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Le cose non dette è Gabriele Muccino all’ennesima potenza, ma con un tocco noir

“La vita si capisce solo all’indietro”. Lo scriveva Kierkegaard e lo ripete Carlo Ristuccia, scrittore e professore di filosofia, interpretato da Stefano Accorsi nel nuovo film di Gabriele Muccino, presentato venerdì 23 gennaio a Roma e al cinema dal 29, in 450 copie con 01 Distribution

È un film mucciniano all’ennesima potenza, eppure con qualcosa di nuovo, un tocco noir che gli appartiene, ma che ha sfiorato di rado. Il fatto che la vita si capisca all’indietro vuol dire che, mentre la vita scorre in avanti, e noi siamo portati a seguire il suo fluire, è solo con il tempo, solo molto dopo che sono successe, che capiamo quelle cose che avremmo potuto dire o fare per cambiarla.

Una coppia in crisi, gli amici, Tangeri. E Blu…

Il film racconta la storia di una coppia, Carlo (Stefano Accorsi) ed Elisa (Miriam Leone). Lui professore e scrittore, lei giornalista. In un momento di stallo della loro carriera e della loro vita decidono di cambiare aria e di prendersi una vacanza, di andare a Tangeri. Decidono di andarci con i loro amici di sempre, Anna (Carolina Crescentini) e Paolo (Claudio Santamaria), e la loro figlia preadolescente Vittoria. Alcune dinamiche irrisolte rischiano di esplodere. Soprattutto quando a Tangeri arriva una giovane studentessa di Carlo, Blu.

Da L’ultimo bacio a Le cose non dette

Già dai primi minuti sembra ancora di essere dentro L’ultimo bacio, o in un universo parallelo in cui alcuni personaggi sono gli stessi, altri lo sono ma hanno cambiato volto. C’è Stefano Accorsi, uomo con sindrome da Peter Pan, in una relazione stabile con una donna molto bella, e con un amante più giovane, molto più giovane. C’è Claudio Santamaria nei panni dell’amico di sempre, l’uomo disincantato e di buon senso. E c’è Carolina Crescentini nel ruolo della nevrotica, quello che sarebbe stato di Sabrina Impacciatore.

Da Siracusa, romanzo di Delia Ephron

Sorella di Nora Ephron, autrice e regista, regina delle commedie romantiche. Lo stile di Delia Ephron è diverso, più drammatico, con un tocco nero. Ma sembra perfettamente nelle corde di Gabriele Muccino. “Quando ha finito di leggere il libro mi ha detto: questi li conosco tutti, sono i miei personaggi” svela infatti la produttrice Raffaella Leone.

Tra il noir e La Traviata

È il secondo film consecutivo di Muccino che nasce altrove: Fino alla fine era il remake non troppo dichiarato di Veronica, film tedesco. Ed era un thriller, un film d’azione. Qui Muccino applica a un film drammatico i toni del thriller, mescolando i piani temporali, andando avanti e indietro e creando una struttura a mosaico, un po’ alla Inarritu, svelando man mano la realtà. Complice quello che sembra un interrogatorio, il film acquista man mano la struttura del noir. E, alla fine lo diventa davvero. “Ma non ho mai pensato al genere” precisa il regista. “È un film di relazioni portato all’estremo come nell’opera ottocentesca, quella di Puccini e Verdi. È capire fino a che punto le imperfezioni umane possano portare a un danno. I personaggi non hanno mezze misure, devono arrivare fino in fondo per il loro obiettivo, che spesso è l’amore”.

Muccino e la capacità di tenere in mano il racconto

A volte, quando guardi un suo film, ti sembra di vedere sempre lo stesso film. Temi di assistere a qualcosa di poco credibile, di troppo carico. Di trovare parole fuori posto. Ma il regista de L’ultimo bacio, invece, sa tenere in mano il racconto come pochi altri, sa tenere alta la tensione e lo spettatore sulla corda in modo magistrale. Così, come ogni volta, anche Le cose non dette avvolge e intriga. E si vede con la curiosità di sapere cosa stia per accadere. E con ansia. Tanta ansia.

Da dove viene quella passione per il piano sequenza?

Gabriele Muccino qui mette in campo tutti i suoi marchi di fabbrica. I personaggi urlano, corrono, si affannano, fanno l’amore. Fanno spesso la scelta sbagliata. A livello visivo, Muccino fa uso di un altro dei suoi tratti distintivi, il piano sequenza. E finalmente abbiamo capito da dove venga questa passione. Ce lo ha svelato Claudio Santamaria, che lo conosce dal 1997, dal suo primo film: “All’inizio era un maniaco del piano sequenza perché aveva paura del montaggio, temeva che gli tagliassero le scene. Avevo 23 anni, venivo dal teatro e con Muccino la macchina da presa era un altro attore. Le sue scene erano coreografie di danza. Per questo si provava tantissimo. Un attore funziona se funzionano gli altri”.

di Maurizio Ermisino