prevede un investimento di 10,6 miliardi di euro per la messa in orbita di circa 300 satelliti di nuova generazione.
Sovranità digitale e il nodo del computing
La dipendenza tecnologica dell’Europa è evidente nel mercato Cloud, dove l’80% dei servizi è controllato da hyperscaler americani. Anche la potenza computazionale dei Data Center è fortemente concentrata: solo 10 operatori, in gran parte statunitensi, gestiscono oltre la metà della capacità installata nel continente.
L’Italia sta provando a ritagliarsi un ruolo come hub logistico per i dati, con l’obiettivo di superare 1 GW di potenza nominale entro il 2028. Tuttavia, il 45% di questi nuovi investimenti dipende ancora dai grandi provider d’oltreoceano.
La situazione è solo marginalmente più rosea in un settore i cui sviluppi potrebbero essere le chiave del futuro.
“Il computing è un campo soggetto a rivoluzioni tecnologiche che potrebbero aprire nuove opportunità per l’Europa”, ha precisato la Direttrice operativa degli Osservatori, Marta Valsecchi. “Tra queste, il quantum computing è particolarmente promettente, con una Quantum Europe Strategy che punta a creare un posizionamento di leadership entro il 2030. Finora, in Europa sono stati stanziati 9 miliardi di euro di fondi pubblici per le tecnologie quantistiche, ma solo il 10% è gestito direttamente a livello comunitario. Mentre gli investimenti privati al momento restano limitati rispetto ai numeri statunitensi con situazioni eterogenee nei diversi Paesi europei: in Italia sono stati investiti 56 milioni di euro nelle startup italiane di quantum computing negli ultimi due anni, contro i 235 milioni in Francia”.
Cybersecurity: una priorità strategica non ancora pienamente presidiata
La sicurezza informatica è diventata una questione di resilienza nazionale, considerando che il 10% degli incidenti cyber gravi nel mondo vede come vittima un’impresa italiana. Nonostante il 35% delle grandi aziende nazionali abbia subito attacchi rilevanti nell’ultimo triennio, solo il 28% ha implementato una strategia di difesa realmente avanzata, basata su monitoraggio costante e automazione.
La situazione appare ancora più critica per le PMI: il 22% è stato colpito da attacchi informatici, ma solo un esiguo 5% dispone di tecnologie e protocolli in grado di mitigare il rischio a livelli accettabili. Nonostante queste lacune, la consapevolezza del problema sta crescendo, con la cybersecurity indicata come priorità di investimento dal 65% delle grandi imprese e da quasi la metà delle piccole e medie realtà produttive.
La maturità digitale delle imprese italiane tra obblighi normativi e data strategy
La digitalizzazione, nodo dolente, delle imprese italiane appare spesso guidata più da obblighi legislativi che da una visione strategica. La spesa ICT si attesta mediamente al 2,7% del fatturato, un valore contenuto e spesso polarizzato su soluzioni di base. Se la fatturazione elettronica e le firme digitali hanno raggiunto una diffusione capillare grazie ai vincoli normativi, l’integrazione dei processi aziendali resta limitata al 60% nelle grandi organizzazioni.
La digitalizzazione dei processi di pianificazione è buona per la previsione, la produzione e l’approvvigionamento (mediamente l’80% delle grandi imprese quasi il 70% delle PMI utilizza soluzioni a supporto di questi processi). Solo il 60% delle grandi imprese e il 40% delle PMI ha però sviluppato un’integrazione elevata tra le fasi del processo.
Nel marketing e comunicazione, le soluzioni di CRM e di Marketing Automation sono molto diffuse (82 e 79% delle grandi aziende le adottano rispettivamente), mentre è limitata la diffusione di piattaforme per la gestione centralizzata dei contenuti (DAM) (26% delle grandi aziende), così come la capacità di personalizzazione spinta del rapporto con il cliente (36% delle grandi aziende).
Buona diffusione degli strumenti per la gestione dei documenti
Nei processi interni, è alta la diffusione di strumenti per la gestione, conservazione e firma dei documenti: l’82% delle grandi aziende adotta soluzioni digitali per la conservazione documentale, l’87% per le firme elettroniche. Più contenuta la diffusione di strumenti per la gestione documentale il monitoraggio dei dati e l’automazione dei processi (tra il 50 e il 60% delle Grandi Aziende). Le PMI restano indietro su tutti i fronti.
Nelle relazioni con clienti e fornitori, il 100% delle grandi imprese invia già fatture in digitale, per via dell’obbligo, ma solo il 56% invia ordini in digitale, il 57% ha connessioni in EDI, il 38% invia documenti di trasporto in digitale e il 25% ha un eshop, con le PMI che mostrano un ulteriore scarto.
Nelle relazioni B2c, invece, l’eCommerce di prodotto pesa l’11% del totale della spesa B2c italiana e il 22% del transato B2b, mentre i pagamenti elettronici dei consumatori valgono ormai il 45% del totale.
Un occhio al commerce
Anche nelle relazioni di mercato, infine, si riscontrano ampi margini di miglioramento: solo una grande azienda su quattro gestisce un proprio eshop, mentre poco più della metà ha digitalizzato i processi di ordinazione. Parallelamente, sta cambiando il comportamento dei consumatori, con i pagamenti elettronici che coprono ormai il 45% del transato B2C.
La fatturazione elettronica è universale (100%) per obbligo normativo, ma la digitalizzazione spontanea degli altri processi segna il passo: solo il 56% delle grandi aziende invia ordini in digitale e appena il 38% gestisce i documenti di trasporto (DdT) in formato dematerializzato.
Nel B2B, poi, l’integrazione tramite sistemi EDI è ferma al 57% nelle grandi imprese, con uno scarto ancora più marcato per le PMI.
Infine, sebbene il 73% delle grandi imprese si sia dotata di figure professionali per l’analisi dei dati, solo il 38% ha formalizzato una vera e propria data strategy, segnale di una cultura data-driven ancora in fase di maturazione.
di Massimo Bolchi


