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‘Lavoreremo da grandi’, Albanese: “Parlo di persone con poco talento. E’ il mio film più trasgressivo”

Personaggi di cui ci si innamora anche se non hanno obiettivi o capacità, in un periodo in cui ciò che conta sopra ogni cosa è la performace. Una produzione Palomar e Piperfilm in collaborazione con Making Movies. Al cinema dal 5 febbraio

Sono tre uomini in macchina, più uno in catalessi, quelli che vagano per la statale lungo il Lago d’Orta. Sono Umberto (Antonio Albanese), un compositore di musica contemporanea, Beppe (Giuseppe Battiston), l’unico idraulico che non ha fatto i soldi, e Toni (Niccolò Ferrero), il figlio di Umberto, appena uscito da galera per piccoli reati. C’è anche Gigi, in catalessi, ubriaco per dimenticare che la ricca zia lo ha diseredato. Quella macchina, a un certo punto, urta qualcuno o qualcosa. Non siamo in Un semplice incidente né ne Il capitale umano, ma in Lavoreremo da grandi, il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Antonio Albanese, che ha voluto puntare su un film comico dopo l’amaro e drammatico Cento domeniche. Il film è stato presentato oggi a Roma, ed è in arrivo al cinema il 5 febbraio: evidentemente è la data scelta dai comici per tornare al cinema e sfruttare la voglia di risata lanciata da Checco Zalone, sperando che Buen Camino abbia esaurito la sua corsa e ci sia spazio per la comicità. Il 5 febbraio, infatti, esce anche Christian De Sica con Agata Christian. Ma, dopo Checco, si arriva in sala sollevati o c’è un po’ di pressione? “Sono non contento, di più” risponde Antonio Albanese con il suo proverbiale entusiasmo. “Amo la sala cinematografica. Mi piace, mi fa star bene, mi lascio andare. Checco Zalone è riuscito ad avere un grande successo e merita un busto al Quirinale. Ha sostenuto gli esercenti e tutto il settore: evviva chi aiuta il cinema. Quando vai e aiuti il pubblico a ricevere energia, un abbraccio, perché questa è la comicità, io sono felice. Qualche sera fa a Milano sono andato a vedere un film ed era tutto esaurito. Ne ho scelto un secondo ed era tutto esaurito. E anche il terzo. Non ho visto nessun film, ma sono uscito contento, e mi sono fatto un mio film, quello di vedere tutta la gente in sala”. Il film è una produzione Palomar – A Mediawan Company e Piperfilm in collaborazione con Making Movies & Events.

Cercare e cercare nella comicità

Antonio Albanese torna alla commedia dopo il tragico Cento domeniche. E Lavoreremo da grandi è un film che inizia dove finisce l’altro, nel senso che vive negli stessi luoghi, e che è stato scritto lì, proprio dopo l’altro, e serve a fare da contraltare al dolore di quel film. “Mi sono detto: se ho la forza di fare questo ho la forza di fare quello. Lavoreremo da grandi è partito dal desiderio di cercare e cercare nella comicità, come faccio da qualche tempo. È un film che cerca cose diverse: non mi era mai capitato un film corale nella comicità, non mi era mai capitato, su otto settimane, di lavorare sei settimana solo di notte. Avevo bisogno di affezionarmi alle persone, di vedere un’umanità rassegnata che trovo punk”.

Il viaggio di Antonio Albanese nelle precarietà della vita

Ed è proprio nell’osservazione di questa umanità rassegnata che il suo film trova un senso, più che nella comicità. Antonio Albanese, al cinema, ha fatto un percorso parallelo ai film comici in cui ha portato i suoi personaggi. Condotto da altri registi, o in proprio, ha spesso portato in scena le precarietà della vita. Da Vesna va veloce (di Carlo Mazzacurati) a Giorni e nuvole (di Silvio Soldini), da L’intrepido (di Gianni Amelio) al suo Cento domeniche è stato interprete sensibile delle nostre fragilità. Qui racconta la storia di tre uomini in crisi. Umberto è un musicista fallito e ha fatto fallire anche l’industria edile del padre, e sta vendendo la casa e i mobili. E ha già due matrimoni andati male alle spalle. Beppe non ha mai avuto una ragazza e ha una madre ingombrante, e fare l’idraulico non lo ha arricchito. “È stato un privilegio rendere un personaggio come quello di Beppe” ha spiegato Battiston. “La sua è una figura molto al limite della credibilità: è un vinto, un puro, un ingenuo, il più ingenuo in quel gruppetto di disgraziati. La difficoltà, in questi personaggi, è nell’evitare di giudicarli.  Di Gigi vi abbiamo detto: la zia gli ha lasciato solo trucchi e parrucche e lui le indossa per protesta, ed è crollato dopo un cocktail di vodka e medicine. È in scena sempre svenuto, e fa solo grugniti.  “Per me è come aver fatto un personaggio dei fratelli Cohen, di Kaurismaki” commenta Nicola Rignanese che lo interpreta. La cosa interessante del film allora è tutta in questa umana commedia, e nella continuità con altri personaggi portati in scena da Albanese.

La commedia non è riuscita

Sì, perché la parte di commedia non funziona. Lavoreremo da grandi è uno di quei film girati tutti in una notte, quasi in unità di tempo e luogo, ma in cui la vicenda non riesce ad appassionare per le sue svolte narrative. E funge da espediente per delle gag che non funzionano e un gioco dell’oca che porta i nostri a peregrinare da una parte all’altra. Dovrebbe essere una comicità di situazioni, legata al sentimento del contrario, far ridere sulla paura di una morte e di una condanna. Ma è tutto forzato. E, se nei protagonisti almeno non è forzata la recitazione, lo è nei personaggi secondari.

Il sapore di Carlo Mazzacurati e il senso per la provincia

E allora l’interessa è tutto nel ritratto della provincia, e nella vicinanza tra gli ultimi due film di Albanese.  I protagonisti di Lavoreremo da grandi e di Cento domeniche potrebbero essere vicini di casa. E, in qualche modo, si sente il sapore di un regista che quei mondi li raccontava bene. “È Carlo Mazzacurati” coglie subito Albanese. “C’è quell’umanità e quella provincia che lui conosceva e conosco anch’io per la mia estrazione operaia. Io non amo il cinema estetico, quello con i silenzi e la musica. Mi piace il cinema dove l’attore è fondamentale. Sentivo il bisogno di raccontare l’umanità come faceva benissimo Carlo. Così almeno non vedi sempre la stessa libreria o le stesse automobili nei film”. Quanto alla continuità tra i due film, “ho girato 100 domeniche ad Olginate, il paese dove sono nato” continua l’attore e regista. “Avevo bisogno di protezione, di essere in una comunità che conosco. Il protagonista era un operaio, e io lo sono stato. La scena della fabbrica è stata girata dove lavoravo io, il tornio è quello che usavo io. Frequentando quel paese sul lago d’Orta abbiamo scritto, a pochi chilometri, questa storia, conoscendo tutti i luoghi e tutti gli angoli dei luoghi dove avremmo girato Una storia come questa in provincia si esalta, in città si disperde”.

Il momento d’oro del cinema italiano

L’amore per Albanese dovrebbe portare al cinema tante persone. E continuare il momento d’oro del cinema italiano. “È un momento di lucidità e potenza che negli ultimi sei mesi ha dimostrato come si riesca a crescere nonostante le critiche e l’aura negativa” spiega Carlo Degli Esposti di Palomar. “Il cinema italiano ha dei numeri che non sono mai visti, questo è il momento del suo massimo splendore” aggiunge Massimiliano Orfei di PiperFilm. “Fa molta tristezza coniugare questa consapevolezza di un momento di grande fulgore con la sottovalutazione della potenza di questo cinema da parte del regolatore”.

di Maurizio Ermisino

Il trailer